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Seveso 2076, una mostra per andare oltre la memoria

09 ottobre 2026

Seveso 2076, una mostra per andare oltre la memoria

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Una caserma trasformata in luogo universitario, un territorio ferito dalla diossina diventato un parco, una tragedia che ha generato nuove conoscenze, nuove regole e una diversa consapevolezza del rapporto tra ambiente, salute e sicurezza. È il filo che unisce il luogo in cui è stata inaugurata la mostra “Seveso 2076” e la storia che la mostra racconta.

A cinquant’anni dall’incidente dell’Icmesa, l’esposizione realizzata dalla Fondazione Lombardia per l’Ambiente e ospitata dall’Università Cattolica del Sacro Cuore, sede di Milano, guarda infatti oltre la memoria del 10 luglio 1976, verso i prossimi cinquant’anni. Il percorso è stato inaugurato lunedì 5 ottobre al Polo San Francesco, alla presenza dei rappresentanti delle istituzioni, del mondo universitario, scientifico e delle realtà che hanno collaborato all’iniziativa.

È proprio dal significato di quel luogo che ha preso avvio l’intervento di Elena Beccalli, rettrice dell’Università Cattolica. Il Polo San Francesco, ha ricordato, è a sua volta un esempio di rigenerazione e riqualificazione: da caserma a spazio universitario. Una trasformazione che dialoga con quella raccontata dalla mostra. «È significativo come una emergenza ambientale diventi laboratorio di futuro», ha sottolineato la rettrice, richiamando la vocazione stessa dell’università: non soltanto conservare e trasmettere il sapere del passato, ma elaborarlo, discuterlo e sperimentarlo in vista del futuro. Ospitare “Seveso 2076” significa così creare un’ideale assonanza tra la storia di una tragedia, che ha cambiato il modo di affrontare le questioni ambientali, e la missione dell’Ateneo.

Un impegno che alla Cattolica ha radici profonde e che comprende anche l’attività dell’Alta Scuola per l’Ambiente, attiva da 17 anni e capace di formare oltre 600 persone. Perché, ha ricordato Beccalli, le questioni ambientali non sono soltanto tecniche, ma hanno una dimensione educativa e culturale. E Seveso ha mostrato in modo drammatico che un incidente industriale non rimane confinato entro i cancelli di uno stabilimento ma coinvolge la salute delle persone, la vita delle comunità e il futuro di un territorio.

A introdurre e moderare l’inaugurazione è stato Stefano Clerici, direttore della Fondazione Lombardia per l’Ambiente. Il suo intervento ha fornito la chiave di lettura dell’intero progetto: cinquant’anni dopo la tragedia, l’obiettivo non è soltanto guardare indietro, ma provare a immaginare altri cinquant’anni. Seveso, ha spiegato, è stato uno spartiacque. Una tragedia che ha modificato il modo di vedere e pensare ambiente, salute e territorio e che ha prodotto nuove conoscenze, nuove regole sulla prevenzione e nuove forme di responsabilità. Da un’emergenza è nato così un patrimonio di conoscenza, costruito attraverso il confronto e la collaborazione tra istituzioni, università e mondo scientifico.

È questa trasformazione che “Seveso 2076” porta dentro il suo percorso espositivo: non una semplice ricostruzione dell’incidente, ma il racconto di ciò che da quella vicenda è scaturito: la nuova coscienza ambientale, la ricerca scientifica, la prevenzione del rischio industriale, l’evoluzione della normativa, la chimica verde e la rinascita del territorio diventano altrettante tappe di un cammino che conduce fino al 2076.

Alla dimensione della conoscenza si è affiancata quella della memoria. E qui l’intervento dell’arcivescovo di Milano e presidente dell’Istituto Toniolo, monsignor Mario Delpini, ha riportato il racconto dentro la dimensione umana di una vicenda di cui fu testimone diretto: nel 1976, infatti, risiedeva al seminario di Seveso. Per monsignor Delpini la mostra «non è soltanto un’esposizione documentaria ma un atto di verità e di consapevolezza, un gesto di responsabilità civile e morale». Il ricordo di Seveso deve infatti tenere insieme due dimensioni: quella dello scandalo per ciò che poteva essere evitato e quella della solidarietà dimostrata dalla popolazione, dalle istituzioni e dalle comunità.

