La sessione successiva, coordinata dal professor Raul Caruso, direttore dell’International Peace Science Center (IPSC), ha approfondito le diverse declinazioni dell’intelligenza artificiale nel mondo della sicurezza. Simon Polichinel Von Der Maase (Peace Research Institute Oslo) nel suo intervento si è focalizzato sull’utilizzo di un modello che sfrutta l’AI per stilare delle previsioni di probabilità sulla violenza politica. Forecast without subjects, questo il nome del progetto di Von Der Maase, agisce su più fronti, «avvalendosi di reti neurali spazio-temporali per la modellazione della violenza organizzata, pipeline di apprendimento automatico per implementare i sistemi di previsione, infrastrutture di governance verificabili e sicure e un’interazione operativa con enti sovranazionali impegnati nel prevenire fenomeni di crisi». La mole di dati da cui attinge il modello spazia da quelli «geolocalizzati mensilmente su eventi di conflitti armati ai dati in tempo reale sulla violenza politica», per arrivare a un ampio «database contenente informazioni sullo sviluppo globale e sulle fonti autorevoli di agenzie di stampa globali». Secondo Von der Maase tali previsioni superano considerevolmente, per efficacia e metodo, «le estrapolazioni euristiche della storia recente», quando si ha a che fare con «modelli spaziali ampi, traiettorie a medio termine e scenari dove i contesti ad alto rischio vengono equiparati a quelli a basso rischio». Un esempio di concreto utilizzo del modello si può vedere nel Fao’s Financing for Shock-Driven Food Crises Facility (FSFC), meccanismo di prevenzione approvato anche dal G7, dove sono previste «assicurazioni parametriche contro le crisi alimentari e soglie di attivazione legate a valori previsti».
La tavola rotonda si è poi spostata sul tema dell’etica dell’intelligenza artificiale nei conflitti. La filosofa e professoressa di Etica Digitale e Tecnologie della Difesa Mariarosaria Taddeo (Oxford University). Il concetto di digital war arriva da lontano dal 1991 con la guerra del Golfo, dove si sono utilizzate le prime tecnologie e i primi computer per coordinare le operazioni sul campo, e giunge fino ai giorni nostri con le guerre in Ucraina e Medio Oriente». Oggi, secondo Taddeo, nell’analisi di una guerra si tende ad attuare la divisione tra «guerre con obiettivi e attori fisici e guerre digitali con un basso coinvolgimento di forze». Della seconda categoria fanno parte i cyber-attack, comparabili molte volte a «dei veri e propri attacchi armati, con frequenti azioni terroristiche e di sabotaggio», risultando persino più temibili perché «sfuggono alle maglie del diritto internazionale». Taddeo ha parlato anche delle enormi possibilità che l’AI può garantire nelle operazioni di difesa. «Può essere un incredibile alleato nelle azioni di back office, intelligence, pianificazione operativa e progettazione di malware». Ma presenta anche diversi rischi e «sfide etiche, che interessano la mancanza di trasparenza e la violazione dei diritti umani, sollevando dubbi sulla responsabilità morale».
L’ultimo contributo della sessione l’ha portato Giacomo Persi Paoli (United Nations Institute for Disarmament Research), concentrandosi sulla governance globale dell’intelligenza artificiale e della cybertecnologia. «Il tema della cybersecurity è apparso sui tavoli dei governi, per la prima volta nel 1999, in una risoluzione proposta dalla Russia all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Ci sono voluti oltre vent’anni, da quel momento, per individuare la necessità di istituire il Meccanismo Permanente Globale, una struttura che oggi punta a guidare le discussioni globali sul comportamento responsabile degli stati nello spazio cibernetico».
La giornata si è conclusa con una terza sessione, finalizzata, come affermato da Monica Spatti (Università Cattolica del Sacro Cuore), a fornire coordinate di fronte alla percezione di disorientamento causata dalla contestazione, da parte dei recenti eventi, nei confronti delle norme e dei valori alla base del diritto internazionale. In quest’ottica, Joseph Grieco (Duke University), attraverso un approccio ispirato alla teoria del realismo, ha sostenuto il bisogno reciproco che caratterizza Stati Uniti e Unione Europea. A Grieco è succeduto Vittorio Emanuele Parsi, già Direttore di ASERI, il quale, dopo un’accurata analisi delle trasformazioni che gli Stati Uniti stanno attraversando, ha sottolineato la pericolosità di un ordine internazionale dominato da forze alla stregua di quelle che stanno emergendo, con un interessante spunto in merito alla necessità di non dimenticarsi delle potenze medie. Ha concluso la sessione Andrea Ruggeri (University of Milan) che, con un originale intreccio di testi classici delle Relazioni Internazionali e dati, ha proposto una riflessione volta a comprendere se siano presenti o debbano essere inventati mezzi e procedure utili a modificare la gerarchia e lo status formale del contesto globale.
In conclusione, le stimolanti analisi che si sono susseguite possono essere annoverate nella più ampia cornice di una riflessione su quali strumenti favoriscano un ordine internazionale giusto e stabile, che «non può emergere dal mero equilibrio di potere né da una logica puramente tecnocratica. La concentrazione del potere tecnologico, economico e militare nelle mani di pochi, minaccia sia la partecipazione democratica tra i popoli, sia la concordia internazionale» come affermato da Papa Leone XIV nel messaggio rivolto all’Accademia Pontifica delle Scienze Sociali, ricordato in apertura da Palano.