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Università e Policlinico Gemelli: due piani strategici per disegnare il futuro

29 gennaio 2026

Università e Policlinico Gemelli: due piani strategici per disegnare il futuro

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Rivolgo a ciascuno di voi un cordiale benvenuto alla cerimonia di inaugurazione delle attività della sede di Roma dell’Università Cattolica del Sacro Cuore per l’anno accademico 2025/2026.

Esprimo un deferente saluto alle Eminenze Reverendissime il Cardinale Giovanni Battista Re, il Cardinale Baldassare Reina, il Cardinale Lorenzo Baldisseri e alle Eccellenze Reverendissime che ci onorano della loro presenza. Un sincero ringraziamento va a Sua Eccellenza Monsignor Claudio Giuliodori, per il suo servizio e per aver presieduto la celebrazione eucaristica.

Desidero rivolgere un saluto alle pregiatissime Autorità civili e militari; in particolare ai senatori e ai deputati della Repubblica, al Vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura Fabio Pinelli e al Presidente della Corte dei Conti Guido Carlino. Mi è gradito rivolgere un ringraziamento profondo, sincero e davvero speciale al Ministro della Salute Orazio Schillaci e al Presidente della Regione Lazio Francesco Rocca, che tra poco avremo il piacere di ascoltare. A loro, e alle Istituzioni della Repubblica che autorevolmente rappresentano, esprimo la nostra più viva e autentica gratitudine per il costante sostegno, anche economico, che ci stanno sempre più assicurando. Un supporto prezioso e determinante, che consente al Policlinico e all’Università di continuare a perseguire con forza e responsabilità la propria missione, fondata sull’eccellenza, sulla cura integrale di ogni persona e su un irrinunciabile spirito di solidarietà.

Saluto i Magnifici Rettori e loro rappresentanti, il Prorettore Vicario professoressa Anna Maria Fellegara, i Presidi delle Facoltà e i Delegati rettorali. In apertura di questo mio discorso inaugurale, consentitemi un ricordo commosso e grato dell’esemplare figura del professor Giovanni Scambia, un visionario dal tratto concreto, un autentico maestro, al quale va la gratitudine della famiglia dell’Università e del Policlinico per essere stato l’anima del nostro IRCCS. Al contempo, rinnovo viva riconoscenza al professor Antonio Gasbarrini che, nell’anno trascorso, ha concluso l’incarico come Preside accettando di ricoprire il ruolo di Direttore scientifico dell’IRCCS, una realtà di straordinario valore per l’ecosistema Gemelli poiché rappresenta il cuore delle attività di ricerca e innovazione.

Un benvenuto rivolgo al nuovo Preside della Facoltà di Medicina e chirurgia professor Alessandro Sgambato, ringraziandolo per l’assoluto rigore e per la dedizione che riserva alle fondamentali questioni universitarie. Un saluto caloroso va alla professoressa Antonella Occhino, Preside della Facoltà di Economia, una Facoltà che sta ottenendo significativi apprezzamenti anche nel campus di Roma.

Colgo altresì l’occasione per rivolgere un benvenuto agli illustri membri del nuovo Consiglio di Amministrazione dell’Università, insediatosi a inizio anno, per il contributo che ci offriranno. Un ringraziamento va agli autorevoli esponenti del Comitato di indirizzo dell’Istituto Giuseppe Toniolo di Studi Superiori e alla governance della Fondazione Policlinico Agostino Gemelli IRCCS. Innanzitutto, manifesto la mia gratitudine al Presidente Daniele Franco, la cui guida saggia e determinata ha già consentito di raggiungere importanti risultati in questo primo anno, anche in virtù del lavoro sinergico con i consiglieri della Fondazione, che ringrazio.

Esprimo la mia riconoscenza al nuovo Direttore Generale della Fondazione Daniele Piacentini. Sin dai primi mesi di lavoro, ne abbiamo apprezzato l’assoluta competenza e le riconosciute capacità gestionali, caratteristiche che sono certa sapranno assicurare una guida autorevole. Dedico un vivo ringraziamento al professor Marco Elefanti per il lungo e meritorio impegno profuso a beneficio della Fondazione. Nei suoi due mandati, ha gestito l’Ospedale contribuendo, con slancio e spirito di innovazione, alla definizione di un assetto più moderno dell’attività clinica e assistenziale.

