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Fabrizio De André e la giustizia degli ultimi

20 febbraio 2024

Fabrizio De André e la giustizia degli ultimi

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“Nei quartieri dove il sole del buon Dio non dà i suoi raggi, ha già troppi impegni per scaldar la gente d'altri paraggi”. Questi i primi versi de La città vecchia, il brano di Fabrizio De André scelto dalla nipote, Alice, per aprire la conferenza sull’autore tenutasi giovedì 15 febbraio presso il campus di Milano dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. Un incontro organizzato dall’Alta Scuola “Federico Stella” sulla Giustizia Penale per parlare soprattutto del tema della giustizia penale in relazione alle parole del famoso cantautore italiano. Chiave di volta attorno a cui è ruotata l’iniziativa è stato un libro: “Alla stazione successiva - La giustizia, ascoltando De André” (ed. San Paolo) di Raffaele Caruso, avvocato penalista, che proprio da questo libro è partito per discutere della giustizia e degli ultimi, onnipresenti nella poetica dell’autore genovese, per riflettere su cosa sia realmente la giustizia e come questa si comporti con gli ultimi.

Un articolo di

Andrea Carullo

Scuola di Giornalismo

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Ne hanno discusso con l’autore del volume il professor Gabrio Forti, direttore dell’Alta Scuola “Federico Stella”; Guido Bertagna, gesuita, studioso d’arte e teologia, Adolfo Ceretti, docente di Criminologia alla Bicocca di Milano e Alessandro Provera, docente di Diritto penale all’Università del Piemonte Orientale. Nel corso dell’incontro Alice De André, attrice e nipote di Faber, ha recitato le canzoni del nonno in un toccante e sentito elogio.

Ad aprire i lavori è stato Gabrio Forti, che ha introdotto l’incontro riflettendo sul ruolo della letteratura e, in particolare, delle canzoni/poesie di De André. «La letteratura ha un pregio che altre forme di comunicazione non hanno, ovvero che il lettore è in grado, accostandosi al testo, di dare espressione alla sua creatività. Utilizzo questa citazione perché credo emerga come i testi di De André siano capaci di esprimere tutto il loro significato anche solo con le parole. Potrebbero non avere bisogno di musica e sarebbe comunque possibile goderne allo stesso modo».

L’intervento successivo è stato, invece, quello di Adolfo Ceretti, che ha tracciato una panoramica del libro di Caruso riprendendone alcune parti salienti e l’incipit. Alla fine delle sue riflessioni, che hanno messo in luce il rapporto tra le poetica di Faber e il ruolo della giustizia e degli ultimi, ha affermato che «tutto il libro di Caruso e tutta la poesia di De André sono permeati di una giustizia non contabile, ed è questa la scommessa su cui puntare per provare a sovvertire gradualmente la natura della pena e a creare le condizioni per avere e produrre meno carceri».


Un brano che ha assunto una chiave centrale nell’incontro, citato più volte da ciascuno dei presenti, è stato Il testamento di Tito. Secondo Guido Bertagna, per esempio, si tratta di «una confessione spassionata e allora stesso tempo libera, un’ammissione quasi orgogliosa delle proprie colpe. In questo percorso Tito pone il suo dolore e le sue sofferenze come unità di misura contro ogni moralismo. Ciò che affascina di questa canzone è che canta di un percorso di liberazione dai propri risentimenti».

È stata poi la volta di Alessandro Provera, che ha riflettuto sul ruolo della città e degli ultimi: «Inoltrarsi nella Città vecchia significa abbandonare le ampie strade e immergersi nei vicoli tortuosi. Se si riesce a far questo, già abbiamo un cambiamento di sguardo: troviamo coloro che soffrono, gli ultimi e gli sconfitti. Sembra che in questi quartieri il sole del buon Dio non dia i suoi raggi, ed io mi sono chiesto se sia davvero così, credo che la regola per cercare di dare una risposta a questo quesito sia quella di cambiare occhi e mentalità, non giudicando, come dice De André, da buon borghese».

Per ultimo ha preso la parola Caruso, spiegando alcuni passaggi del suo libro e concentrandosi sul personaggio di Geordie come esempio della poetica di giustizia del Faber. «De André riprende una ballata della tradizione inglese del XVI secolo, recupera il testo ma ci aggiunge una quartina che, secondo me, racchiude il codice genetico di tutta la sua poetica sulla giustizia: “Né il cuore degli inglesi, né lo scettro del re, Geordie potran salvare; anche se piangeranno con te, la legge non può cambiare”. C’è uno scarto tra ciò che si prova nei confronti della donna e ciò che va fatto secondo la legge, De André ci suggerisce di accettare questo scarto e di abitarlo, di viverlo, facendoci attraversare dal dramma delle lacrime della fidanzata di Geordie pur sapendo che la legge va applicata. Perché abitare quello scarto vuol dire, forse, poter provare ad allargare le maglie della legge».

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