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Quella clessidra che non smette di scorrere
Il campus piacentino dell'Ateneo rende omaggio a Romano Tagliaferri con una retrospettiva che racconta vent'anni di assenza e una pittura che sapeva vedere nel futuro
| Sabrina Cliti
12 marzo 2026
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«L’arte racconta la guerra ma anche la forza di resistere. E oggi siamo ancora qui, anche se la guerra a noi non è così vicina. Con questa edizione della mostra abbiamo voluto uscire dalla comfort zone delle immagini che arrivano da tv e social, dialogare con gli artisti per trasformare i detriti in qualcosa di costruttivo e sviluppare un pensiero critico nei giovani». Con queste parole la storica dell’arte Elena Di Raddo ha introdotto il momento di inaugurazione dell’esposizione collettiva “Macerie. Ciò che resta, ciò che nasce” nel campus di Milano dell’Ateneo. Dal 10 marzo al 10 aprile sarà possibile visitarla dal lunedì al venerdì dalle 8 alle 20, e sabato dalle 8 alle 13.
La mostra, dal 2017 curata dagli studenti in tutte le sue fasi – dalla progettazione, al contatto e dialogo con gli artisti, alla realizzazione e comunicazione – rientra nel progetto Itinerari Arte e Spiritualità promosso fin dal 2005 dal Centro pastorale di Milano, coordinato da Padre Enzo Viscardi, e dal dipartimento di Storia, Archeologia e Storia dell’arte insieme alle professoresse Elena Di Raddo, Michela Valotti e Mariacristina Maccarinelli. L’iniziativa propone ogni anno tematiche capaci di generare nuove riflessioni sulla realtà contemporanea da indagare attraverso lo sguardo dell’arte.
Quest'anno i curatori-studenti hanno scelto di confrontarsi con un tema di estrema attualità e profondità: le conseguenze della guerra.
Macerie. Ciò che resta, ciò che nasce è il titolo dell’esposizione collettiva che coinvolge le sedi dell’Ateneo di Milano, Cremona, Piacenza, Brescia e Roma, con i lavori di 14 artisti contemporanei.
Il tema scelto quest’anno riguarda le conseguenze della guerra e l’idea è nata pensando soprattutto al conflitto russo-ucraino e israelo-palestinese. «Non immaginavamo di trovarci di fronte alle ulteriori macerie del Golfo – ha detto monsignor Claudio Giuliodori, assistente ecclesiastico generale dell’Ateneo, intervento all’inaugurazione –. Non è facile comprendere cosa genera la guerra nell’animo umano. Gli artisti ci prendono per mano nel tentativo di leggere l’abisso di dolore e di andare oltre l’impatto devastante delle macerie per cogliere i germogli della speranza».
L’ispirazione della mostra nasce dalla poesia di Giuseppe Ungaretti San Martino del Carso in cui il poeta di fronte alla devastazione del conflitto scrive: “Di queste case / non è rimasto / che qualche / brandello di muro”. Un verso che non racconta soltanto la distruzione materiale, ma anche la ferita interiore lasciata dalla guerra.
Macerie. Ciò che resta, ciò che nasce si concentra proprio su questo spazio fragile e silenzioso che segue la fine di un conflitto: non il fragore delle armi, ma ciò che accade dopo, quando il rumore si spegne e rimangono le tracce, le assenze, le cicatrici. In un tempo che non ammette soste, la mostra invita a fermarsi su ciò che solitamente viene dimenticato, non l’inizio della guerra, ma la sua eco lunga e inesorabile.
Le macerie non sono soltanto edifici crollati, ma anche rovine interiori, segni che abitano chi è stato costretto a convivere con scelte non proprie. Attraverso l’arte, il dolore si trasforma in memoria, la violenza in pensiero e la distruzione in creazione. La mostra si muove così sul sottile confine tra le ferite e la possibilità di trasformarle, creando consapevolezza. «Noi non vogliamo rappresentare la guerra – si legge nell’introduzione dei curatori al catalogo della mostra – ma evocarne le conseguenze più intime: il silenzio, la perdita, la colpa. Si crea così un modo per indagare il dolore e per riconoscere nelle rovine le tracce di un'umanità che persiste».