Rivolgo infine un saluto sincero e non meramente formale all’intera comunità universitaria: colleghe e colleghi docenti, ricercatrici e ricercatori, assegniste e assegnisti di ricerca, specializzande e specializzandi, dottorande e dottorandi. Una comunità che si completa con il Direttore Generale, i Direttori di Sede e lo stimato personale tecnico-amministrativo, il personale sanitario e gli assistenti pastorali. Un pensiero particolare va alle studentesse e agli studenti, i nostri migliori ambasciatori. La nostra è proprio una famiglia, una comunità che, come un’orchestra – per riprendere un’immagine che ho già richiamato – trae la propria forza dalla cooperazione armonica delle diverse sensibilità che la compongono. Come in una famiglia, dedico un ricordo commosso a chi ci ha lasciato nel corso di quest’anno ed esprimo una particolare vicinanza alla Direttrice delle Risorse Umane della Fondazione.

Nel dare avvio alla cerimonia, vorrei partire dal tema narrativo che unirà tutti i dies: l’alleanza tra generazioni. Nel campus romano si tratta di un tema di rilevanza strategica ormai da molti anni, sia nella ricerca scientifica sia nell’attività clinica, in particolare nella prospettiva di un invecchiamento attivo, inclusivo e in salute. Due personalità di assoluto rilievo ci aiuteranno a inquadrare la tematica. Rivolgo, dunque, un saluto al professor Silvio Garattini, oncologo, farmacologo e ricercatore italiano di fama mondiale, presidente e fondatore dell’Istituto di ricerche farmacologiche “Mario Negri”, e al professor Francesco Landi, Ordinario di Medicina interna e Direttore del Dipartimento di Scienze dell’Invecchiamento, Ortopediche e Reumatologiche, che pronunceranno prolusioni incentrate su aspetti cruciali per l’ambito sanitario, rispettivamente la salute nelle diverse fasi dell’esistenza umana e la longevità come responsabilità condivisa. Vi sono grata, a nome di tutto l’Ateneo, per aver accolto il nostro invito. Un vivo ringraziamento rivolgo, infine, alla studentessa Maria Chiara Di Lorenzo, che porterà la sua testimonianza come rappresentante in Consiglio di Facoltà e nel Presidio di Qualità dell’Ateneo. Il suo impegno, come quello di decine di altri studenti in tutte le sedi, testimonia la partecipazione genuinamente creativa alle attività degli organi della nostra Università. Un contributo della cui importanza sono fermamente convinta.

Università e Fondazione: due piani strategici per disegnare il futuro

In questi mesi, Università Cattolica e Policlinico Gemelli sono stati impegnati in un processo di ampio respiro per l’elaborazione dei rispettivi piani strategici, entrambi fondati su un principio cardine: valorizzare il profilo di istituzioni cattoliche non profit. Ciò significa orientarsi verso l’eccellenza educativa, clinica e scientifica, ponendo al centro la persona e promuovendo modelli fondati su umanità, solidarietà e rispetto della dignità. Due piani caratterizzati inoltre da un medesimo metodo di lavoro, basato sulla partecipazione di tutte le componenti delle rispettive comunità, con il coinvolgimento di oltre 600 tra docenti, studenti e personale tecnico-amministrativo dell’Università e più di 400 collaboratori nei vari ruoli organizzativi dell’Ospedale.

Nello specifico, nel prossimo triennio, le attività dell’Università Cattolica del Sacro Cuore ruoteranno prevalentemente attorno a cinque pilastri tra loro interconnessi, radicati nell’identità dell’Ateneo e orientati a generare impatto sociale. In particolare riguardano: l’istituzione di una scuola di integrazione dei saperi per rafforzare l’interdisciplinarità nell’affrontare le grandi questioni del nostro tempo; il rinnovamento di contenuti e metodologie dell’offerta formativa, privilegiando qualità e uso consapevole dell’intelligenza artificiale e al contempo favorendo lo sviluppo del lifelong learning attraverso la piattaforma internazionale FutureLearn; la valorizzazione della ricerca e dei ricercatori, per consolidare il profilo di research university e per attrarre e trattenere i giovani talenti; il rafforzamento dell’internazionalizzazione, sia per ampliare il nostro posizionamento globale, attraverso accreditamenti e programmi congiunti, sia per potenziare la natura identitaria attraverso il Piano Africa e le reti tra università cattoliche; infine, lo sviluppo delle attività di fundraising, ispirate all’idea del dono come reciprocità, per sostenere progettualità strategiche e garantire l’accessibilità a tutti ai nostri percorsi.

