Bombardare un paese senza dichiarazione di guerra e senza mandato ONU, assassinare un capo di stato assieme alla sua famiglia, oltre a centinaia di altre persone, fra cui moltissime bambine innocenti colpite da missili israeliani mentre erano a scuola, può sembrare una palese violazione del diritto internazionale. Anzi, è proprio una violazione fragrante del diritto internazionale. Ma, in fondo, a chi importa più del diritto internazionale? Noi occidentali, tornati frettolosamente a credere alla “legge della giungla”, sembriamo pronti a scordarci di tutta la nostra storia dal 1945 in poi.
E però va detto che l’attacco israelo-statunitense all’Iran – scatenato mentre erano in corso trattative diplomatiche – è stato fatto per una buona causa. Lasciamo ai lettori la scelta della motivazione: a) siamo corsi in aiuto del popolo iraniano oppresso da un regime brutale; b) vogliamo provocare il regime change, ossia bombardiamo affinché gli iraniani scendano di nuovo in piazza come lo scorso gennaio – quando furono massacrati senza pietà da Basij e dai Pasdaran – e questa volta li invitiamo a sfidare le loro forze di sicurezza mentre piovono ovunque le bombe; c) è una guerra preventiva, di fatto ci siamo solo difesi; d) l’Iran stava per arrivare a costruire l’arma atomica e missili con gettata intercontinentale.
In ogni caso sarà una guerra breve, ma forse non così tanto. Anzi, visto che non si arrendono sarà lunga. Sarà solo aerea, non manderemo truppe di terra, anche perché non ne abbiamo nella regione, ma se sarà necessario potremo anche inviarle e invadere il paese.
Se non fosse che ogni giorno muoiono persone, per lo più civili, se non fosse per le tragiche immagini di una regione messa a ferro e fuoco, dall’Iran al Libano, dalle città israeliane a quelle del Golfo, se non si rischiasse una crisi finanziaria ed energetica mondiale, le dichiarazioni del presidente Trump e dei suoi sodali sembrerebbero uscite da una commedia dell’assurdo. Purtroppo, rappresentano bene la mancanza di una chiara prospettiva strategica in un conflitto che sembra essere stato voluto soprattutto da Israele. Gli obiettivi strategici del governo di ultradestra di Tel Aviv sono al contrario più evidenti: non solo per Bibi Netanyahu una nuova guerra è il mezzo migliore per vincere le elezioni, ma si accarezza il sogno di eliminare per sempre il nemico esistenziale dello stato ebraico, ora che Teheran è indebolita e appare alle corde. Inebriato dalla propria iper-potenza, Israele ha rinunciato alla leva politica in favore di quella militare.
La reazione iraniana è stata quella, lo avevano del resto annunciato, di massimizzare i costi internazionali del conflitto tramite la sua regionalizzazione. Incapaci di infliggere danni significativi a USA e Israele, hanno attuato la cosiddetta “deterrenza del caos”, con una risposta – per così dire – orizzontale: attacchi deliberati e di enorme impatto mediatico contro le monarchie arabe del Golfo. Non solo contro le basi americane nella regione, ma contro i simboli del successo dei detestati vicini lungo l’altra sponda del Golfo: gli aeroporti di Dubai e Abu Dhabi, gli alberghi lussuosi, contro le infrastrutture energetiche così come contro le ambasciate e i consolati americani. In più, l’annuncio di “chiudere” lo stretto di Hormuz, la vena giugulare dell’energia del sistema internazionale. Per anni, gli analisti di cose militari avevano dibattuto se l’Iran avesse realmente questa capacità; in realtà, lo hanno dimostrato gli Houthi nel Mar Rosso, bastano pochi attacchi contro le petroliere e le navi porta container per spingere armatori e assicuratori a bloccare il traffico commerciale, con un effetto mimetico che va al di là dei reali danni provocati.
Allargare il conflitto contro vicini meglio armati di loro potrebbe sembrare una mossa suicida, ma in realtà è un preciso calcolo di un regime che non ha più molto da perdere. Il sistema di potere post rivoluzionario – il famigerato Nezam – è inviso a buona parte della popolazione, che ne aspetta da decenni la caduta. Si regge solo su una repressione brutale e spietata, come hanno dimostrato i massacri contro civili inermi dello scorso gennaio. La sua economia è al collasso e non solo per le sanzioni internazionali, come si giustifica il regime; le ragioni affondano nella corruzione dilagante, nelle storture di un sistema clientelare e nelle spese insostenibili per i programmi missilistici e per il nucleare, oltre che per finanziare la rete di proxies nella regione. Dal punto di vista geostrategico, negli ultimi due anni il suo complesso sistema di deterrenza asimmetrica contro Israele (il cosiddetto “ring of fire” ideato dal mitizzato generale Qassem Soleymani) è franato sotto i colpi della impressionante macchina da guerra di Israele. Insomma, il fallimento del Nezam è pressoché totale.
L’attacco voluto ora da Netanyahu e Trump ha bruciato gli ultimi ponti diplomatici e, uccidendo l’anziano Rahbar Khamenei e parlando apertamente di regime change, ha ulteriormente radicalizzato la postura di quel che resta di un regime zombie, che sopravvive a sé stesso ma che è in grado di essere ancora letale. Lo dimostra la scelta – probabilmente imposta da Pasdaran e Basij – di nominare quale nuova Guida Suprema, il figlio di Khamenei, il sinistro Mojtaba. Questi è forse ancor più detestato di quanto fosse il padre dagli iraniani ed è il diretto corresponsabile della crescente brutalità del sistema. Chi si aspettava un segnale di discontinuità o di almeno di timida apertura è andato deluso: Mojtaba Khamenei, per altro privo delle qualifiche teologiche e dottrinali che pur sarebbero necessarie per accedere alla carica, dimostra che il Nezam si è arroccato e intende combattere fino all’ultimo uomo. Da un punto di vista puramente militare non hanno speranze, ma senza un’invasione di terra – che al momento non è neppure immaginabile – a Teheran sperano che i costi internazionali del conflitto e il consumo dei preziosi missili anti-missile divengano così alti da spingere, per stanchezza, Israele e USA a fermare le operazioni. Finora, hanno sempre sbagliato i calcoli, ma le sabbie del deserto mediorientale sono spesso risultate infide anche per le campagne militari statunitensi, come ben dimostrano le avventure disastrose in Iraq e Afghanistan. La guerra quindi, con il suo tributo di morti e di distruzione, rischia di continuare a lungo.