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L'Europa riparta dall'umanesimo

23 ottobre 2026

L'Europa riparta dall'umanesimo

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Un fantasma si aggira per l’Europa. Ma stavolta non è il comunismo, bensì un altro “ismo”, che si credeva sconfitto nel Novecento e che invece è rispuntato dalle urne un po’ dappertutto, ovunque di recente si sia votato: il nazionalismo. Per ricacciarlo là da dove è venuto, cioè dal secolo breve delle ideologie, alcuni protagonisti del dibattito pubblico si sono riuniti e hanno scritto un appello rivolto ai «cristiani e a tutti gli uomini di buona volontà».

L’appello è accompagnato da un volume, “Per un’Europa che guardi al mondo”, edito da Eurilink University Press, che ne approfondisce le proposte. Il libro è stato presentato mercoledì 21 ottobre all’Università Cattolica del Sacro Cuore, nell’Aula Negri da Oleggio, una delle sedi istituzionali dell’Ateneo, durante un incontro promosso dall’Archivio “Mario Romani” che, nelle intenzioni, vorrebbe essere la prima tappa di un percorso di confronto negli atenei europei.

Gli autori dell’appello e del volume, oltre a essere accademici, hanno ricoperto incarichi di primo piano nella politica e nella vita sociale. Patrizio Bianchi, economista, è stato ministro dell’Istruzione nel governo Draghi. Luigi Paganetto, professore emerito di Economia politica, è promotore e coordinatore del Gruppo dei 20, nato nel 2013 con l’iniziativa “Revitalizing Anaemic Europe” (Rivitalizzare un’Europa anemica). Sergio Fabbrini, professore emerito di Scienza politica e Relazioni internazionali presso la LUISS Guido Carli di Roma, ha insegnato e svolto attività di ricerca in importanti università internazionali, tra cui l’Università della California a Berkeley, ed è editorialista del Sole 24 Ore. Vincenzo Scotti, tra i promotori della Link Campus University, è stato più volte ministro, l’ultima volta agli Affari esteri nel 1992, nel primo governo Amato. Infine, Vincenzo Paglia è vescovo emerito di Terni-Narni-Amelia e presidente emerito della Pontificia Accademia per la Vita.

Gli autori (Monsignor Paglia da remoto), insieme ad Aldo Carera, presidente della Fondazione Giulio Pastore, ente promotore dell’iniziativa, hanno discusso le loro tesi con i docenti dell’Università Cattolica Nicoletta Parisi,  Sebastiano Nerozzi, Andrea Maria Locatelli, dopo i saluti della preside della Facoltà di Economia, Antonella Occhino.

Un articolo di

Francesco Chiavarini

Francesco Chiavarini

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Come ha osservato Nerozzi, il testo – che è in realtà una raccolta di saggi – tenta di dare una spiegazione a un paradosso: secondo l'Eurobarometro del Parlamento europeo pubblicato nel luglio 2026, il 90 per cento dei cittadini vorrebbe che gli Stati membri fossero più uniti nell'affrontare le sfide globali, ma alle elezioni i partiti nazionalisti crescono. Perché, allora, gli europei chiedono più unità ma nelle urne premiano chi ne vuole di meno?

La risposta a questa domanda incrocia più punti di vista, come è emerso anche durante l’incontro all’Università Cattolica.

I successi storici dell’integrazione europea – pace, sviluppo e diritti – sono oggi indeboliti da diversi fattori. Le ragioni stanno furori e dentro l’UE.

All’esterno, le cause vanno cercate anche in una globalizzazione che ha accentuato le disuguaglianze. Proprio la crescente concentrazione della ricchezza, come ha osservato Bianchi, ha contribuito ad alimentare la sfiducia nella democrazia e la ricerca di soluzioni autoritarie.

All’interno, invece, le ragioni della debolezza dell’UE risiedono nella difficoltà di trasformare un insieme di interessi nazionali in un progetto condiviso, passando da un’unione fondata sui trattati (foedus) a una comunità fondata anche sulla fiducia reciproca (fides). Ma anche nella convivenza, all’interno della stessa architettura istituzionale, di due modelli diversi: quello sovranazionale, che caratterizzò le origini dell’integrazione europea, e quello intergovernativo, rafforzatosi con il Trattato di Maastricht, come ha spiegato Fabbrini.

Ma - ha osservato Nerozzi - gli autori non si limitano a formulare una diagnosi: si assumono la responsabilità di indicare qualche via d’uscita.

Bisognerebbe, suggeriscono, congiungere visione e pragmatismo, proprio come seppero fare i padri fondatori.

Paganetto ha ricordato che la CECA, da cui prese avvio il processo di unificazione europea, mise in comune due risorse strategiche, il carbone e l’acciaio, al centro della rivalità tra Francia e Germania. Fu un progetto di integrazione economica con una precisa finalità politica: rendere impossibile una nuova guerra tra i due Paesi. Recuperando quello spirito, ha suggerito, dovremmo fare lo stesso oggi sull’energia, creando un mercato unico europeo, e sulle nuove tecnologie, dall’intelligenza artificiale alle connessioni satellitari, settori nei quali nessuno Stato può competere efficacemente da solo.

Invece, l’Europa sembra fare sempre troppo poco e troppo tardi, ha osservato Fabbrini. Bisogna allora cambiare il sistema di regole che l’Unione si è data e che oggi la rallenta, facendole perdere credibilità. Ma, come è noto, è molto arduo farlo. Per riformare i trattati europei, superando il vincolo dell’unanimità che paralizza le decisioni su alcune questioni strategiche, occorre infatti il consenso di tutti gli Stati membri.

Esiste però una soluzione: «uscire dai trattati», ha suggerito Fabbrini. Non per abbandonare l’Unione, ma per consentire a un gruppo di Paesi – potrebbero essere, ad esempio, i sei fondatori – di costruire, su alcune materie, nuove istituzioni di carattere federale. Il punto decisivo è farlo su una base giuridica coerente con quella europea, in modo da consentire agli altri Stati di aderire quando e se lo vorranno.

Sia un modello federale, per quanto progressivo, sia un mercato unico dell’energia o una politica industriale comune europea hanno bisogno, però, di un ampio consenso popolare. Come ha osservato Nicoletta Parisi, occorre un processo che maturi dal basso, recuperando, insieme allo spirito dei fondatori, le proposte della società civile.

Un ruolo decisivo spetta anche alle università, chiamate non soltanto a studiare le trasformazioni in corso, ma a contribuire all’elaborazione di una nuova visione dell’Europa, capace di coinvolgere i cittadini e di superare i confini nazionali.

Da qui l’invito ai cristiani ai quali, insieme a tutti gli uomini di buona volontà, sono rivolti l’appello e la pubblicazione. Come ha sottolineato monsignor Paglia, il cristianesimo deve recuperare la propria vocazione universale e la forza spirituale necessaria per contrastare il ripiegamento nazionalista. «Abbiamo il compito di preservare l’umano», ha ricordato, richiamando le parole di sant’Ireneo: «La gloria di Dio è l’uomo vivente».

Quella risorsa è oggi più necessaria che mai per scacciare i fantasmi del nostro passato, prima che inghiottano il nostro futuro.

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