Allo stesso tempo, il Policlinico Gemelli, con un piano industriale quadriennale, intende consolidare il suo ruolo di grande academic hospital europeo, pur in un contesto economico complesso. Riconosciamo infatti quanto Governo e Regione Lazio stanno facendo per sostenere il Gemelli, per esempio per quel che riguarda il pronto soccorso; tuttavia, si rende improcrastinabile un intervento a livello nazionale sul finanziamento dei DRG.

Obiettivo del piano è realizzare un profondo lavoro interno di innovazione organizzativa e gestionale. Il perno sarà lo sviluppo di nuovi modelli clinico-assistenziali basati su percorsi di cura dei pazienti per superare l’attuale frammentazione per prestazioni specialistiche, adozione di approcci incentrati sulla misurazione degli outcome clinici di percorso e rafforzamento della ricerca. Una progettualità distintiva è il nuovo Centro Cuore che, con il sostegno di Fondazione Roma, sarà attivo dal 2029 e rappresenterà il primo esempio di questo modello.

Considerati i significativi progressi dell’ultimo anno, l’intento, ambizioso ma concreto, è riportare il Policlinico Gemelli al pareggio economico nel biennio 2028/2029, assicurando universalità nell’accesso alle cure, elevati standard di qualità, condizioni di lavoro ottimali per il personale e di apprendimento per gli studenti.

Un ecosistema che si completa con l’Ospedale Isola Tiberina - Gemelli Isola, un ospedale territoriale di alto livello che costituisce un modello per i presidi dei centri cittadini grazie anche all’integrazione con un grande Policlinico e un’autorevole Facoltà. L’alleanza tra le Istituzioni, nel pieno rispetto dei loro ruoli e apporti – che devono sempre risultare armoniosi e in equilibrio – sarà dirimente per raggiungere gli obiettivi dei piani e consolidare il ruolo di leadership dell’ecosistema Gemelli.

I numeri del campus

I due piani strategici che ho tratteggiato prendono vigore dalla forte sinergia tra il Policlinico e le due Facoltà che operano nel campus. I numeri lo testimoniano. Con i loro 8.196 iscritti, Medicina e chirurgia ed Economia hanno accolto 1.925 nuovi immatricolati, con un aumento di circa il 4,7% rispetto all’anno precedente. Un anno accademico, dunque, particolarmente ricco e fecondo per questo campus. Senza dimenticare i 2.176 specializzandi pienamente coinvolti nella vita dell’Ospedale. I nostri percorsi di studio, dal carattere innovativo e interdisciplinare, nell’anno accademico 2026/27 si arricchiranno ulteriormente con la nuova laurea magistrale in Psicologia clinica attivata insieme alla Facoltà di Psicologia dell’Ateneo.

Essenziale è la stretta collaborazione con il Policlinico che, con una forte vocazione all’accessibilità e all’universalità delle cure, opera da oltre 60 anni come una delle principali realtà sanitarie italiane. Alcune cifre: oltre 1.500 posti letto, più di 1 milione di pazienti assistiti ogni anno, circa il 90% di pazienti ricoverati attraverso il Sistema Sanitario Nazionale, oltre il 22% dei pazienti extra-regione. Una qualità nell’assistenza riconosciuta da indicatori e classifiche: per Newsweek è infatti tra i migliori 50 ospedali al mondo e il 2° migliore ospedale in Italia. Nel 2025 sono state avviate importanti azioni per migliorare l’esperienza dei pazienti, in particolare nel pronto soccorso e nella riduzione delle liste di attesa per interventi ad alta complessità. Le azioni strutturali e organizzative adottate nel secondo semestre hanno già prodotto una riduzione sia dei tempi di ricovero dal pronto soccorso (da 2.400 a 1.500 minuti medi) sia dei tempi di attesa nelle aree chirurgiche. Risultati che si potenzieranno con l’ampliamento e la ristrutturazione del pronto soccorso, un progetto che richiede il sostegno delle istituzioni e della comunità.

Un ecosistema che si colloca tra i primi centri italiani per ricerca accademica e clinica che, superando complessivamente 71 milioni di euro, testimonia una forte capacità di attrazione di fondi competitivi e collaborazioni industriali. Gli autorevoli riconoscimenti lo confermano inequivocabilmente con l’assegnazione da parte dello European Research Council di ben due ERC nel bando 2025. Nello specifico, un ERC Synergy Grant a Massimiliano Papi e Ivo Boskoski e uno Starting Grant ERC a Gianluca Ianiro. Nelle ultime settimane, importanti assegnazioni sono arrivate anche sul fronte nazionale, in particolare dal Fondo Italiano per la Scienza (FIS 2024-25), che ha finanziato per oltre 5,4 milioni di euro i progetti di Teresa Mezza, Luigi Balasco, Martina Musella, Eugenio Maria Mercuri. A questi colleghi – oggi presenti – e ai loro team di ricerca, va il plauso dell’intera famiglia universitaria. La ricerca, infatti, rappresenta non solo un investimento sul futuro della medicina, ma anche una leva fondamentale per offrire ai pazienti, già oggi, nuove opportunità terapeutiche.

