Il momento che stanno vivendo gli Stati Uniti è strettamente legato all'amministrazione Trump ed è destinata a normalizzarsi con un nuovo Presidente oppure è la manifestazione di una trasformazione estrema a cui dobbiamo abituarci perché espressione di un cambiamento in atto? Con questa domanda, il preside della Facoltà di Scienze politiche e sociali, Andrea Santini, ha introdotto, lunedì 30 marzo, la lezione aperta del direttore de Il Post, Francesco Costa.
Un interrogativo - ha ricordato il preside - posto anche negli ultimi incontri con esperti di geopolitica e diplomatici come quello ospitato dalla sede di Brescia con l'ambasciatore Pasquale Ferrara. La tendenza generale, vede affermarsi la seconda ipotesi. «E - ha subito spoilerato Costa in apertura del suo intervento - io sono decisamente d'accordo».
«Stiamo vivendo un momento di transizione - ha spiegato il professor Mireno Berrettini, coordinatore del corso di laurea magistrale in Politiche europee e internazionali, promotore e moderatore dell'incontro - in cui gli Stati Uniti stanno giocando il ruolo di "potenza revisionista". Washington sta provando a cambiare le regole dell’ordine del sistema internazionale».
«Il mio - ha precisato subito Costa - è un punto di vista giornalistico, che per sua natura si sviluppa mentre le cose accadono. Si dice che ai cronisti spetta il compito di scrivere la prima versione della Storia, la "brutta copia" insomma. Ma è una definizione che mi pare corretta».
Il direttore de Il Post, che si occupa di politica e società americana da molti anni e a cui è dedicato podcast, video-reportage e libri, prima di entrare nel dettaglio della situazione attuale ha provato a spiegare il contesto americano. Partendo da un presupposto: l'America non era il paradiso prima e non è un inferno adesso. «La polizia non ha iniziato a uccidere i civili sotto Trump, succedeva anche prima. Essere "nero" negli Stati Uniti era drammaticamente molto più pericoloso nel Novecento quando c'era la segregazione razziale. E le guerre gli americani le hanno sempre fatte, Vietnam su tutte. Quel che stiamo vivendo è un'epoca profondamente diversa, certamente non idilliaca. Ma è sbagliato ricondurre tutto a Trump, quando c'era Biden non è che il mondo fosse diventato improvvisamente più semplice. La politica è la conseguenza di cose che sono accadute, non la causa».
E, in tal senso, Francesco Costa, ha spiegato alcune trasformazioni in atto all'interno della società statunitense.«Sul piano demografico gli Usa stanno diventando un Paese sempre più multietnico, anche nelle istituzioni. Lo vediamo nei sindaci, nella classe dirigente. I "latinos" sono sempre di più, non per un'ondata migratoria, ma per natalità. E arrivati alla terza generazione si sentono molto statunitensi, sono nazionalisti, al punto di definirsi "bianchi" nei censimenti. "Bianchi" che ormai sono la più grande delle minoranze. Questi cambiamenti creano rimescolazioni, le città sono sempre più grandi (il 70% degli americani vive nel 30% degli Stati) e la spaccatura con chi vive nei piccoli centri sempre più ampia. In provincia si deve fare i conti con lo spopolamento, ci sono poche opportunità, le case non valgono più. Queste province sono sempre più "bianche" e sempre più sconfitte e marginalizzate».
Dal punto di vista geopolitico c'è una data spartiacque: l'11 settembre 2001. «La risposta agli attacchi - ha ricordato Costa - sono state le guerre in Afghanistan e in Iraq. Un disastro. E poi, a seguire, è arrivata la crisi economica del 2008, la peggiore della storia dopo quella del 1929. Per la società americana sono stati anni di grande malessere e frustrazione. Sul piano militare farsi mettere in difficoltà dai Talebani è stata un'umiliazione. Dal punto di vista economico è arrivata la crescita esponenziale del mercato cinese con il "Capitalismo di Stato". E anche gli europei...da una prospettiva americana ci hanno "salvati" nella Seconda Guerra Mondiale, "protetti" successivamente e adesso ci permettiamo pure di respingere le loro richieste. L’orgoglio americano si sente calpestato. Quando Obama nel 2009 dialoga con Medvedev gran parte dell'opinione pubblica la interpreta come una debolezza nei confronti dei nemici di sempre, i russi. La sua apertura al mondo islamico con il Discorso del Cairo non è stata capita e visto quel che è successo poi in Libia e Siria si può dire che non ha prodotto gli effetti auspicati. Sono solo alcuni esempi ma rappresentano il terreno in cui nasce un desiderio di rivalsa che ha tante origini diverse, che dal punto di vista politico trova uno sfogo in Trump per un incidente della Storia. Gli americani, poi, sono eccessivi in tutto. Quando vanno in una direzione ci vanno con tutte le scarpe, senza prudenza. Trump, in tal senso, ne è un ottimo interprete».
E quindi, adesso, che cosa succede? Come possono cambiare le cose all'interno di un sistema dove le regole e il potere delle grandi lobby economiche sembra inscalfibile? Qual è il ruolo dell'Europa in questo scenario? Sono solo alcune delle domande che studentesse e studenti, presenti nell'Aula Negri da Oleggio, hanno rivolto al direttore de Il Post nella parte finale della lezione.
«Gli americani in questo momento - ha risposto Costa - non sono imperialisti ma restano intrappolati nell’incapacità di entrare in una nuova dimensione. Con il risultato di essere una biglia che gira a vuoto senza ottenere risultati. L’ordine internazionale che si era formato nel 1945 dopo la Seconda Guerra Mondiale non funziona più. Ma da quella catastrofe ci siamo rialzati con l'introduzione di cose molto utili come la democrazia e la Repubblica. Oggi stiamo vivendo un momento in cui la Storia sta cambiando e già stiamo intravedendo il prossimo scenario, ma, forse, la situazione deve esacerbarsi ancora per poter cambiare un sistema che, adesso, ci sembra irriformabile. Ma questi sono anni in cui molti nodi stanno venendo al pettine. La speranza è che da questa collisione, a medio termine, nasca un mondo migliore».
«La risposta alla crisi delle democrazie - ha concluso Costa - è una domanda che riguarda tutti noi. La questione aperta e io non ho una risposta. Quella - ha detto rivolgendosi a giovani studenti e ricercatori di scienze politiche - la dovete dare voi».