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Banca d’Italia, un racconto in prima persona lungo 40 anni

29 aprile 2026

Banca d’Italia, un racconto in prima persona lungo 40 anni

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Un pamphlet divulgativo, sicuramente. Ma, più di ogni altra cosa, un “livre de meneur”: «una collezione di opinioni, memorie personali, aneddoti», spesso divertenti, che, messi insieme, danno vita a un vero e proprio romanzo di formazione personale. È così che si presenta ai lettori “Vi racconto la Banca d’Italia”, in cui Salvatore Rossi, economista di lungo corso, già direttore generale della Banca d’Italia, ripercorre i suoi oltre quarant’anni di carriera trascorsi all’interno di una delle più prestigiose istituzioni italiane, ancora «sconosciuta» per quanto ogni giorno, in modo superficiale e con non pochi errori, se ne parli sui giornali e in tv. A cogliere bene lo spirito che anima le pagine del libro pubblicato dalla casa editrice Laterza è stata la presentazione ospitata lunedì 20 aprile nell’ambito delle attività promosse dal Laboratorio di Analisi Monetaria (Lam) e dall’Associazione per lo Sviluppo degli Studi di Banca e Borsa (Assbb). «Leggerlo ha significato rivedere la mia storia personale, quella che ha accarezzato l’idea di andare a lavorare in Banca d’Italia e poi l’ha sempre seguita con affetto. Raramente i libri di economia sono così piacevoli: un testo che ti racconta tanti piccoli aneddoti, che non rappresentano la grande storia ma la piccola storia», ha dichiarato Rony Hamaui, docente di Economia monetaria nella Facoltà di Scienze bancarie, finanziarie e assicurative, che ha moderato il dibattito. 

Appena laureato in Matematica all’Università di Bari, Salvatore Rossi quasi per caso partecipa a un concorso in Banca d’Italia. Non si aspetta di vincerlo, e invece lo supera: viene catapultato in un ambiente lontanissimo dagli studi iniziali, dove resterà per 43 anni. Il libro ripercorre questa lunga traiettoria personale, intrecciandola con l’evoluzione delle funzioni della Banca d’Italia nell’arco di quarant’anni, la trasformazione del sistema bancario e finanziario italiano, senza dimenticare aspetti noti e meno noti della vita dell’Istituto: dai suoi 7.000 dipendenti alle dinamiche interne fino alla complessa stesura delle “Considerazioni finali”, trentadue pagine - si legge nel libro - per cui “duecento persone lavoravano per quattro mesi a tempo pieno”. Non mancano, poi, riferimenti a momenti bui, come i funerali di Giorgio Ambrosoli o la vicenda di Antonio Fazio. 

Anche Anna Maria Tarantola, oggi alla Fondazione Giulia Cecchettin e per quarantun anni in Banca d’Italia, dove è stata vicedirettore generale, ha ritrovato nel libro molti punti di contatto con la propria lunga esperienza, che definisce «avvincente». Per la sua riflessione Tarantola è partita proprio dalla sua attività professionale, passata per trent’anni nelle filiali, descrivendo il ruolo positivo che queste hanno avuto - e in parte ancora hanno - nello svolgimento di tre funzioni: vigilanza, ricerca economica, politica monetaria. «Per decenni le filiali sono state molto determinanti nella vigilanza territoriale. Anche se non avevano poteri di intervento o autorizzativi erano la “lunga mano” attraverso la quale si tenevano i rapporti con gli esponenti delle banche, del mondo della finanza, delle società di gestione del risparmio, di factoring e di leasing. Una conoscenza diretta del management bancario che consentiva agli analisti della vigilanza di cogliere aspetti non sempre visibili nelle carte e nei numeri». Il legame tra vigilanza e analisi dell’economia reale era altrettanto cruciale: conoscere il tessuto economico significava comprendere l’attivo delle banche e quindi la qualità del credito. Una funzione importante era svolta anche nell’attuazione della politica monetaria. «Un tempo le operazioni di mercato passavano attraverso l’osservatore di Borsa delle filiali, figura che comunicava quotidianamente con gli agenti di cambio, preziosissime fonti di informazioni sul sentiment dei mercati. Tra loro c’erano grandissime personalità, come Attilio Ventura, Ettore Fumagalli, Giorgio Aloisio De Gasperi, Angelo Abbondio, Urbano Aletti, figure di rilievo che hanno gestito il passaggio dalla vecchia Borsa al nuovo mercato finanziario». Oggi, ha aggiunto, gli agenti di cambio non ci sono più, ma esistono altre forme di operatori per percepire giornalmente le aspettative, gli umori, le ansie dei mercati.

