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Brescia, operosa, plurale, in evoluzione

22 ottobre 2026

Brescia, operosa, plurale, in evoluzione

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Parlare di brescianità come se fosse un’eredità monolitica e un destino immutabile è un'illusione concettuale.

Certo, esistono caratteristiche storiche e morali peculiari, ma queste devono essere una sorta di materiale collettivo da cui partire per modellare un’identità aggiornata in base agli interessi e gli accadimenti del presente.

È il messaggio del XIX LaRIS DAY dal titolo "Per una socio-antropologia della brescianità. Eredità e sfide del cattolicesimo sociale", la cui edizione 2026 è stata dedicata ad Anna Casella Paltrinieri, docente di Antropologia culturale nella sede di Brescia, prematuramente scomparsa quattro anni or sono.

«Nei suoi studi Casella Paltrinieri ha approfondito il concetto di identità locale e collettiva» introduce Maddalena Colombo, direttrice del LaRIS.

Ma cosa s’intende, oggi, con identità bresciana? «Sicuramente è qualcosa che porta il segno del cattolicesimo lombardo di cui la città è stata zona di alta rappresentanza. I valori democratici e antifascisti tutt’oggi influenzano i caratteri della persone che compongono, vivono e scelgono Brescia: la sobrietà, il pragmatismo, l’attenzione al popolo» spiega la professoressa Colombo.

Ma «significa anche decostruire la rappresentazione statica veicolata dal senso comune: il mito autocelebrativo dell'operosità infaticabile, riassunto nell'imperativo vernacolare del laurà, la glorificazione della concretezza contro le astrattezze del discorso e l'idea che il lavoro sia l'unico vero metro morale di identità e appartenenza locale» spiega Michele F. Fontefrancesco, docente di Antropologia culturale ed Etnologia.

«Una dinamica che si manifesta chiaramente nella frattura tra i quartieri della città. La Brescia bene non è un'astrazione: ha geografie e indirizzi precisi, arroccata nelle ville storiche sui Ronchi o lungo le prospettive signorili di viale Venezia. Uno sguardo storicamente segnato da un'ansia classificatoria che ha trasformato ciclicamente interi quartieri popolari ed ex periferie in zone malfamate, di cui il Carmine è un caso esemplare di rinegoziazione dell'intimità culturale: per decenni un'appartenenza vero e proprio stigma morale, oggi tramutato in marchio identitario da esibire con orgoglio nei locali del centro».


Con un'evoluzione simile anche il concetto di appartenenza, oggi, non si esaurisce più in una contrapposizione netta tra nativi e forestieri, ma si afferma attraverso un processo aperto e in continuo divenire.

La Brescia di oggi è ormai de facto una realtà cosmopolita, plurale e multietnica, impensabile fino a poche generazioni fa. E lo dimostra il caso di Thilini Siriwardhana Mudiyanselage, Mediatrice culturale dopo un corso in Cattolica e oggi titolare Ceylon Aps a Brescia.

Nel suo speech dal titolo “Diventare bresciani” ha raccontato del suo arrivo in Italia nel 2016 e di come oggi resiede a Brescia col marito e la figlia.

«Come mediatrice culturale col mio un CAF patronato aiuto le persone immigrate – soprattutto srilankesi e senegalesi, a superate le questioni legate all’apprendimento della lingua italiana, alla ricerca del lavoro e alle pratiche burocratiche come i permessi di soggiorno. A Brescia la comunità dalla Sri Lanka è composta da circa mille famiglie, alcuni lavorano come dipendenti, altri hanno lavori autonomi e ditte».

La densità di questa testimonianza risiede nella sua capacità di rovesciare ogni determinismo: «Se mi sento bresciana? Sì, anche se so di essere straniera mi sento molto bresciana perché questa città ha cambiato la mia vita: qui ho la mia casa, la mia famiglia, il mio lavoro. Rispetto a città come Milano, dove ho abitato per qualche anno, è tranquilla, rispettosa, a misura di cittadino».

Ed è così, che una comunità che ha scolpito nel corso dei secoli il proprio Dna attorno alla cultura del fare, all'intraprendenza diffusa e a forme di solidarietà di radice cattolica, oggi è chiamata (e lo sta già facendo) a mantenere quegli stessi valori, declinandoli alla luce di dinamiche globali.

Un articolo di

Bianca Martinelli

Bianca Martinelli

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