Ma chi era Silvio D’Arzo? Nato nel 1920 a Reggio Emilia, in realtà si chiamava Ezio Comparoni. Figlio illegittimo, aveva preso il cognome della madre Rosalinda Comparoni e durante la sua breve vita (morì all’età di 32 anni) aveva adottato una serie di pseudonimi, uno dei quali è appunto Silvio D’Arzo. Nonostante le difficoltà, la sua produzione letteraria fu incredibilmente vasta, anche se poté vedere pubblicato solo un libro: “All’insegna del Buon Corsiero” uscito da Vallecchi nel 1942. “Casa d’altri” resta il racconto che l’ha reso noto. I motivi sono tanti, ha spiegato Affinati. Innanzitutto, il tema della storia, ambientata nell’Appennino tosco-emiliano circa tre o quattro anni dopo la Seconda Guerra Mondiale. «Il racconto, in tutto 55 pagine, è interamente costruito per creare suspence attorno a quella richiesta “speciale” che la vecchia lavandaia Zelinda rivolge al sacerdote: avere “il permesso di finire un po’ prima” senza far peccato». Gli incontri fra i due protagonisti avvengono tutti in penombra proprio per «accrescere il fascino del racconto», fino ad arrivare al quesito esistenziale che riguarda «il passaggio dalla vita alla morte». Anche «l’incipit della storia, che descrive una scena funebre, anticipa in un certo senso la domanda che poi l’anziana porrà al sacerdote». Tutto, poi, è sempre narrato «in modo evocativo» e mai con descrizioni cronachistiche.
La scrittura, con la sua profonda musicalità metrica dalla base quasi lirica, è l’altro aspetto che contraddistingue “Casa d’altri”, facendone un unicum nel panorama letterario di un Novecento altrimenti caratterizzato dal neorealismo. Uno stile espressivo, del tutto inusuale in quel periodo, che mette in luce sia le doti letterarie dello scrittore emiliano, sia la sua passione per la lettura e per grandi autori come Conrad, Stevenson, Maupassant, Shakespeare. «In questo racconto la scrittura è non solo realistica ma evocativa e lirica al tempo stesso», ha precisato Affinati. Una prosa poetica, concepita con una tale sapienza stilistica da sorprendere i critici letterari, tra cui Pietro Citati che ne ha riconosciuto la «maturità sconcertante», considerando che D’Arzo scrive “Casa d’altri” quando ha solo 27 anni.
L’aspetto più sorprendente del testo resta comunque l’argomento affrontato. Il peso della domanda cade sulle spalle di questo parroco - un “prete da sagre” e niente altro, così si definisce - che si sente assolutamente «inadeguato», «impotente» e «insufficiente» di fronte alla «radicalità» della richiesta posta da Zelinda. Come se le parole della lavandaia avessero dato voce a una inquietudine interiore presente nello stesso sacerdote. Una inquietudine che è però di tutti. Lo stesso titolo rimanda a un significato ulteriore dell’esistenza umana: quello della «provvisorietà». Un modo per dire che «quella che viviamo non è la vita vera, ma una vita in affitto».
Un racconto insomma che, ponendo l’accento su una domanda esistenziale, chiama in causa tutti i valori che ci interpellano. E dove forse la vera risposta, la stessa che si può dare all’anziana donna, si trova nella «letteratura che può aiutarci a dare senso alla nostra vita».