Un ecosistema, infine, dalla forte proiezione internazionale, capace di prestare attenzione anche alle aree più povere del pianeta e a quelle segnate da crisi umanitarie come Gaza. Tra i numerosi progetti avviati, vorrei segnalare quello in Mozambico dedicato alla salute materno-infantile e realizzato in collaborazione con CUAMM. Grazie, di cuore, a tutti coloro che si prodigano per questa e per le altre iniziative che stiamo portando avanti con il Piano Africa. Permettetemi un’ultima considerazione legata a questo Piano: al termine della cerimonia, riceverete il libro L’Università Cattolica con l’Africa. Educazione, solidarietà, sviluppo, edito da Vita e Pensiero, che ringrazio. Raccoglie le prolusioni delle diverse giornate di inaugurazione dello scorso anno accademico. Un piccolo segno del nostro impegno con l’Africa che sta dando i suoi primi frutti.

Alleanza tra generazioni: restituire all’umano tutte le età della vita

Entrando nel merito del tema di questo anno accademico, l’alleanza tra generazioni, desidero avviare la mia riflessione sulla longevità partendo da una constatazione: l’invecchiamento, insieme alle migrazioni, è una delle questioni più urgenti del nostro secolo. La longevità, infatti, è diventata di massa. Secondo le proiezioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, entro il 2030 una persona su sei nel mondo avrà 60 anni o più, per un totale stimato di 1,4 miliardi. Questo numero è destinato a crescere ulteriormente, raggiungendo i 2,1 miliardi entro il 2050. Particolarmente significativo è l’aumento previsto della popolazione over 80, che tra il 2020 e il 2050 triplicherà, arrivando a toccare quota 426 milioni. In riferimento all’Italia, i dati ISTAT mostrano che già nel 2025 gli over 80 sono stati circa 4,6 milioni, un numero che ha superato quello dei bambini sotto i 10 anni. Complessivamente un saldo naturale fortemente negativo. Evidenze che impongono studi per delineare policy e interventi per un invecchiamento attivo, in salute e inclusivo.

Del resto, l’OMS ha promosso lo UN Decade of Healthy Ageing (2021–2030), una delle principali iniziative globali dedicate alle trasformazioni demografiche. Alla base vi è la consapevolezza che l’invecchiamento rappresenta una dimensione strutturale, non settoriale, dello sviluppo sociale, culturale ed economico, che richiede un ripensamento profondo nel modo di concepire le fasi della vita, riconoscendo il valore e la dignità di ciascuna di esse. Occorre superare la cultura dominante della produttività, stigmatizzata da Papa Francesco in cui “gli anziani entrano come materiale di scarto”. Un modello che porta a realizzare per gli anziani “piani di assistenza, ma non progetti di esistenza” (Catechesi sulla vecchiaia, 23 febbraio 2022).

In sostanza, non ci dobbiamo occupare di longevità solo in termini fisiologici ma nel senso della pienezza della vita e della possibilità di dare e di ricevere. Potremmo chiederci: che senso ha vivere più a lungo se poi si è in solitudine e abbandonati? Che senso ha vivere in una società in cui in una piazza si possono incontrare fino a cinque generazioni che però non si conoscono e non dialogano? Il rapporto tra le generazioni, anche per l’assenza di significativi punti di riferimento, rischia di essere solo all’insegna della de-generazione e non, piuttosto, della ri-generazione, ovvero della rinascita (G. Zagrebelsky, Senza adulti, Einaudi, 2016).

Il nostro impegno in questo anno accademico deve allora partire riscoprendo una consapevolezza di fondo: gli anziani sono una risorsa poiché grazie al loro patrimonio esperienziale e valoriale, possono orientare i giovani nelle loro scelte di vita. Nel momento in cui si è solidali con gli anziani, essi restituiscono a loro volta molto più di quanto ricevono. Ecco il ruolo trasformativo dell’alleanza intergenerazionale per lo sviluppo integrale della società. Ciò significa che una società più longeva non è solo una società con una più elevata speranza di vita, ma è anche un luogo in cui si tessono relazioni feconde e inclusive. Papa Francesco ci ha spronati a riscoprire questa consapevolezza in maniera inequivocabile, quando ricordava che, cito: “L’alleanza fra le generazioni, che restituisce all’umano tutte le età della vita, è il nostro dono perduto e dobbiamo riprenderlo. Deve essere ritrovato, in questa cultura dello scarto e in questa cultura della produttività”.

