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Con il camice bianco, un “ponte” di umanesimo e professionalità

04 marzo 2026

Con il camice bianco, un “ponte” di umanesimo e professionalità

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«Quello che stiamo per celebrare non è solo un rito accademico: oggi indossate il camice bianco per la prima volta ed entrate completamente nella professione medica. Quando vi avvicinerete alle persone malate sentirete l’impegno e la responsabilità: questo camice rappresenta insieme la fiducia, dei malati e delle loro famiglie, e il grande potere della cura. In una fase della Medicina distinta per grandi innovazioni tecnologiche, per applicazioni sempre più estese di strumenti di intelligenza artificiale è l’intelligenza umana, cioè l’intelligenza del cuore, che, accanto a competenza e professionalità, dovrà distinguere il vostro cammino. La Medicina non è solo scienza, è anche coscienza; non è soltanto un atto tecnico, è sempre una relazione. La scienza cura, ma è l’umanità che consola». Con queste parole il professor Alessandro Sgambato, preside della Facoltà di Medicina e chirurgia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, ha salutato studentesse e studenti del terzo anno del corso di laurea in Medicina e chirurgia, protagonisti il 4 marzo, nell’Auditorium della sede di Roma dell’Ateneo, della cerimonia White Coat che segna ogni anno il passaggio dagli studi preclinici a quelli clinici.

La cerimonia è stata aperta dal solenne ingresso in Auditorium delle studentesse e degli studenti, accompagnati dai colleghi del sesto anno, in un ideale passaggio di testimone tra chi è all’inizio del percorso clinico e chi sta per concluderlo. A tutti il saluto di don Alessandro Mantini, docente di teologia e assistente pastorale nel campus di Roma: «L’Università Cattolica del Sacro Cuore ha la missione di formare medici non solo di alta competenza, ma anche umanamente e spiritualmente. Da oggi indosserete un camice, ma i vostri pazienti indosseranno un pigiama: le persone malate, fra le più fragili, attendono da voi scienza e carità. Solo così sarete capaci di fare dell’ospedale un santuario di speranza».

La White Coat Ceremony si tenne per la prima volta il 20 agosto 1993 presso il Columbia University College of Physicians and Surgeons, grazie all’iniziativa del neurologo pediatra Arnold P. Gold e di sua moglie Sandra O. Gold, seguita, nell’anno successivo, dalla New Jersey Medical School. Da allora le Cerimonie del Camice Bianco si moltiplicarono negli Stati Uniti e in tutto il mondo e, da alcuni anni, anche la Facoltà di Medicina e chirurgia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore celebra solennemente questo rito fortemente simbolico, ormai tradizione nella sede di Roma, come ha sottolineato, introducendo l’evento, il professor Domenico D’Ugo, presidente del corso di laurea in Medicina e chirurgia: «Quella di oggi non è solo una giornata di festa, è un momento fondamentale del vostro percorso, una giornata che conferma il vostro senso di appartenenza, una tappa davvero importante: da oggi entrate in ospedale, nell’incontro con le persone malate, a contatto con la sofferenza».

Prima della consegna ufficiale dei camici bianchi, il discorso del professor Carlo Torti, Ordinario di Malattie Infettive che, partendo dal Trattato di Antica Medicina di Ippocrate, ha offerto un percorso ideale dei principali insegnamenti che nei secoli hanno plasmato l’arte medica: «Umanizzazione della medicina significa riconoscerne l’imperfezione, contemporaneamente conservando la fiducia nei confronti della capacità generativa della mente umana nel senso dell’innovazione senza cedere alla tentazione della ipertecnologia e sempre nel solco di un rapporto medico-paziente empatico e solidale», ha detto, partendo dalla “medicina dei postulati” fino alle fasi contemporanee della Medicina di precisione e delle applicazioni dell’Intelligenza Artificiale, dall’importanza dell’ascolto che «nella sua dimensione di osservazione clinica esercita anche un potente effetto curativo di per sé in quanto l’ammalato si sente valorizzato, oggetto di attenzione del medico, preso in cura senza alcun compromesso né ostacolo da parte della medicina tecnologica che si frappone tra persona e persona» fino all’approccio alla “cura in équipe” che in passato «veniva avvertito quasi come una minaccia, data la complessità della medicina di oggi» e che oggi è «quasi di regola obbligatorio».

Una cerimonia importante, mai scontata, ravvivata ogni anno da nuovi studenti che escono da aule e laboratori ed entrano ora anche nei reparti del Policlinico Universitario, uniti nelle parole di Federica Finetti, studentessa del quinto anno rappresentante nel Consiglio di corso di laurea: «La Medicina è difficile – ha detto - e noi studenti stiamo imparando a tenere tra le mani la vita degli altri. Per farlo bene non dobbiamo vivere in una sterile competizione: un medico bravo non è quello che si consuma per dimostrare di meritare il camice, ma quello che, dopo anni, è ancora capace di sentire, di riflettere, di restare presente. Perché non serve diventare invincibili per essere medici. Serve restare umani abbastanza da non dimenticare perché abbiamo iniziato».

Anche quest’anno la Cerimonia del Camice Bianco è stata vissuta come tappa fondamentale nel percorso di studi, valore ben evidente nell’emozione e nelle parole declamate coralmente, introdotte dallo studente Gian Maria Pastura e guidate dallo studente Antonio Iannarelli: quelle del Giuramento di Ippocrate che da millenni segna le tappe etiche, deontologiche e umane per ogni persona che si appresta a esercitare l’arte medica “in scienza e coscienza (…) secondo equità”.

A tutte e tutti loro si è rivolto il professor Torti con un messaggio finale: «Il camice bianco che andrete a vestire non solo deve rappresentare un “ponte” - mai l’affermazione di una distanza quasi gerarchica - tra voi e i vostri pazienti, ma dev’essere anche interpretato come elemento simbolico che sostanzi l’appartenenza comune a una classe - mai a una “casta”- di professionisti che saranno per le persone malate un riferimento costante».

«E se di fronte all’inevitabilità della malattia e della morte ci resta la forza della fede e della preghiera – ha concluso -, è impossibile almeno non pensare che la cifra fondamentale dell’essere medico rimane senz’altro la forza dell’essere umili: condividete e rallegratevi dei successi perché non c’è più grande soddisfazione di contribuire alla salute della persona malata e della collettività, ma non lasciatevi spaventare dagli errori che inevitabilmente faranno parte del vostro percorso. Accoglieteli, analizzateli e condivideteli con i vostri colleghi, affinché diventino occasione di crescita personale e collettiva».

Un articolo di

Federica Mancinelli

Federica Mancinelli

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