«Allo stesso tempo, però, stanno emergendo nodi strutturali che non possono essere ignorati: l’ascesa della Cina, ormai competitiva anche nei settori a più alto valore aggiunto, la difficoltà europea nel rinnovare e differenziare il proprio modello produttivo e una politica industriale comune che, negli ultimi anni, è apparsa spesso frammentata, talvolta più orientata alla regolazione che al sostegno strategico della competitività, dell’innovazione e degli investimenti» ha proseguito.
Se da un lato infatti l’Italia continua a dimostrare una buona capacità competitiva sui mercati internazionali — come testimonia il surplus della bilancia commerciale — dall’altro emergono segnali che invitano alla cautela. Dal 2000, infatti, la capacità produttiva nazionale si sarebbe ridotta di circa il 19%, evidenziando un progressivo indebolimento dell’apparato industriale dovuto a mancati investimenti, obsolescenza degli impianti e processi di delocalizzazione.
Questa dinamica assume un significato ancora più rilevante se osservata da una prospettiva territoriale come quella di Brescia, uno dei principali poli manifatturieri europei.
Pur mantenendo una posizione di rilievo — seconda in Europa per valore aggiunto manifatturiero e tra le province più specializzate nel settore — anche il territorio bresciano mostra segnali di rallentamento, rendendo particolarmente significativa un’analisi approfondita delle trasformazioni in corso.
Tra i momenti centrali del seminario la presentazione di un nuovo indicatore di capacità produttiva elaborato dal Centro Studi di Confindustria Brescia: uno strumento inedito per il territorio, in grado di scattare una fotografia delle fragilità del sistema industriale locale nel più ampio contesto europeo.
L’iniziativa ha visto anche il contributo di Ebis (Ente bresciano per l’istruzione superiore) e OpTer, a testimonianza della volontà condivisa di costruire un confronto concreto tra istituzioni, imprese e mondo accademico.