Un articolo di
Il percorso si sviluppa in diversi ambienti di passaggio dell’Ateneo con opere e installazioni dislocate nei chiostri e nei corridoi. Ci sono opere fotografiche come quelle di Gabriele Micalizzi, che si accostano a vere e proprie installazioni a riflettere sul ruolo e l’uso dei materiali utilizzati in zone di guerra, come in quelle presentate da Fabrizio Dusi, Mauro Seresini o Lorenzo e Simona Perrone. Sono esposti i disegni di Salvatore Garzillo e quelli di Adriano Caverzasio che descrivono due guerre diverse, sia per luogo che per tempo, ma con simili conseguenze.
La Fondazione culturale Carlo Zinelli e la Famiglia Zinelli ha prestato alcune opere dell'artista esponente dell’Art Brut, la cui malattia si manifestò proprio durante l’arruolamento nella guerra civile spagnola negli anni ’40 e i cui dipinti riflettono questo grande trauma; Erk14 è un artista napoletano che utilizza colori vivaci ad esaltare i protagonisti delle sue opere, degli object trouvé; Valentina Achilli fa emergere la potenza e il valore della comunicazione scritta attraverso l’uso della carta filigranata fatta a mano e il tessuto.
Giampaolo Parilla nella sua pittura esplora la fragilità e la frammentazione del corpo umano nel mondo contemporaneo, in connessione con la geopolitica dei conflitti attuali, l’iconografia delle mappe di guerra e le immagini di sistemi d’arma e scontri armati.
Nella sede di Brescia è possibile scoprire l’opera di Luca Pancrazzi, che fin dagli anni '80 indaga i limiti della percezione attraverso la sperimentazione tecnica. Le sue opere mettono in evidenza come strumenti, gesti e ripetizioni possano contribuire a definire linguaggio e visione artistica.
Nella sede di Piacenza Vanshika Agrawal, grande artista nata in India, fonde nel suo lavoro poesia, performance, pittura, disegni e installazioni per creare spazi effimeri che riflettono sul continuum della vita.
L’artista Silvia Stucky è presente sia nella sede di Roma che in quella di Milano. Particolarmente attenta alle tematiche sociali, il suo lavoro artistico chiede di riflettere sulla nostra esistenza. La sua ricerca è fatta di interventi minimi in cui l’autorialità si assottiglia esaltando una bellezza involontaria, alla luce del rispetto per l’altro in tutte le sue forme.
Infine, nella sede di Cremona, è presente Marta Ferrarini, fotografa classe 2003, per cui la fotografia diventa un mezzo per creare vicinanza e connessione.
Ogni artista è stato seguito personalmente da uno o più curatori. Gli studenti dell’Ateneo che hanno partecipato al progetto sono: Benedetta Alabò, Elisa Bertoli, Aurora Carrisi, Giulia Dalena, Veronica Di Flumeri, Elisa Faccoli, Daria Ferrari, Sofia Ferreri, Lea Foà, Cecilia Franzoni, Arianna Greco, Valentino Lombardi, Vittoria Lughignani, Chiara Marrazzo, Vanessa Micheletti Giannattilio, Giulia Milanese, Leo Montanari, Elisa Moroni, Lavinia Nottoli, Caterina Oppizzi, Francesca Paganelli, Emma Peloso, Filippo Rachelli, Eleonora Randazzo, Sara Ravelli, Sabrina Ronga, Elena Sgarbi, Elisabetta Villa.
Macerie. Ciò che resta, ciò che nasce si propone come un invito a fermarsi, ad osservare e ad interrogarsi sul presente, lasciandosi attraversare dalle immagini e dai segni che l’arte restituisce, affinché anche dalle fratture possano emergere nuove possibilità.
«Le Macerie sono un simbolo, archivio di esistenze che resistono, resilienti come la natura ci insegna – ha concluso la professoressa Di Raddo –. Come scriveva Calvino, ogni città che distruggi è anche una città che inventi. Attraverso queste opere d’arte possiamo ritrovare la forza e la volontà di ricostruire».