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Decreto 231, una revisione organica di una normativa dirompente

05 maggio 2026

Decreto 231, una revisione organica di una normativa dirompente

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Era il 2001 quando il decreto legislativo sulla responsabilità amministrativa da reato degli enti - comunemente noto come 231 - fece il suo ingresso nell’ordinamento giuridico italiano. Una novità dirompente: per la prima volta alle società veniva chiesto di inserire la prevenzione del crimine tra i propri fini sociali e di ripensare i sistemi di controllo interno (compliance) per mitigare i rischi di illeciti commessi nel loro interesse o vantaggio. 

Da allora sono trascorsi 25 anni, il quadro penalistico è profondamente cambiato e la mappa dei reati realizzabili dall’ente si è ampliata rispetto a quella prevista in origine. Da qui l’esigenza di una revisione organica della 231, affidata al Tavolo tecnico istituito presso il Ministero della Giustizia con il compito di licenziare una proposta di riforma del decreto legislativo. «Quando uscì nel 2001 i reati contemplati erano pochissimi e riguardavano solo quelli nei confronti della pubblica amministrazione. Nel corso di questi anni ne sono stati via via aggiunti altri, molti dei quali fuori dal cono di interesse della criminalità d’impresa. Di qui la necessità di una razionalizzazione», ha spiegato Giorgio Fidelbo, coordinatore del Tavolo tecnico e presidente della VI sezione penale della Corte di Cassazione, intervenendo giovedì 23 aprile all’evento “25 anni di 231. Verso quale riforma? Un confronto scientifico sulla proposta di articolato del Tavolo tecnico”

Un articolo di

Katia Biondi

Katia Biondi

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Promosso dall’Alta Scuola “Federico Stella” sulla Giustizia Penale (ASGP) e dal Corso di Dottorato in “Impresa, Lavoro, Istituzioni e Giustizia penale”, l’incontro ha offerto un’analisi delle principali linee di indirizzo emergenti dalla relazione conclusiva e dalla proposta di articolato normativo elaborate dal Tavolo tecnico, ora all’attenzione del Ministro Nordio, come confermato da Nicola Selvaggi, capo dell’Ufficio legislativo del Ministero della Giustizia. Tre, in particolare, gli snodi di fondo emersi dalla riflessione del Tavolo tecnico, segnalati da Selvaggi. «Il primo riguarda la valutazione delle prestazioni del decreto; il secondo evidenzia l’esigenza di una sua riconsiderazione alla luce di un quadro penalistico profondamente mutato; il terzo concerne l’analisi dei casi più problematici, con l’obiettivo di proiettarne gli esiti nella futura disciplina normativa». In questa prospettiva, e nel solco delle possibilità già offerte dall’attuale impianto normativo, così come delle proposte formulate dal Tavolo, si colloca la considerazione, oggi particolarmente rilevante, di un orizzonte concettuale più definito. «Un orizzonte - ha spiegato Selvaggi - che valorizzi l’anima preventiva dell’intervento, il suo rapporto con la politica criminale e, al tempo stesso, il suo legame con la dogmatica penalistica. Tutti temi che il gruppo di lavoro ha affrontato in modo approfondito». 

Del resto, ha spiegato nel suo saluto introduttivo nell’Aula Magna dell’Università Cattolica il preside della Facoltà di Giurisprudenza Stefano Solimano, «la riforma mira a rendere il sistema 231 più chiaro, coerente ed efficace, rafforzandone una funzione preventiva e favorendo una cultura della legalità nelle organizzazioni senza rinunciare per questo alle garanzie e ai principi fondamentali del modello originario». 

Una necessità di revisione dettata anche dai cambiamenti in atto. Aspetto sui cui ha acceso i riflettori Michele Mozzarelli, coordinatore del Corso di dottorato in “Impresa, Lavoro, Istituzioni e Giustizia penale”. «C’è una sfida ancora più grande, e ormai urgente: il controllo delle decisioni non umane. Parlare di agenti digitali è diventato comune, un’espressione che stiamo imparando a maneggiare. In questo scenario, disporre di una base solida sulla struttura organizzativa è decisivo: serve per attivare processi affidabili e per arrivare preparati a integrare questi nuovi strumenti nel corpo vivo dell’organizzazione». 