Dunque, per restituire all’umano tutte le età della vita occorre superare un vuoto di pensiero, andando a costruire – con creatività e rigore – contesti di vita inclusivi e comunità capaci di sostenere l’autonomia e al tempo stesso le relazioni tra le generazioni. Parallelamente, occorre ridefinire i sistemi di salute e di welfare, orientandoli verso modelli integrati e centrati sulla persona per rispondere ai bisogni complessi dell’età avanzata e per garantire cure adeguate. Tutto ciò necessita di una governance condivisa e multisettoriale, in cui istituzioni, università e società civile collaborino per costruire comunità più eque, inclusive e solidali tra le generazioni.

Abbiamo solidi riferimenti culturali che possono aiutarci. Per Martha Nussbaum, una società giusta riconosce piena dignità a ogni persona lungo tutto l’arco della vita, rifiutando ogni visione che riduca l’età avanzata a improduttività, costo sociale o marginalità. In tal senso, l’invecchiamento è dunque parte integrante di una vita umana pienamente realizzata. Di qui la necessità di superare qualsiasi forma di ageismo, ossia di discriminazione legata all’età. Un pensiero, quello di Nussbaum, che tra l’altro offre una base etica a una visione intergenerazionale della giustizia, fondata sulla responsabilità condivisa e sulla reciproca interdipendenza tra le età della vita (Giustizia sociale e dignità umana. Da individui a persone, il Mulino, 2002). La cura e l’interdipendenza non sono eccezioni, ma condizioni universali dell’esperienza umana, che rendono possibile una relazione autentica e non gerarchica tra generazioni.

Una relazione che vede nel dialogo una risorsa essenziale per la costruzione di una società capace di integrare memoria, responsabilità e progettualità.  E ciò è possibile solo avendo presente l’importanza del legame temporale tra le generazioni, come ci ha insegnato María Zambrano. Per la filosofa, il significato dell’essere nel tempo va interpretato come apertura a una dimensione esistenziale condivisa tra generazioni: è infatti nello spazio del tra – tra chi ha preceduto e chi verrà – che l’esistenza trova senso, riconoscendosi come parte di una storia comune e di un destino condiviso.

Come anticipato, al vuoto di pensiero da colmare, si aggiunge anche una dimensione più pratica, che è innanzitutto quella economica. Se è vero, infatti, che l’incremento della popolazione anziana comporta una contrazione della forza lavoro e un aumento della spesa per pensioni e assistenza sanitaria, è altrettanto vero che la transizione demografica richiede un cambio di prospettiva economica.

Come sottolinea il Rapporto sulla Silver Economy in Italia elaborato da un gruppo di ricerca dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, l’invecchiamento va considerato una risorsa e un’opportunità. Gli anziani, da questo punto di vista, rivestono un ruolo sempre più rilevante nella società e nell’economia attraverso quell’insieme di attività definite appunto silver economy: un ambito in espansione e potenzialmente in grado di affermarsi come una leva strategica di sviluppo, capace di favorire coesione e benessere. Risorse, quelle generate dalla silver economy, che, in una logica di circolarità tra le generazioni, andrebbero investite principalmente in formazione, politiche attive del lavoro, ricerca e sviluppo, contribuendo in tal modo a contrastare l’indebolimento delle condizioni delle nuove generazioni, da cui dipende la forza innovativa e competitiva di un paese.

In questo approccio si evince chiaramente il valore della solidarietà intergenerazionale, elemento costitutivo di una società inclusiva e sostenibile. Ne consegue la grande sfida di trasformare le criticità legate all’invecchiamento in opportunità di sviluppo delineando politiche che riconoscano negli anziani un capitale sociale attivo.

