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Secondo Matteo san Giuseppe era un «giusto»

21 dicembre 2020

Secondo Matteo san Giuseppe era un «giusto»

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Con decreto pubblicato l’8 dicembre il Papa ha indetto un Anno speciale di San Giuseppe. Francesco ha pubblicato anche la Lettera apostolica ”Patris corde - Con cuore di Padre”. Sullo sfondo la pandemia da Covid19 che - scrive il Papa - ci ha fatto comprendere l’importanza delle persone comuni, quelle che, lontane dalla ribalta, esercitano ogni giorno pazienza e infondono speranza, seminando corresponsabilità. Proprio come San Giuseppe, “l’uomo che passa inosservato, l’uomo della presenza quotidiana, discreta e nascosta”. Eppure, il suo è “un protagonismo senza pari nella storia della salvezza”. Ma che cosa sappiamo realmente di Giuseppe? Abbiamo chiesto al biblista don Flavio Dalla Vecchia di tratteggiare i contorni di una figura che, nel testo evangelico, risulta lontana dall’immagine che si è consolidata nella tradizione popolare


Gli evangelisti – tranne Marco – informano che la gente riteneva Gesù figlio di Giuseppe di Nazareth (cf Lc 3,23; 4,22; Gv 1,45; 6,42), segnalando però che si trattava solo di una paternità legale, poiché la sposa di Giuseppe era rimasta incinta prima che i due iniziassero la convivenza (Mt 1,18; Lc 1,26-38). Ben due evangelisti ignorano le vicende di questa giovane coppia e solo Matteo si preoccupa di dirci lo stato d’animo di Giuseppe all’udire la notizia della situazione in cui versava la sua sposa. Luca, infatti, riferisce solo di come la giovane avesse accolto senza riserve il messaggio che l’angelo le comunicava da parte di Dio.

Neppure Matteo, però, che pure è più attento al giovane sposo, gli lascia la parola. Nessun verbo di dire è associato nei vangeli a Giuseppe: solo le sue azioni contano. Matteo dice che «Giuseppe, poiché era un uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, decise di ripudiarla in segreto» (1,19). È probabile che Matteo abbia scelto la qualifica di «giusto» per Giuseppe anzitutto per la sua decisione di ripudiare la donna: in effetti, secondo buona parte della legislazione ebraica, quando una donna si è macchiata di adulterio, ha contaminato il matrimonio, perciò va ripudiata.

Una lettura attenta del vangelo mostra che Giuseppe non era l’anziano che la tradizione, anche iconografica, presenta sulla base degli apocrifi. È un giovane con un progetto ben chiaro, che è pronto però a interrompere questo disegno quando Dio gli parla, facendolo diventare lo strumento fondamentale per il riconoscimento di Gesù nel contesto sociale, come padre legale. Perciò la qualifica di giusto va ben oltre, perché la disponibilità di Giuseppe a osservare la legge trova la sua piena espressione nella scena in cui egli prontamente e, senza obiezione alcuna, «fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé (parelaben) la sua sposa» (Mt 1,25).

Da qui in poi il verbo «prendere» caratterizzerà il rapporto tra Giuseppe e la sua famiglia, in particolare quando l’angelo gli ordinerà di scendere in Egitto (2,13-14) e poi di ritornare in patria (2,20-21). Come il suo antenato Abramo, senza discutere, lasciò la sua terra per obbedire a Dio, così Giuseppe: egli risponde con prontezza e senza esitazione a Dio che gli parla, assumendosi un compito non facile, ma confidando nella fedeltà di Colui che gli ha rivolto la sua parola e gli ha manifestato il suo progetto (cf. Mt 1,20-21). Come il Giuseppe della Genesi, anche lui riceve nel sogno la rivelazione della volontà di Dio e come il patriarca, anche lui affronta un cammino pieno di prove. E scopre, lungo il travagliato cammino, che ad accompagnarlo è un angelo, come il giovane Tobia, al quale pure un angelo rivelò quale fosse la sposa che il Signore gli aveva posto accanto. In tal modo Giuseppe si rivela davvero padre di Gesù, non nell’aspetto biologico, ma nel significato più profondo: il padre è, infatti, colui che custodisce, protegge, apre il cammino.

Nulla ci è detto di quali fossero i rapporti tra padre e figlio, soltanto che entrambi svolsero la stessa attività: mentre infatti Mt 13,55, parlando del padre di Gesù, dice che era un «falegname (o: carpentiere?)», Mc 6,3 riporta che la gente di Nazareth attribuisce a Gesù questa professione. Questo può significare che, da buon padre di famiglia, Giuseppe abbia insegnato al figlio il suo lavoro, offrendoci quindi una finestra su come Gesù abbia trascorso gli anni della sua permanenza a Nazareth. Il ruolo di Giuseppe risalta poi nell’educazione religiosa del figlio, come mostra Luca che riferisce della circoncisione, della presentazione al tempio del bambino, oltre che della pratica del pellegrinaggio annuale a Gerusalemme di tutta la famiglia (e in questi passi Luca insiste sul fatto che Maria e Giuseppe sono i suoi genitori, cf. Lc 2,33.41.48). Anche la notizia di Luca, secondo la quale Gesù era solito frequentare la sinagoga del suo villaggio (4,16) induce a pensare che Giuseppe, come gli altri padri di famiglia, conducesse Gesù in sinagoga ogni sabato, facendogli acquisire quell’abitudine tipica del giudeo osservante.

Nulla sappiamo della sorte finale di Giuseppe. Durante la vita pubblica di Gesù è del tutto assente, a differenza di Maria; ciò ha portato a supporre che egli fosse già morto. Gli apocrifi, poi, hanno completato il quadro, descrivendolo negli ultimi momenti della sua vita, circondato dai suoi familiari, in particolare Maria e Gesù. Per questo è invocato come protettore del moribondo cristiano, che affronta il trapasso con tutti i conforti della fede.

 

Un articolo di

don Flavio Dalla Vecchia

don Flavio Dalla Vecchia

Biblista, direttore dell’Istituto di Scienze religiose della sede di Brescia, docente di Lingua e letteratura ebraica presso la Facoltà di Lettere e filosofia dell’Università Cattolica

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