Ecco perché, ha osservato Matteo Caputo, ordinario di Diritto penale e tra i promotori dell’iniziativa insieme a Eliana Greco, componente del gruppo di ricerca dell’Alta Scuola “Federico Stella” sulla Giustizia Penale, si è avvertita «la necessità di sottoporre a una sorta di tagliando una disciplina che nel corso del tempo ha confermato i suoi punti di forza, ma ha anche fatto emergere nelle prassi aziendali e nelle pronunce giurisprudenziali una serie di limiti che consigliano l’adozione di alcuni correttivi». La proposta, ha proseguito il professor Caputo, «punta a fornire maggiori certezze agli operatori economici e giuridici sull'adeguatezza dei modelli di compliance anti-reato e sviluppa altresì interessanti aperture sul valore di condotte controffensive anche nel campo del diritto penale d'impresa». 

Un convegno che è nelle corde dell’Alta Scuola “Federico Stella” sulla Giustizia Penale, come ha ribadito la direttrice Arianna Visconti. «Il bisogno di confronto e riflessione critica è cifra costitutiva nella nostra Alta Scuola. Bisogno che, a sua volta, intercetta tratti genetici nella scuola penalistica di tutta l’Università Cattolica. È innegabile che il diritto moderno trovi nella disciplina della responsabilità da reato degli enti uno dei suoi passaggi più importanti. Il coinvolgimento degli enti collettivi, quindi di una persona fittizia, ma operativamente molto reale e molto concreta nella vicenda imputativa derivante da disfunzionalità organizzativa, rappresenta per la nostra materia un momento di grande rottura di discontinuità, di innovazione rispetto alla tradizione, che ha sollecitato e tuttora sollecita un profondo ripensamento delle categorie classiche». 

Sul versante applicativo e sanzionatorio si è soffermato Vincenzo Mongillo, docente di Diritto penale presso Unitelma Sapienza e componente del Tavolo tecnico. «Il decreto è penetrato nelle attività delle aziende, soprattutto quelle del segmento medio-grande, che ormai hanno inserito nei propri asset organizzativi sistemi di compliance. Da osservatore si può affermare che la 231 ha comunque determinato una maggiore consapevolezza e tendenzialmente anche una riduzione di pratiche e prassi che potevano essere contra legem. Misurazioni e dati precisi non ci sono ancora. Tuttavia, nel mondo imprenditoriale questo decreto ha attecchito: le imprese hanno scoperto il valore della compliance come fattore di stabilità e di sostenibilità di lungo periodo».  

Una posizione condivisa dal presidente Fidelbo. «La normativa è stata particolarmente apprezzata dalle società, seppur all’inizio hanno avuto una certa difficoltà nel comprenderne natura, obiettivi e finalità. Ma poi alla fine è stata colta la sua funzione che non è colpire le imprese con sanzioni temibili e pericolose, ma realizzare prevenzione, facendo in modo che le società evitino al loro interno o all’esterno di commettere reati, diventando così vere e proprie sentinelle della legalità». 

Il dibattito si è sviluppato su tre nuclei tematici: i modelli organizzativi e la nozione di colpa di organizzazione; il sistema sanzionatorio e le forme di riparazione; i profili processuali. Sono seguite le riflessioni di autorevoli discussant - tra loro, Mara Chilosi, di AODV231, Giulio De Simone, dell’Università del Salento, e i professori dell’Università Cattolica del Sacro Cuore Francesco D’Alessandro, Luciano Eusebi, Eliana Greco, Claudia Mazzucato, Gianluca Varraso - chiamati a sviluppare un dialogo critico e interdisciplinare sui temi trattati, evidenziandone ricadute operative e possibili linee di ulteriore sviluppo. L’evento si è concluso con la relazione del professor Gabrio Forti, emerito di Diritto penale, con lo scopo di sintetizzare i principali spunti emersi e di offrire una lettura complessiva delle questioni affrontate.

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