L’Arcivescovo ha parlato senza attenuare la durezza di quella memoria: il disastro poteva essere evitato, e invece è capitato; l’informazione avrebbe dovuto essere precisa e tempestiva, mentre fu tardiva e alla ricerca del clamoroso più che dell’interpretazione dei fatti e delle conseguenze. Anche la tutela della salute, in particolare delle mamme in attesa, doveva essere una priorità, ha sottolineato, denunciando la strumentalizzazione che accompagnò quei giorni.

Ma la storia di Seveso è anche, nelle parole dell’Arcivescovo, «la celebrazione di una solidarietà efficiente, commovente, lungimirante». Quella della popolazione dei comuni colpiti, che visse paura, incertezza e smarrimento, ma seppe reagire con dignità e capacità di ricostruzione. Quella delle istituzioni civili e sanitarie e quella della Chiesa ambrosiana, con le parrocchie, i sacerdoti e i volontari accanto alle famiglie, agli sfollati e alle persone preoccupate per la propria salute e quella dei figli. Un ricordo particolare è stato dedicato al cardinale Giovanni Colombo, allora arcivescovo di Milano, che visitò le zone colpite, incontrò le famiglie evacuate e sostenne quanti erano impegnati sul territorio, richiamando alla trasparenza, alla responsabilità e a una cultura della sicurezza.

Nelle parole dei rappresentanti delle istituzioni e degli enti coinvolti è tornato lo stesso tema. Giorgio Maione, assessore all’Ambiente e clima della Regione Lombardia, ha portato il saluto del presidente Attilio Fontana. Alessia Borroni, sindaca di Seveso, ha rappresentato il legame diretto con il territorio da cui questa storia ha avuto origine. Maria Alessandra Gallone, presidente di ISPRA, Piero Frazzi, presidente della Fondazione Lombardia per l’ambiente, Lucia Lo Palo, presidente di ARPA Lombardia, Claudia Sorlini, vicepresidente di Fondazione Cariplo, e Annarosa Racca, presidente di Federfarma Lombardia, hanno richiamato, da prospettive diverse, il valore di una risposta costruita insieme. Il messaggio espresso è stato unanime: il territorio di Seveso non è rimasto fermo alla ferita del 1976, ma ha saputo rialzarsi, diventando anche un modello per affrontare le emergenze.

Da Seveso, infatti, è nata una diversa consapevolezza del rapporto tra salute e ambiente. Lo ha sottolineato Paolo Mocarelli, già professore ordinario di Biochimica clinica all’Università degli Studi di Milano-Bicocca e testimone diretto di quei giorni, quando la paura era accompagnata dalla scarsità di conoscenze sugli effetti della diossina. Proprio la vicenda di Seveso avrebbe contribuito a sviluppare studi e conoscenze scientifiche destinati a diventare fondamentali per comprendere gli effetti dell’esposizione e per costruire nuove politiche di prevenzione.

Il simbolo più concreto della trasformazione è però il Bosco delle Querce: un’area segnata dalla contaminazione che nel tempo è diventata parco, spazio di vita e luogo di incontro per la comunità. La sua storia è una delle manifestazioni più evidenti della possibilità di trasformare una ferita ambientale in un progetto di rigenerazione.

La mostra raccoglie inoltre le testimonianze di alcune delle persone che hanno vissuto e contribuito a quel cambiamento e si apre con la proiezione de “La Nube”, il documentario prodotto dalla Rai in occasione del cinquantesimo anniversario della vicenda Icmesa, realizzato con la collaborazione della TGR Lombardia.

«Questa mostra è un ponte tra passato e futuro», ha concluso monsignor Delpini. Un ponte che chiede di custodire la memoria, promuovere la responsabilità e coltivare la speranza.

“Seveso 2076” è visitabile gratuitamente fino al 31 ottobre, dalle 10 alle 17, presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, campus di Milano, Polo San Francesco, piazza Sant’Ambrogio 9. La mostra è realizzata dalla Fondazione Lombardia per l’Ambiente in collaborazione con Regione Lombardia, ARPA Lombardia, Fondazione Cariplo e Federfarma Lombardia.

Un articolo di

Agostino Picicco

Agostino Picicco

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