Secondo Tarantola, la conoscenza diretta degli interlocutori - siano essi imprenditori, banchieri o operatori del mercato - resta prioritaria per lo svolgimento delle funzioni della Banca d’Italia. Certo, una conoscenza protratta e intensa può avere risvolti negativi. Tuttavia, «lo spirito profondo, fatto di senso di responsabilità e di appartenenza che permea i dipendenti, e il metodo di lavoro sono buoni antidoti». E ha aggiunto: «Il raggiungimento dei risultati è anche dovuto al forte legame che unisce tutte le funzioni della banca e il dialogo interno tra i vari dipartimenti». 

Il valore delle persone e delle competenze è stato ripreso anche da Gianfranco Torriero, vicedirettore generale vicario ABI. «Quando interagisci con le persone di Banca d’Italia vedi competenza, serietà, capacità di approfondimento e selezione, un incrocio di competenze diversificate». Torriero ha ricordato l’evoluzione dei rapporti tra ABI e Banca d’Italia - un tempo oggetto di confusioni nel ruolo e nelle attività - e il passaggio dell’Associazione all’autonomia nelle elaborazioni quantitative nel 1991, in un contesto oggi reso ancora più complesso dall’integrazione europea.

Guardando al futuro, nelle ultime pagine il libro affronta temi emergenti, come l’euro digitale e l’intelligenza artificiale. «Sono in corso approfondimenti di vigilanza nelle banche per capire come l’intelligenza artificiale, già molto presente, entrerà pienamente nei processi bancari», ha precisato Torriero. «È in corso una mappatura delle applicazioni già operative, pilota e in fase di definizione. Le iniziative sono tantissime e riugardano tutte le linee di business dell’attività bancaria. La vera sfida è capire come coordinarle con l’operatività ordinaria: una evoluzione ineludibile che deve essere governata e non lasciata interamente al mercato».  

A chiudere la presentazione è stato lo stesso autore. «Così come l’ho vissuta negli ultimi 50 anni, quella di Banca d’Italia è una storia con alti e bassi, con momenti anche bui e difficili. In fin dei conti è la storia di una istituzione un po’ anomala, anche per ragioni inerenti alla debolezza strutturale del Paese. Una anomalia che, mi auguro, si perpetui». L’Istituto non ha sempre avuto l’attuale capacità analitica: fu Guido Carli a volerla sviluppare, rendendo Banca d’Italia un faro culturale nel panorama economico italiano. «Dopodiché il mondo è cambiato enormemente, le università in Italia - come quella che ci ospita - hanno maturato una grande capacità di analisi del contesto economico. E questo è un bene: il sapere si è molto diffuso alimentando il dibattito e rendendolo più ricco». 

C’è però un tratto che su tutti contraddistingue Banca d’Italia: il rigore. Le “Considerazioni finali” ne sono l’esempio più evidente: trentadue pagine che rappresentano la punta dell’iceberg di un lavoro annuale su economia italiana e internazionale. «Quel documento continua a essere un riferimento per chiunque voglia capire cosa è accaduto in Italia e nel mondo nel corso degli ultimi 12-15 mesi. Questa insistenza sul rigore analitico fa parte della sua identità e spero tanto che continui a esserlo anche in futuro». 

Un articolo di

Katia Biondi

Katia Biondi

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