Un pomeriggio, una sfida condivisa e il giusto mix di competenze: sono stati gli ingredienti vincenti per far emergere idee capaci di cambiare il destino di un territorio.
È quello che è successo il 25 marzo a Piacenza, dove Appennino Hack ha riunito oltre novanta tra universitari, professionisti, enti locali e operatori del territorio, intorno a una domanda: cosa può tenere in vita la montagna?
La risposta che ha convinto di più la giuria ha il sapore dell'aria aperta e dell’arte illuminata nelle serate estive. Si chiama Appennino in Pellicola ed è un circuito di proiezioni cinematografiche diffuso nelle vallate dell'Appennino, intrecciato con l'enogastronomia locale e pensato per diventare occasione di socialità. Un'idea semplice, che ha saputo imporsi con efficacia e concretezza tra proposte più tecnologiche per la sua capacità di unire cultura, economia di prossimità e vita di comunità.
«L'Appennino emiliano-romagnolo è una questione aperta da decenni» a sottolinearlo è il professor Paolo Rizzi, direttore del Laboratorio di Economia locale e coorganizzatore del laboratorio aperto. «Spopolamento, fragilità economica, servizi che arretrano: i dati raccontano di borghi che si svuotano lentamente. Appennino Hack nasce dentro questo scenario e prova a cambiare prospettiva, partendo dal presupposto che le soluzioni più efficaci emergono da chi il territorio lo abita o lo studia da vicino». Appennino in Pellicola incarna bene questa filosofia, perché immagina un format replicabile da una valle all'altra, capace di portare visitatori senza stravolgere i luoghi.
Tra i protagonisti di Appennino Hack c'è l'Università Cattolica del Sacro Cuore, campus di Piacenza, presente su due fronti distinti. Come ente co-organizzatore, al fianco di ART-ER, del Polo territoriale piacentino del Politecnico di Milano e del Laboratorio Aperto. E come comunità accademica viva: studenti dell'ateneo hanno lavorato nei gruppi di progetto, portando idee e metodo, e la loro firma compare tra i lavori più apprezzati della giornata, incluso il progetto vincitore. «Una presenza» ha puntualizzato Rizzi «che dice come l'Università Cattolica interpreta il proprio rapporto con il territorio che la ospita».
La medaglia d'argento della competizione è andata a LOCAL.Y, una piattaforma digitale di intermediazione tra domanda e offerta di servizi nelle aree montane. Il tratto distintivo è la componente di governance: i Comuni entrano nel sistema come attori attivi, monitorando i bisogni emergenti e orientando lo sviluppo dell'offerta. Il modello economico punta sull'auto sostenibilità attraverso micro-transazioni e partnership territoriali che richiamano i principi dell'economia circolare. Anche LOCAL.Y beneficerà del percorso post-hackathon: accesso a interlocutori istituzionali e privati, e un piano di comunicazione dedicato.
Terza classificata, Appennino Tour: un’applicazione basata su intelligenza artificiale per itinerari turistici personalizzati. L'algoritmo incrocia le preferenze dell'utente con le risorse locali (percorsi naturalistici, prodotti tipici, patrimonio culturale) restituendo proposte costruite su misura.
«Ancora una volta Appennino Hack si è confermato laboratorio capace di attivare energie» conclude il direttore del LEL: «Progetti diversi per approccio e ambizione, accomunati dalla convinzione che la montagna non si salva con le buone intenzioni, ma con modelli che reggano economicamente e che sappiano coinvolgere chi ci vive».