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Marco Varvello: «Dopo la Brexit è un Regno dis…Unito»

08 maggio 2024

Marco Varvello: «Dopo la Brexit è un Regno dis…Unito»

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Si è concluso con “Dentro e fuori l’Unione Europea. Il Regno Unito post Brexit e i rapporti con l’Italia” il ciclo di incontri “Correnti incrociate fra Italia e Inghilterra”. L’ultimo convegno, organizzato dal Dipartimento di Italianistica e Comparatistica dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, si è tenuto lunedì 6 maggio e ha avuto come protagonista Marco Varvello, Responsabile dell’Ufficio per i servizi giornalistici, radiofonici e televisivi della Rai dal Regno Unito e alumnus del nostro Ateneo, che ha dialogato con Pierantonio Frare, direttore del Dipartimento, e Arturo Cattaneo, vicedirettore e docente di Letteratura Inglese. A partire dai suoi libri Brexit Blues (2019, Mondadori) e Passo falso. Come cambia l’Inghilterra fuori dall’Unione Europea (2023, Rai Libri), il giornalista ha delineato un quadro del Regno Unito.

«La campagna elettorale a favore della Brexit per il referendum del 2016 fu il primo “test su strada” delle fake news veicolate sui social come propaganda politica, come quella secondo la quale la libera circolazione complicava i controlli alle frontiere e, dunque, non limitava i flussi migratori. La consultazione era già viziata nella sua genesi: non si poteva affidare questa scelta a un sì o a un no. La decisione di uscire dall’UE, ufficializzata il 1° gennaio 2021, fu poco consapevole e ideologica. Era una fantasy Brexit», spiega Varvello. «Ci fu una sottovalutazione dei rischi. Da un lato, quelle sulle conseguenze economiche; dall’altro, quella da parte delle giovani generazioni, che non andarono alle urne. Quindi, l’esito non fu determinato solo dal voto pro-Brexit dei settantenni, che valse il 2% di scarto deciso».


Da quel momento, le condizioni per studiare e/o lavorare nel Regno Unito sono cambiate: a rimetterci sono i giovani. Infatti, per ottenere il visto lavorativo è stato alzato il salario minimo a circa 45mila euro annui: «Più che puntare su skilled worker si sono voluti limitare gli arrivi. Ci sono sempre meno europei e più extraeuropei, soprattutto asiatici, che hanno limiti linguistici e un altro background culturale». Questo ha anche ridotto le possibilità di accesso all’università. Se fino al 2021 gli studenti europei potevano iscriversi pagando le rette senza bisogno di un “visto studio”, oggi le tasse sono raddoppiate e gli accessi sono dimezzati: «Le università inglesi sono popolate sempre di più da un’élite, che spesso coincide con studenti extracomunitari, per lo più provenienti dall’Asia. Ciò comporta l’impoverimento dell’insegnamento accademico e preclude prospettive ai giovani».

L’addio all’UE ha innescato conseguenze al di là dell’Inghilterra. Varvello le sintetizza in una battuta: «È un Regno disunito». All’indomani del referendum, in Scozia, esclusa dall’Unione contro la volontà della maggioranza degli elettori che ha sostenuto il Remain, ci sono malumori: «Hanno pesato più i 50 milioni di inglesi rispetto al 62% degli scozzesi che votò per restare nell’UE, la posizione promossa dal Scottish national party che, come oggi, era al governo. L’obiettivo è indire un’altra consultazione diretta per ottenere l’indipendenza dal Regno Unito, che si oppone, per rientrare nell’Unione».

Come Edimburgo, anche l’Irlanda Nord andò controcorrente. Il fronte aperto riguarda i controlli alle frontiere, dopo il successo del Leave e, soprattutto, la firma sul Protocollo su Irlanda/Irlanda del Nord (2020): «La vicenda nordirlandese è stata risolta nel 1998, eliminando i controlli tra Repubblica irlandese e Regno Unito, perché tutti erano parte dell’Unione. Con la Brexit, però, il problema riguarda un confine “aperto” senza controlli dove da un altro si fa parte dell’Unione Europea e dall’altro del Regno Unito. Se andrà avanti così, gli irlandesi potrebbero reintrodurre i controlli», prosegue.

Nella relazione tra i governi italiano, guidato dalla Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, e britannico, presieduto da Rishi Sunak, Varvello ravvisa affinità politiche e generazionali: «Il rapporto è idilliaco. Credo incidano l’appartenenza politica, entrambi sono conservatori, e i pochi anni d’età di differenza tra i premier. Inoltre, si fanno da sponda reciprocamente: Roma si mostra interlocutore di uno Stato che non appartiene alla Ue, mentre Londra di avere un dialogo a Bruxelles. Un’altra assonanza è l’approccio alla gestione dell’immigrazione, se si pensa agli accordi con Albania e Ruanda», conclude Varvello.

Un articolo di

Alberta Pagani e Pietro Piga

Scuola di giornalismo

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