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Economia è speranza, un seme da coltivare, a partire dagli ultimi

03 aprile 2025

Economia è speranza, un seme da coltivare, a partire dagli ultimi

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«Una virtù che può mettere in moto il cambiamento, la forza di operare il bene, la resilienza per essere creativi nelle avversità. Un seme da custodire, annaffiare, coltivare perché a suo tempo possa portare frutto». È la bella definizione che suor Alessandra Smerilli, segretario del Dicastero per il servizio dello Sviluppo umano integrale, dà alla speranza, virtù da perseguire con particolare tenacia nel mondo odierno, dove spesso si ha l’impressione di essere solo «attoniti spettatori» di un futuro minaccioso. Ma chi opera e studia nel campo economico può essere «artigiano» del cambiamento perché l’essere umano è «capace di rigenerarsi». Ecco allora che “Economia è speranza”, per riprendere il titolo dell’incontro ospitato lunedì 31 marzo nell’Aula Magna dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. Una riflessione a più voci che «ha un particolare significato per la nostra famiglia universitaria poiché si colloca nell’Iniziativa di Ateneo sulla Speranza nell’anno giubilare», osserva il rettore Elena Beccalli introducendo il dibattito che si è sviluppato attorno ad alcune parole, come aspirazione, benessere, cambiamento, creatività, fiducia, sostenibilità, solidarietà. «In questa particolare fase storica credo possano essere la base da cui prendere le mosse per innescare quei cambiamenti virtuosi per ridurre le polarizzazioni così evidenti nella società», precisa il rettore Beccalli. È inoltre «un’occasione importantissima per dare testimonianza concreta dei valori intrinseci alla nostra offerta formativa e al modo in cui ci prendiamo cura della comunità studentesca», fa eco la preside della Facoltà di Economia Antonella Occhino, promotrice dell’evento animato, oltre che dal contributo di suor Smerilli, anche dagli interventi di Davide Damiano, presidente della Cooperativa sociale Pandora e alumnus dell’Ateneo, presso la quale ha conseguito la laurea in Economia, di Maria Porro, presidente dal 2021del Salone del Mobile di Milano, e dalle domande di studentesse e studenti.

Un articolo di

Katia Biondi

Katia Biondi

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In che modo allora è possibile declinare la speranza in economia? Innanzitutto, cambiando «prospettiva», facendo in modo che «chi è scartato oggi diventi il protagonista di un nuovo modello», suggerisce suor Smerilli, che ricorda come a indicarci la via è il magistero di Papa Francesco. «Sono convinta che si può vivere bene il mercato avendo a cuore il bene comune e la reciprocità» e questo anche seguendo quanto indicato nelle encicliche Laudato si’ e Fratelli tutti rispetto alle tematiche economiche. «Un’economia radicata nel bene comune, condita dalla fraternità e supervisionata dalla politica: questa l’economia che vuole il Pontefice», specifica suor Smerilli, indicando i tre i filoni che consentono di praticare la speranza in economia: «Uno sviluppo che sia più sano, più umano, più sociale, più integrale; un approccio integrato per combattere la povertà e restituire dignità agli esclusi, e la protezione della natura». Un’inversione di rotta il cui punto di svolta, aggiunge suor Smerilli, si trova nella costante sollecitazione che «il mondo può essere visto meglio dalle periferie». Perché, «se lo guardiamo con gli occhi di chi fa fatica», riusciamo a individuare «soluzioni innovative» per uno sviluppo umano integrale sostenibile. D’altronde, chi si occupa di economia sa bene come le grandi rivoluzioni siano frutto di chi nella sua vita ha fatto una «scelta di bene comune e di apertura agli altri». Un esempio su tutti: San Benedetto, con la sua intuizione dell’”ora lege et labora”. «La mia speranza nell’economia è fondata sui contatti con imprenditori e persone che lavorano in questo campo e che stanno comprendendo quanto abbiamo bisogno di un nuovo rapporto con la terra e di relazioni che non siano dettate solo da logiche dell’efficienza. Sono convinta che abbiamo bisogno di nuovi San Benedetto, ai quali anche il sistema universitario può dare voce per raccontare il cambiamento sociale che in molte parti si sta generando», auspica suor Smerilli.

Quello stesso cambiamento che ogni giorno genera Pandora, una cooperativa sociale che punta a inserire nel mondo del lavoro persone fragili. Come racconta il presidente Davide Damiano, ricordando che la sua avventura professionale è partita propria dalle aule dell’Università Cattolica, in particolare dal corso del professor Benedetto Lorenzo Cannatelli, all’interno de quale ha avuto modo di stringere relazioni e di avvicinarsi al mondo del Terzo Settore. «La cooperativa è una forma d’impresa, ed è uno degli strumenti per portare speranza in determinati luoghi». Il carcere, per esempio, dove Pandora opera impiegando detenute e detenuti in attività lavorative. «Attualmente siamo 104 dipendenti», continua Damiano e quanto facciamo è «insegnare alle persone svantaggiate a stare nel mondo del lavoro». Ancora una volta, le storie di chi ha toccato il fondo e poi si è rialzato aiutano a comprendere che le possibilità di riscatto ci sono. «Quello che noi portiamo sono tasselli di un percorso verso la speranza. Le università come la Cattolica sono luoghi privilegiati in cui questa speranza comincia a fluidificarsi grazie a relazioni umane che possono dare una possibilità diversa». Pertanto, «la responsabilità di chi fa impresa è portare un’economia alternativa, che non è una terza via al profitto, ma semplicemente la capacità di guardare negli occhi la persona che ci sta di fronte».

Una prospettiva che il Salone del Mobile ha fatto sua in questa edizione del 2025 scegliendo il claim “Thought for Humans”, con l’intento preciso di riscoprire il legame profondo tra design ed esperienza umana. «L’idea di fondo è ricordare a tutti - imprese, creativi, imprenditori, giornalisti - che gli oggetti che produciamo riempiono le case, le scuole, gli ospedali, i luoghi di lavoro. Entrano, dunque, nel nostro vivere quotidiano, lo influenzano nella loro semplicità e sono pensati per l’essere umano secondo un’ottica del “less is more”, della bellezza e della consapevolezza che forse fanno del bene», sostiene la presidente Maria Porro. Mai, come in questo caso, i numeri servono per conoscere un settore sì creativo ma soprattutto manifatturiero, fiore all’occhiello del sistema economico nazionale grazie ai 299mila addetti di 66mila imprese, un fatturato di circa 51 miliardi e un’alta percentuale di produzione esportata pari al 52percento. «Quest’anno abbiamo investito tanto in cultura, come confermano Mother di Bob Wilson, la Library of Light di Es Devlin e l’installazione del regista Paolo Sorrentino, una sala di attesa, un luogo simbolico per le nostre esistenze. La cultura d’impresa è una delle chiavi per un buon design, che è appunto conoscenza, condivisione, incontro di persone incredibili che credono nella qualità della produzione. Un esempio virtuoso di energie messe a fattor comune». E anche il design può essere uno strumento di riscatto e di inclusività. «Da 25 anni il Salone del Mobile ha un incubatore di giovani talenti, finora ne sono passati ben 14mila e nell’edizione 2025 sono 700 provenienti da diverse parti del mondo», precisa Porro. Un modo concreto per dire che accendere la speranza in economia non è affatto un’utopia.

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