Nel trapianto di fegato la sopravvivenza dipende soprattutto dalle condizioni del paziente e dall’esperienza del centro, più che dall’organo donato. È quanto emerge da IMPROVEMENT, il primo grande studio internazionale disegnato per analizzare in modo bilanciato i fattori di successo del trapianto epatico. La ricerca è stata coordinata dalla Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS, con il professor Alfonso Avolio, associato di Chirurgia generale all’Università Cattolica e responsabile UOS Gestione territoriale dei trapianti di fegato del Gemelli, e finanziata dal Ministero della Salute nell’ambito della Ricerca Finalizzata.
Lo studio ha coinvolto 5.218 pazienti di 61 centri in Europa, Asia, Americhe e Oceania. La sopravvivenza è del 93% a 90 giorni, del 90% a un anno e dell’80% a cinque anni. I fattori legati al donatore pesano meno del previsto. I principali fattori di rischio riguardano il ricevente: l’età; la malattia coronarica; l’insufficienza epatica avanzata; il supporto ventilatorio prima dell’intervento; la trombosi complessa della vena porta; la steatosi epatica metabolica (MASLD).
Contano anche le trasfusioni e un tempo di conservazione a freddo dell’organo superiore alle sei ore. Operare in un centro ad alto volume, con oltre 65 trapianti l’anno, protegge in modo significativo da mortalità e complicanze.
«Non si tratta di dividere gli ospedali in migliori e peggiori», commenta il professor Ugo Boggi, Ordinario di Chirurgia generale all’Università Cattolica e direttore della UOC Chirurgia Generale e Trapianti del Gemelli. «Il dato ci dice un’altra cosa: il rischio del singolo paziente si riduce quando il trapianto è inserito in un sistema esperto. Servono équipe abituate ai casi complessi, percorsi consolidati prima e dopo l’intervento, e terapia intensiva, radiologia interventistica ed epatologia disponibili in ogni momento. Il volume di attività non è un numero fine a sé stesso: è la misura dell’esperienza accumulata da un’intera organizzazione. Per questo un grande centro deve continuare a investire nelle persone e nei processi, oltre che nella tecnologia. Così si possono accettare anche i pazienti più difficili senza esporli a rischi evitabili».
Dallo studio nasce un calcolatore che stima il rischio di morte a 90 giorni, a uno e a due anni. È consultabile gratuitamente su https://improvementstudy.pages.dev.
«Il calcolatore mette insieme tre dimensioni: le condizioni del ricevente, le caratteristiche dell’organo e il contesto in cui si esegue l’intervento», spiega il professor Alfonso Avolio. «Basta inserire pochi dati clinici per ottenere una stima personalizzata del rischio. Non è una sfera di cristallo né uno strumento per decidere chi trapiantare. È un supporto alla valutazione degli specialisti, che aiuta a riconoscere in anticipo i pazienti più vulnerabili e a intervenire su ciò che è modificabile. Lo abbiamo costruito con un disegno rigoroso: ogni centro ha contribuito con un numero prestabilito di pazienti, proporzionato alla propria attività nazionale. Abbiamo inoltre confrontato due coorti, prima e dopo la pandemia. Il risultato è uno strumento che rappresenta davvero la trapiantologia mondiale, e non solo quella dei grandi centri. Ringrazio tutti i colleghi che hanno reso possibile questo lavoro».
«Il punto non è solo prevedere il rischio, ma modificarlo», sottolinea il professor Sergio Alfieri, ordinario di Chirurgia generale all’Università Cattolica e direttore del Dipartimento di Scienze mediche e chirurgiche. «Ridurre i tempi di ischemia, preparare al meglio il paziente e usare le macchine di perfusione richiede un lavoro multidisciplinare. È ciò che permette di allargare in sicurezza l’accesso al trapianto».
«IMPROVEMENT mostra che cosa significa essere un IRCCS», dichiara il professor Antonio Gasbarrini, ordinario di Medicina Interna all’Università Cattolica e Direttore scientifico della Fondazione Policlinico Gemelli IRCCS. «Una ricerca indipendente, finanziata con fondi pubblici e coordinata dall’Italia, ha riunito sessanta centri nel mondo e ha prodotto uno strumento gratuito per tutti i clinici. Il peso della malattia metabolica tra i fattori di rischio ci ricorda che la qualità del trapianto si costruisce anche a monte, con la prevenzione e la cura del paziente epatopatico».
«Questo studio testimonia il valore della stretta integrazione tra ricerca, didattica e assistenza che caratterizza la nostra Facoltà di Medicina e Chirurgia», afferma il preside, professor Alessandro Sgambato. «Una ricerca di rilevanza internazionale che si traduce in strumenti concreti per migliorare le cure rappresenta anche un modello formativo per i nostri studenti e giovani medici. È così che si costruisce la medicina del futuro».