Tra i dati particolarmente preoccupanti indicati da Mattarella figura il calo demografico. «Nel nostro Paese nascono circa 350mila bambini all’anno contro i 550mila di qualche decennio fa. Questo significa meno diplomati, meno laureati e meno lavoratori qualificati». Ciò rende ancora più urgente investire nella formazione «la vera leva di svolta per trasformare il potenziale del Paese in competitività diffusa».
A questa riflessione si è collegato l’intervento di Roberto Garofoli, che ha distinto tra fragilità strutturali e contingenti, nonché tra quelle tipicamente italiane e quelle comuni all’intera area europea. «Alcune debolezze richiedono necessariamente una risposta comunitaria», ha spiegato, ribadendo come nessun Paese, neppure la Germania in recessione da tre anni, possa affrontare da solo sfide globali come innovazione tecnologica, ricerca, difesa. «Sono punti di vulnerabilità dell’Europa nel suo complesso», ha osservato Garofoli. Accanto a queste, l’Italia registra fragilità proprie che generano affanno: i divari territoriali e di genere, che non hanno la stessa intensità altrove, e questo si riflette sulla finanza pubblica, sulla capacità di investimento e sulla qualità dei servizi. «Si tratta di fragilità che richiedono strategie di medio e lungo periodo e un sistema istituzionale capace di garantire continuità alle riforme», ha avvertito Garofoli. Eppure, negli ultimi anni, qualcosa è stato fatto anche grazie al PNRR, avviando un «percorso che oggi sarebbe drammatico disperdere». Basti pensare che al Sud il PIL è cresciuto più che al Nord e si stanno creando poli e distretti a forte innovazione con elevati livelli e tassi di sviluppo.
Al dibattito è intervenuto anche Marco Lossani, professore di Economia politica in Università Cattolica. Nel suo intervento ha messo in evidenza come «le fragilità derivano da rischi che cambiano rapidamente e da sistemi sempre più complessi e interconnessi». In un contesto simile, ha continuato, basta quello che è definito “butterfly effect” per generare conseguenze rilevanti. Per questo è necessaria una «cabina di regia» capace di coordinare e governare la complessità. In Italia, non abbiamo ancora sviluppato istituzioni adeguate né una forza lavoro sufficientemente formata. A ciò si aggiunge il problema della finanza pubblica e la mancanza di una strategia di sicurezza nazionale. Ecco perché il fattore tempo della politica diventa decisivo.
Uno scenario complesso, quindi, da cui è emerso un messaggio chiaro: governare le fragilità non significa eliminarle del tutto, ma riconoscerle e gestirle attraverso politiche lungimiranti. In una fase storica attraversata da conflitti, trasformazioni tecnologiche e nuove competizioni geopolitiche, la sfida per l’Italia - e per l’Europa - sarà quella di trasformare le proprie vulnerabilità in occasioni di sviluppo.