La casa comune è pericolante, ma è proprio guardando nelle crepe che si possono individuare i difetti di costruzione e provare a porvi rimedio.
Per dare il proprio contributo nella ricerca degli errori e nella proposta di possibili soluzioni, l’Università Cattolica del Sacro Cuore propone, tra le altre iniziative, da tre anni a questa parte, una serie di seminari che mettono a confronto studiosi di diverse discipline sullo stesso tema. Un modo per offrire alla comunità, con un’iniziativa specifica, il patrimonio di saperi coltivati nelle sue 12 facoltà. Nel 2024 il tema è stato il lavoro, nel 2025 l’impresa, quest’anno è toccato al welfare.
L’incontro — promosso con l’Arcidiocesi di Milano dalle facoltà di Economia, Giurisprudenza, Scienze bancarie, finanziarie e assicurative e Scienze politiche e sociali — si è svolto il 31 marzo nel campus milanese, alla presenza del Rettore Elena Beccalli e dell’Arcivescovo Mario Delpini.
Economisti, giuristi e scienziati sociali hanno dialogato riprendendo l’immagine della crepa nella casa comune, utilizzata da monsignor Delpini nel Discorso alla città dello scorso 5 dicembre.
Perché lo Stato sociale, una delle conquiste del Novecento, è oggi, alle soglie del nuovo millennio, in crisi? Hanno provato a rispondere, ognuno dalla propria prospettiva di studio, i professori Claudio Lucifora (Facoltà di Economia), Renato Balduzzi (Giurisprudenza), Elena Cabiati (Scienze politiche e sociali), Michele Grillo (Scienze bancarie, finanziarie e assicurative) e don Nazario Costante, direttore della Pastorale sociale e del lavoro della Diocesi di Milano, moderati dal professor Giovanni Marseguerra.
Il discorso è partito da una constatazione. «Il modello italiano di welfare, basato sulla logica distributiva, è messo in discussione: serve un cambio di paradigma culturale», ha esordito la professoressa Beccalli, suggerendo che il primo passo da compiere per metterlo a punto è «far dialogare i diversi saperi, la ricerca nelle differenti discipline e le esperienze sul campo», passando «dal saper fare “per” al saper fare “con”».
Nel suo ampio intervento, l’Arcivescovo ha proposto un’altra metafora, che è anche una possibile chiave di lettura: il welfare, secondo Delpini, altro non è che un modo per «abitare il tempo».
«Abitare il tempo», ha spiegato, potrebbe sembrare un’espressione singolare. «Si abita una casa o un luogo, cioè sempre uno spazio. Si può invece abitare il tempo a una condizione: quella di affidarsi a una promessa».
Il tempo, a differenza dello spazio, è una dimensione impalpabile, che porta con sé sempre una quota di incertezza: non si può mai essere sicuri di quello che accadrà un attimo dopo, il futuro è sempre ignoto. Abitare il tempo, significa rendere la sua dimensione di indeterminatezza, di insicurezza, il più confortevole possibile e quindi farla diventare sostenibile e accettabile. In questa prospettiva, allora il welfare è certo un modo per rendere sostenibili, accattabili gli imprevisti che la vita pone dinanzi a ogni uomo e donna in virtù di un patto (una promessa, appunto) fondato sulla solidarietà. E qui veniamo forse alla questione decisiva, al punto di rottura che ha allargato la crepa: qual è il patto che è stato violato e che oggi ci fa temere il collasso dell’edificio, cioè della vita sociale che abbiamo costruito?