Come osserva Silvio Garattini, se, da un lato, l’Italia è tra i popoli più longevi, dall’altro, scende molto nella classifica globale quando si valuta la qualità di vita sana in età avanzata (Invecchiare bene. La guida pratica per vivere a lungo, felici e in salute, 2021). Esattamente in tale contesto si inserisce l’operosa attività del nostro campus romano dove la Facoltà di Medicina e chirurgia e il Policlinico Gemelli sono stati senza dubbio pionieri. Ne è un emblema l’attivazione, 25 anni fa, del Centro di medicina dell’invecchiamento (Ce.M.I.), in una fase storica in cui la cura e la salute degli anziani erano considerate marginali nel sistema sanitario. Copiosa e di elevata qualità la ricerca scientifica condotta in questi anni dai nostri ricercatori su stili di vita e prevenzione.

Si tratta di un ambito di ricerca di grande rilevanza poiché consente di individuare linee di intervento concrete e innovative per gestire in modo proattivo le trasformazioni demografiche in atto. In tale prospettiva, sottolineo ancora una volta come siano essenziali collaborazioni stabili tra istituzioni, mondo accademico e attori economici. L’Italia che, dopo il Giappone, presenta il più alto tasso di invecchiamento della popolazione, può diventare un laboratorio di buone pratiche, capace di sviluppare modelli sostenibili di longevità attiva e inclusiva. Per questo l’Università Cattolica del Sacro Cuore conferma, con ancora maggiore convinzione, la propria volontà di lavorare in sinergia sui temi dell’healthy aging.

Conclusioni

Facendomi guidare da un approccio interdisciplinare, ho indicato le ragioni per le quali credo che l’alleanza tra generazioni sia cruciale per il futuro del campus romano dell’Ateneo dei cattolici italiani. Riassumo i tratti salienti.

Innanzitutto, sul piano della ricerca scientifica: l’invecchiamento della popolazione va interpretato come una nuova frontiera di conoscenza, non come un onere. Analogamente in ambito assistenziale, occorre creare spazi e modelli capaci di rispondere in modo concreto ed efficace ai bisogni dei pazienti anziani. Infine, sul piano degli assetti organizzativi serve ripensare gli ambienti lavorativi e comunitari per attrarre giovani talenti e trattenerli, sostenendo al contempo chi da anni opera con dedizione e professionalità.

Per l’Università Cattolica del Sacro Cuore, l’alleanza tra generazioni abbraccia una prospettiva ulteriore e decisiva: significa custodire l’eredità ricevuta dal passato e contemporaneamente rinnovare competenze e approcci per essere al passo coi tempi. Significa, come ha messo in luce Papa Leone XIV, prendere consapevolezza che con l’avanzare dell’età in molti riaffiora la domanda sul senso dell’esistenza (Leone XIV, Udienza ai partecipanti al II Congresso internazionale di Pastorale degli anziani, 3 ottobre 2025). È proprio beneficiando della saggezza dei più anziani che si possono trovare risposte a un interrogativo così dirimente.

Avviandomi alle conclusioni prendo spunto da una riflessione di un autentico pensatore laico com’era Norberto Bobbio il quale ricordava che nelle società tradizionali, che si evolvono lentamente, «il vecchio racchiude in se stesso il patrimonio culturale della comunità, in modo eminente rispetto a tutti gli altri membri di essa. Il vecchio sa per esperienza quello che gli altri non sanno ancora». Al contrario, nelle società evolute, «il mutamento sempre più rapido sia dei costumi sia delle arti ha capovolto il rapporto tra chi sa e chi non sa». Infatti, «il vecchio diventa sempre più colui che non sa rispetto ai giovani che sanno, e sanno, tra l’altro, perché hanno maggiore facilità di apprendimento» (N. Bobbio, De senectute e altri scritti autobiografici, a cura di P. Polito, Einaudi, 2006, p. 20).

Questo capovolgimento delle fonti del sapere genera una frattura tra generazioni che indebolisce la società e, in ultima istanza, non favorisce nessuno. Qui emerge allora la missione di un Ateneo come il nostro, che rifiuta le logiche polarizzanti e riconosce nell’integrazione dei saperi un tratto distintivo in grado di unire armonicamente non solo le discipline, ma anche le generazioni.

È in questo orizzonte che il campus romano già costituisce un laboratorio privilegiato in cui l’alleanza tra generazioni prende forma concreta attraverso la cura e la ricerca dedicate, insieme, agli anziani, ai giovani e ai neonati. Nell’approssimarsi della 48° Giornata nazionale per la vita, incentrata sul tema “Prima i bambini”, è una gioia ricordare che l’ecosistema Gemelli è tra i principali centri nascita del paese e il primo del Lazio, con oltre 4.000 parti all’anno. È in questa feconda intersezione tra le generazioni che si radica la nostra speranza.

Il discorso di

Elena Beccalli

Elena Beccalli

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