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Non una dichiarazione d’intenti, ma un impegno collettivo

23 aprile 2026

Non una dichiarazione d’intenti, ma un impegno collettivo

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Più dei numeri a raccontare davvero il Piano strategico sono le voci. Quelle che riempiono le aule, i chiostri, i laboratori. Quelle che, per mesi, hanno contribuito a scrivere questo documento, il primo nella storia dell’Ateneo, aperto anche al contributo delle studentesse e degli studenti.

Nelle presentazioni “In dialogo sul futuro dell’Ateneo”, dal 14 al 20 aprile, queste voci, provenienti da tutte le sedi dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, si sono fatte sentire con chiarezza, rendendo evidente uno dei punti di forza dell’Ateneo dei cattolici italiani: la sua straordinaria varietà.

A Cremona, la prorettrice Anna Maria Fellegara ha sottolineato la peculiarità del cammino compiuto per giungere a questo traguardo. Il processo attraverso il quale è stato definito il Piano strategico ha permesso di mettere a fuoco una parola importante: «la condivisione», ha precisato. Essendo un programma condiviso da tutte le componenti della comunità universitaria, ciascuna di esse ha potuto sentire di essere parte di una storia comune.

Non è un caso, infatti, che proprio sul «metodo» si siano concentrati molti dei commenti. A Brescia, la docente Paola Zini ha parlato di «un approccio capace di far entrare i mondi diversi nella comunità universitaria». Non un confronto formale, ma un intreccio reale di esperienze. Per molti, come ha sottolineato a Milano la professoressa Margherita Lanz, qualcosa di inedito: «in tutti i miei anni, non ho mai visto nulla del genere». Un vero e proprio «atto di cura», lo ha definito Tiziana Bove, ordinario di Anestesiologia a Roma.

Sono gli studenti, però, a restituire forse con più forza il senso del cambiamento.

 

A Milano Jolie Casalini ha raccontato la sorpresa di sentirsi davvero ascoltata. A Brescia Marta Carparelli ha parlato di «un laboratorio di cittadinanza attiva». Un «percorso sinodale», lo ha definito Sofia Pavone, studentessa di Healthcare Management a Roma. Antonio Pio di Nuzzo, iscritto a Medicina e chirurgia, ne ha sottolineato persino il valore formativo, auspicando che possa essere seguito anche nei prossimi anni: «l’ascolto delle diverse componenti deve continuare anche in futuro, per formare non solo professionisti, ma cittadini».

È stato «un ascolto concreto, non simbolico» per Guglielmo Fadabini, studente di laurea magistrale in Physics e rappresentante degli studenti a Brescia.

A Cremona, Chiara Valenti ha guardato al futuro del campus partendo dal territorio: è nelle relazioni locali, ha detto, che si gioca la capacità di attrarre e trattenere talenti.

Poi ci sono le storie che attraversano i confini e che mostrano quanto l’Ateneo sia già ora aperto al mondo.

Philemon Mathew Rajan, studente indiano, ha raccontato di aver scelto la Cattolica per l’eccellenza nell’agrifood. A Roma, Akshaya Balamuruman, studentessa di Medicine and Surgery, ha spiegato come la dimensione internazionale sia decisiva: «studiare in ospedali di diversi Paesi significa avere una formazione più completa, perché la medicina oggi è globale».

A Brescia, Lourdes Mututantripatabendige, dallo Sri Lanka, ha descritto una classe in cui si impara anche «confrontandosi tra noi». A Milano, Richard Luwate, arrivato dal Sud Sudan grazie ai corridoi universitari per rifugiati, ha parlato di un’inclusività «palpabile» e di un sogno: riportare un giorno le competenze acquisite nel proprio Paese.

Anche il personale tecnico-amministrativo si è riconosciuto in questo racconto. A Cremona, Nadia Zannoni lo ha detto con semplicità: «siamo stati piccole particelle di un grande cambiamento».

 

E c’è chi guarda già al passo successivo: trasformare il Piano in realtà. Maddalena Baitieri, dell’ufficio ricerca della sede di Milano, non ha nascosto la sfida: «la parte più difficile viene adesso». Tradurre le idee in progetti, trovare risorse, sostenere i giovani ricercatori. E farlo coordinando quattro sedi, cinque campus, dodici facoltà — un unicum a livello nazionale, come ha ricordato Laura Motta, sua omologa nella sede di Roma.

Per Erica Cabrioli, della sede di Brescia, è forse anche la parte più entusiasmante: «sono curiosa che arrivi sulla mia scrivania per poterlo far diventare realtà».

È qui che il racconto trova il suo centro. Il Piano strategico, per la comunità universitaria, non è un traguardo ma un inizio. Un processo che ha già cambiato qualcosa — nel modo di ascoltare, di partecipare, di immaginare il futuro — e che ora chiede, semplicemente, di essere vissuto. Ovvero di diventare un’esperienza, per usare una delle parole chiave con cui l’Università Cattolica del Sacro Cuore si è impegnata ad affrontare il futuro.

 

Un articolo di

Redazione

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