Che cosa significa oggi “pensare” in un’epoca in cui sistemi di intelligenza artificiale sono in grado di produrre testi, immagini e analisi in pochi secondi? Quale spazio rimane all’intelligenza umana, e soprattutto quali conseguenze può avere questa trasformazione per le istituzioni democratiche?
Sono queste le domande che hanno guidato l’incontro dal titolo Che cosa significa pensare nell’epoca dell’IA. Una lezione organizzata presso la sede milanese dell’Università Cattolica del Sacro Cuore nell’ambito del Book Forum promosso da CERIDAP – Centro di Ricerca sul Diritto Amministrativo e Pubblico.
Al centro dell’incontro la presentazione del volume La pelle, pubblicato nel 2025 da Il Mulino, del filosofo Maurizio Ferraris, professore presso l’Università degli Studi di Torino. A dialogare con l’autore sono stati il giornalista Luca Tremolada, firma del quotidiano Il Sole 24 Ore e la giurista Diana Urania Galetta, docente di diritto amministrativo. Il dibattito è stato coordinato dalla professoressa Barbara Boschetti, docente dell’Università Cattolica.
Il titolo stesso dell’incontro suggeriva una prospettiva più ampia riguardo l’aspetto teconologico dell’IA: interrogarsi sul rapporto tra tecnologia e società e, più in profondità, sul funzionamento delle democrazie contemporanee.
Uno dei primi punti affrontati da Ferraris ha riguardato l’idea secondo cui l’intelligenza artificiale starebbe per superare l’intelligenza umana. Secondo il filosofo, questa rappresentazione rischia di essere fuorviante perché confonde la quantità di informazioni con la capacità di pensiero.
Per chiarire questo punto Ferraris ha utilizzato un esempio volutamente provocatorio: una biblioteca contiene da secoli più conoscenza di qualunque singolo essere umano, e tuttavia nessuno per questo sostiene che una biblioteca sia più intelligente di una persona. Il problema centrale non riguarda dunque la quantità di dati disponibili, ma il modo in cui l’essere umano vive, interpreta e trasforma le informazioni in esperienza e significato.
Il dibattito si è poi spostato sul rapporto tra intelligenza artificiale e lavoro. Il rischio di una trasformazione profonda del mercato del lavoro appare invece più realistico. Come hanno osservato Ferraris e Tremolada, robot e sistemi automatizzati sono già oggi impiegati anche in funzioni tipicamente d’ufficio.
In questo senso, l’attuale fase dell’intelligenza artificiale segna una discontinuità rispetto alle precedenti rivoluzioni tecnologiche. Tremolada ha ricordato l’ingresso dell’IA nella vita quotidiana nell’autunno del 2022, quando diversi strumenti sono diventati accessibili a milioni di utenti.
Questo passaggio è stato favorito da un contesto storico particolare: la pandemia di Covid-19 che ha accelerato in modo drastico la digitalizzazione della società. In pochi anni si è prodotta una quantità straordinaria di testi, immagini e interazioni digitali. Questo enorme deposito di contenuti ha costituito uno dei principali materiali di addestramento per i sistemi di intelligenza artificiale contemporanei. Tutto ciò che scriviamo e facciamo online non scompare nel flusso della comunicazione digitale, ma viene registrato, archiviato e accumulato.
Secondo il filosofo, questo cambiamento rappresenta una sorta di passaggio metafisico. L’identità e la memoria collettiva si costruiscono sempre più attraverso queste tracce.
Questa trasformazione solleva interrogativi importanti anche dal punto di vista politico e giuridico. Non a caso, negli ultimi anni l’Unione Europea ha avviato un importante processo di regolazione delle piattaforme digitali e dell’intelligenza artificiale, culminato con l’approvazione dell’AI Act nel 2024, il primo quadro normativo al mondo dedicato alla governance dei sistemi di IA. In questo contesto assume particolare rilievo l’articolo 14 del regolamento, che introduce il principio della supervisione umana (“human oversight”) nei sistemi di intelligenza artificiale ad alto rischio, stabilendo che tali sistemi devono essere progettati e utilizzati in modo da consentire un controllo effettivo da parte degli esseri umani, al fine di prevenire o limitare rischi per i diritti fondamentali, la sicurezza e il corretto funzionamento delle istituzioni democratiche.
Un altro elemento centrale emerso nel dibattito riguarda il rapporto tra l’essere umano e la tecnica evidenziando quanto l’uomo è da sempre un animale profondamente connesso agli strumenti tecnici.
Per spiegare questo punto il filosofo ha richiamato la celebre domanda dell’enigma della Sfinge: qual è l’animale che al mattino cammina su quattro zampe, a mezzogiorno su due e alla sera su tre? La risposta, come noto, è l’uomo. Ma nella lettura proposta da Ferraris questa immagine suggerisce anche un’altra riflessione: l’uomo anziano che cammina con il bastone è già un esempio di estensione tecnica del corpo umano.
Fin dalle origini l’umanità ha utilizzato strumenti per superare i propri limiti biologici, l’intelligenza artificiale si inserisce quindi in una lunga storia di protesi tecnologiche che accompagnano l’evoluzione della specie umana.
Il tema dell’educazione ha offerto un ulteriore spunto di riflessione. Ferraris ha ricordato un’osservazione di Immanuel Kant: l’uomo è l’unico animale che deve essere educato. Gli animali possono essere addestrati, ma non educati nel senso pieno del termine. L’educazione non consiste soltanto nell’apprendere comportamenti, ma nel partecipare a una cultura fatta di linguaggi, norme e istituzioni.
Nel confronto con Tremolada è emerso anche un riferimento alla tradizione filosofica che attribuisce un ruolo centrale alla volontà. Ferraris ha richiamato il pensiero di Arthur Schopenhauer, secondo cui la volontà rappresenta il principio fondamentale dell’azione umana. La volontà nasce sempre da una mancanza, da un bisogno da soddisfare. L’intelligenza artificiale, al contrario, non sperimenta alcuna necessità esistenziale.
Questo elemento appare particolarmente rilevante quando si riflette sul rapporto tra tecnologia e democrazia. Le decisioni politiche implicano responsabilità, valori e finalità collettive. Per questo motivo, delegare integralmente tali decisioni a sistemi automatizzati appare problematico.
L’incontro promosso dall’Università Cattolica non ha offerto soluzioni immediate né ricette operative per governare le trasformazioni tecnologiche in corso. Tuttavia, ha restituito al dibattito sull’intelligenza artificiale una profondità spesso assente nel discorso pubblico.
Pensare nell’epoca dell’IA significa interrogarsi su che cosa renda gli esseri umani diversi dalle macchine: la capacità di costruire significato, di assumersi responsabilità e di organizzare la vita collettiva attraverso istituzioni politiche e giuridiche.