Sull’attentato che il 2 agosto del 1980 alla stazione di Bologna fece 85 morti e più di 200 feriti si sa praticamente tutto. Il lunghissimo iter processuale si è concluso con due sentenze che, a gennaio e a luglio 2025, hanno individuato ispiratori, mandanti, esecutori materiali, movente.
Nonostante tutto però si fa ancora troppa fatica ad accettare la verità. Anche per questo l’Università Cattolica del Sacro Cuore, campus di Piacenza, ha voluto dare un contributo ospitando un convegno, organizzato dalla Facoltà di Economia e Giurisprudenza e dal Dipartimento di Scienze giuridiche in collaborazione con l’Ordine degli Avvocati di Piacenza: protagonisti i magistrati che hanno compiuto il complesso lavoro che ha portato alle due sentenze del 2025. «La nostra Facoltà» ha rimarcato la prorettrice vicaria Anna Maria Fellegara «si fa oggi carico di parlare di un dramma che va dritto al cuore della storia italiana. Un dramma che tanti nostri studenti non conoscono perché all’epoca dei fatti non erano nemmeno ancora nati».
Le ultime due sentenze, come testimoniato dai magistrati presenti, hanno consentito di collocare senza ombra di dubbio la strage nell’ambito dell’eversione neofascista. Una strage orchestrata, secondo i magistrati, da massoni e affaristi, a partire da Licio Gelli che quell’attentato lo finanziò, insieme a uomini delle istituzioni deviate dello Stato, all’interno della strategia della tensione che da piazza Fontana in poi tentò di sovvertire l’ordine istituzionale.
A dare un «contributo importantissimo al raggiungimento della verità», ha rimarcato il preside della Facoltà di Economia e Giurisprudenza, Marco Allena, è stata l’Associazione tra i Familiari della Vittime della Strage del 2 agosto 1980, il cui presidente Paolo Lambertini ha partecipato al convegno. «Grazie al lavoro dei magistrati» ha detto Lambertini «sono emerse verità fondamentali, nomi, volti, mandanti di chi ha organizzato, finanziato, ispirato e depistato. Una verità che dipinge uno scenario d’insieme che ancora si fatica ad accettare». Il direttore del Dipartimento di Scienze giuridiche, Antonino Barletta, ha parlato di «uno scenario complesso che emerge dalle sentenze che si sono succedute nel corso degli anni» e ha rimarcato quanto dietro ogni processo «ci siano le persone e la loro esperienza umana».
Introdotti tra gli altri dalla Procuratrice della Repubblica presso il Tribunale di Piacenza, Grazia Pradella, e dal presidente dell’Ordine degli avvocati di Piacenza Franco Livera, al tavolo dei relatori si sono succedute le voci dei magistrati il cui articolato e faticoso lavoro ha portato alle ultime sentenze del 2025. Tra loro Alberto Candi già avvocato generale presso la Corte d’Appello di Bologna, Nicola Proto, avvocato generale presso la Corte d’Appello di Venezia e già sostituto procuratore generale presso la Corte d’Appello di Bologna, Umberto Palma, già sostituto procuratore generale presso la Corte d’Appello di Bologna, Andrea Cecchieri in rappresentanza dell’Avvocatura dello Stato di Bologna.
Il team di magistrati ha dovuto affrontare tantissime difficoltà, a partire dai continui tentativi di depistaggio, «a causa dei quali la verità processuale è arrivata a oltre quarant'anni da quella strage» come sottolineato dagli stessi protagonisti di quelle faticose indagini. Depistaggi che avevano il volto di «falsi testimoni», «informative del Sisde che non portavano a nulla» e «depistaggi mediatici per creare false verità di forte impatto sull’opinione pubblica». Uno il messaggio lasciato dai relatori alla platea che ha assistito al convegno: «Le verità appurate dalle sentenze sono state conquistate ma ora vanno difese, facendone memoria soprattutto in luoghi come questi, le Università, dove si formano gli adulti di domani».