Giovedì 8 ottobre 2026 il Nobel per la Letteratura è stato assegnato alla scrittrice canadese Anne Carson per "la sua opera audace e innovativa che, in un dialogo giocoso con la tradizione classica, ha creato nuove forme per la letteratura contemporanea".
Il commento di Francesca Caraceni, docente di Letteratura inglese presso il Dipartimento di Scienze linguistiche e letterature straniere del nostro Ateneo.
La Fondazione Nobel ha assegnato il Premio per la Letteratura ad Anne Carson (1950), accademica, saggista, poeta, romanziera canadese per "la sua opera audace e creativa che, in un dialogo giocoso con la tradizione classica, ha dato vita a nuove forme per la letteratura contemporanea".
A nuove forme di sicuro ha dato vita quest’autrice eclettica, solida studiosa dei classici greci e latini, esprimendo la sua creatività in modo autobiograficamente organico e puntuale, conciliando nelle sue opere la rigorosa filologa e l’artista della parola in saggi scientifici “sporcati” da una prosa immediata e poetica (Eros the Bittersweet, 1986), e poemi innervati dal mestiere, ossia costruiti su strutture, motivi, convenzioni linguistiche e letterarie del mondo classico, che l’autrice ha trasportato con acume ed eleganza nella contemporaneità. Uso il verbo “trasportare” non a caso, poiché la traduzione pare essere sostanziale al DNA creativo dell’autrice, che ha portato dal greco antico in inglese i tragici maggiori, consegnando al pubblico anglofono l’intera Orestea (2009), oltre ad altri titoli quali, ad esempio e fra gli altri, Ifigenia in Tauride (2014) e Antigone (2015).
Norma Jean of Troy (2019, pubblicato in italiano col titolo Era una nuvola da Crocetti nel 2021), ad esempio, manifesta in trasparenza la sensibilità linguistica e traduttiva di Carson, riscrivendo l’Iliade dal punto di vista di Elena, che però è anche, per licenza, Marilyn Monroe: la versificazione del poema e le scelte linguistiche dell’autrice generano eco chiarissime dalla tradizione tragica, mentre ogni scena-monologo è intervallato da riflessioni etimologiche su lemmi greci. Senz’altro può apparire, questo, un lavoro di estrema innovazione formale; purché al netto, s’intende, del dialogo fitto e serrato che Carson intrattiene anche coi grandi maestri del Modernismo anglofono: che cos’è questa Norma Jean of Troy se non una variazione di Ulisse (1922), archetipo joyciano? E nelle metamorfosi linguistiche, interiori ma anche esteriori dei suoi personaggi, non si scorge il sorriso enigmatico dell’autrice di Orlando, Virginia Woolf? Sembra, tutto sommato, che Carson si inserisca in una tradizione ben circostanziata, di alto profilo letterario.
Impossibile non chiedersi, allora, da dove provenga quell’aggettivo che si legge nella motivazione: “giocoso” (playful, nell’originale), quasi a suggerire un vezzo postmoderno, o forse una leggerezza di motivi e argomenti che, a guardar bene, si fa fatica a scorgere nelle profondità abissali dell’opera di questa solidissima autrice.
Ill. Niklas Elmehed © Nobel Prize Outreach