Giuseppe Lazzati, figura rilevante per la storia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, raccontato attraverso le parole di un altro protagonista del cattolicesimo italiano, Giuseppe Dossetti. A raccontare la storia di un’amicizia e di una comune visione religiosa che parla ancora alle nuove generazioni è il volume Giuseppe Dossetti. Giuseppe Lazzati tra spiritualità e politica, curato da Franco Monaco e Luciano Pazzaglia per le edizioni Scholè, e presentato in Cattolica venerdì 5 giugno.
Un evento di profondo valore storiografico che si colloca nell’anno del quarantesimo anniversario della scomparsa di Giuseppe Lazzati (1909–1986) – storico rettore dell’Ateneo dal 1968 al 1983, fine intellettuale, padre costituente e testimone di una fede rigorosa incarnata nella storia – e che si collega idealmente all’incontro dello scorso 19 maggio dedicato al dialogo tra generazioni sul pensiero lazzatiano.
Il prezioso lavoro editoriale restituisce alla luce un documento straordinario: un’intervista che i due curatori fecero a Giuseppe Dossetti il 20 dicembre 1986, pochi mesi dopo la morte di Lazzati, arricchita da un’appendice che include l’inedita Deposizione di Dossetti per la causa di beatificazione dell’amico. Un volume, dunque, che colma una lacuna evidente, dato che, ha osservato il rettore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore Elena Beccalli, «la storiografia contemporanea ha dato scarso rilievo a Lazzati e al rapporto con Dossetti». L’opera, infatti, offre una chiave di lettura imprescindibile per comprendere alcuni tornanti della storia del cattolicesimo italiano e, più in generale, della Repubblica italiana, mostrando come la speranza sia stata per Lazzati «la motivazione ultima per la vita futura» e, nel contempo, offrendo ai ricercatori spunti inediti per aprire ulteriori piste di ricerca storica.
Anche il preside di Lettere e filosofia Andrea Canova, si è soffermato sulla grande eredità religiosa, etica e civile consegnata da Giuseppe Lazzati alla storia dell’Ateneo, facendo altresì riferimento al suo incarico di preside della Facoltà dal 1965 al 1968. Un’eredità, quella lazzatiana, che «non è di quelle che possono essere passate sotto silenzio per la storia del Novecento italiano e dei cattolici in politica», evidenziando la necessità di incarnare e applicare quel patrimonio civile e spirituale in una realtà mutata. Ecco perché, ha aggiunto, leggere oggi il dialogo tra queste due personalità significa fare un salto in un passato recente, riscoprendo la storia di anni difficili e conflittuali che aiutano a tracciare le linee del nostro cammino attuale. A testimonianza del profondo legame emotivo e popolare che stringeva Lazzati alla sua comunità, il Preside ha rievocato un commovente episodio avvenuto alla Clinica Capitanio nei giorni della sua scomparsa, quando si scelse di abbattere i muri della sala mortuaria pur di consentire l’ingresso e il saluto della immensa folla accorsa.
Un impatto profondo e personale ripreso da Angelo Bianchi, docente di Storia moderna presso l’Università Cattolica, il quale ha condiviso un ricordo risalente a circa mezzo secolo fa, quando la figura di Lazzati incise in modo decisivo sulle scelte della sua giovinezza di adolescente di provincia. Entrando nel merito del testo, ha evidenziato come dalla deposizione diocesana emerga la tensione di un impegno pastorale e educativo interamente volto alla formazione dei giovani, affinché potessero sviluppare una «prospettiva umana, ampia e articolata attuata nella competenza professionale e nella formazione umana e cristiana». Il docente ha poi tracciato un parallelismo tra le due «personalità forti, rilevanti ma assai diverse»: da un lato Lazzati, uomo equilibrato, paziente, armonico, di poche parole ma deciso nel condurre a termine i propri passi; dall’altro Dossetti, più incline all’azione politica diretta e caratterizzato da rapidi e profondi mutamenti nel proprio percorso. Una diversità che emerse fin dai tempi della Costituente, nella quale Lazzati, di formazione umanistico-letteraria e privo di una specifica competenza giuridica, preferiva non intervenire pubblicamente ma era ascoltatissimo e costantemente consultato, muovendosi con forte riservatezza e attenta misura. Se per Dossetti la vocazione si orientò progressivamente verso lo stato religioso e monastico, la cifra di Lazzati rimase ancorata a una profonda riflessione sulla laicità, trovando nel rettorato – secondo la lettura di Gustavo Bontadini – la sua piena espressione di pietà, clemenza e cultura.
Sulle differenze caratteriali e sulla singolare convergenza dei due protagonisti si è innestato l’intervento di Guido Formigoni, docente di Storia contemporanea presso l’Università IULM di Milano. L’intervista, ha osservato il professore, mette in luce un rapporto di profonda amicizia ma non di totale condivisione, venato da un sobrio rispetto legato alle modalità di esperienza dell’epoca e ai loro caratteri e da un persistente «velo di autonomia». Eppure, Dossetti parla esplicitamente del «fulgore» della figura di Lazzati, evocando una precisa componente di luce. Lazzati fu «politico suo malgrado»: non prendeva la parola nei consessi politici, ma esercitava una straordinaria capacità di guida attraverso il suo assenso, che bastava da solo a dare sicurezza al gruppo e a confermare che «di lui ci si potesse fidare». Il nucleo del suo pensiero, ha spiegato Guido Formigoni, risiedeva nella «libertà della fede e valorizzazione dell’impegno del cristiano», concependo politica e religione come sfere libere e non reciprocamente sottomesse. Di qui l’immagine conclusiva che traspare dalle pagine del libro: quella della «sentinella vigile della notte che invoca e cerca il mattino».
Le motivazioni dell’opera sono state infine illustrate dai due curatori. Franco Monaco ha raccontato il fortuito ritrovamento della registrazione dell’intervista su un vecchio supporto magnetico, ribadendo come la figura di Lazzati sia stata sottovalutata dalla storiografia: se Dossetti era indiscutibilmente il leader politico, in quegli anni il punto di riferimento spirituale dello stesso Dossetti era proprio Lazzati, tanto che si potrebbe paradossalmente affermare che «i due veri dossettiani erano solo loro due». Pur con forti differenze – come il fatto che Lazzati rimase sempre ancorato al pensiero di Jacques Maritain, mentre Dossetti se ne emancipò – la loro visione sulla Chiesa rimase sempre strettamente convergente.
A concludere la presentazione è stato Luciano Pazzaglia, che ha focalizzato l’attenzione sul tema cruciale dell’«essere nel mondo e lavorare con gli strumenti del mondo». Dossetti riconosceva all’amico il grande merito di essere riuscito a mantenere una assoluta coerenza tra l’esperienza dei laici e l’appartenenza agli istituti secolari. Regalando anche un tratto di affettuosa umanità, ha ironizzato sul rigore documentario di Lazzati, il quale «diceva che non conservava nulla del suo archivio, ma in realtà conservava pure i francobolli». Il curatore ha infine citato la toccante lettera che Dossetti scrisse a Lazzati nel momento di lasciare l’Istituto Secolare (i Milites Christi), un’esperienza che per Dossetti era stata come un «secondo battesimo». Pur declinata in modi differenti, la loro profonda e comune visione religiosa rappresenta oggi un patrimonio vivo e un ricordo che l’Università Cattolica e l’intera comunità civile hanno il dovere di proseguire.