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In Italia oltre due milioni di uomini adulti non lavorano e non cercano lavoro

29 maggio 2026

In Italia oltre due milioni di uomini adulti non lavorano e non cercano lavoro

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In Italia oltre 2 milioni e 400mila uomini adulti sono inattivi, dei quali quasi 600mila 25-34enni e poco meno di 799mila 35-54enni. In percentuale si può affermare che sono inattivi il 17,8% dei 25-34enni e il 25,3% dei 55-64enni, ma anche l’8,2% dei 35-44enni e l’8,9 dei 45-54enni.

Si tratta del più basso tasso di attività tra i Paesi dell’Unione europea, emerso da un ampio studio transdisciplinare sugli uomini adulti inattivi, ovvero gli uomini che non lavorano e non cercano lavoro, che è stato presentato giovedì 28 maggio in Università Cattolica nel campus di Milano.

Realizzato grazie alla linea strategica delle ricerche d’interesse di Ateneo, lo studio, a cura di Laura Zanfrini, docente di Organizzazioni, persone, sostenibilità e cittadinanza d'impresa e direttrice del Centro di ricerca Welfare, work, enterprise, lifelong learning WWELL dell’Ateneo, è stato condotto tra il 2023 e il 2025 con la collaborazione di circa trenta ricercatici e ricercatori esperti di diversi ambiti disciplinari, molti dei quali interverranno al convegno, promosso dalla Facoltà di Scienze politiche e sociali, dal dipartimento di Sociologia e dal centro WWELL. Il fenomeno dell’inattività maschile sarà approfondito da diverse prospettive: dapprima storica, statistica, giuslavoristica, medica, mediale e cinematografica, e poi sociologica, economica, psicologica e storico sociale. La lettura andrà, infine, oltre i confini nazionali per inquadrare la questione anche a livello europeo.  

La ricerca, pubblicata nel volume (Im)perfetti sconosciuti. Uno studio transdisciplinare sugli uomini adulti che (non) lavorano e (non) vogliono lavorare (a cura di Laura Zanfrini) disponibile in libreria e in open access sul sito dell’editrice Vita e Pensiero, ha portato alla luce un gruppo sociale ampiamente trascurato e invisibile dal punto di vista sociale e istituzionale perché considerato centrale e “vincente” rispetto ai giovani e alle donne. 

In particolare, la prima survey realizzata in Italia, condotta su un campione nazionale di oltre 400 adulti inattivi e con alcuni affondi qualitativi attraverso interviste a un gruppo di uomini che si sono dimessi volontariamente, ha approfondito le ragioni e le conseguenze dei processi di “distacco” dal lavoro e le caratteristiche di questi soggetti che, pur condividendo la condizione di inattivi, sono tra loro profondamente diversi e diseguali.

Lo studio include anche un’analisi sistematica del modo in cui i media italiani trattano (o non trattano) il fenomeno; una disamina del modo in cui il maschio adulto inattivo è rappresentato nel cinema italiano; una ricerca sugli orientamenti dei partiti politici (a livello europeo e in quattro paesi dell’Unione); una selezione di buone pratiche per l’attivazione nel campo della transizione ecologica.

Tra le principali evidenze emerse c’è la centralità del lavoro, anche e soprattutto quando il lavoro non c’è, in quanto qualificante l’identità e il benessere individuale, e importante nella costruzione (ovvero nella lacerazione) del legame sociale, nella progettazione di modelli economico-sociali inclusivi e sostenibili.

In una fase storica caratterizzata da profonde trasformazioni strutturali e culturali, da nuovi atteggiamenti verso il lavoro e da inediti scenari demografici, lo studio ha messo in evidenza cinque profili di uomo adulto inattivo.

Il primo riguarda gli inattivi caregiver. Per questi protagonisti di una rivoluzione silenziosa e vittime di una invisibilità sociale (10,7% del campione) l’inattività è una condizione scelta, non volontaria. Sono uomini con discrete risorse formative e un passato professionale «tipico», anche in impieghi qualificati. I loro percorsi di vita presentano pochi “incidenti di percorso” (malattie, dipendenze, divorzi…). Desiderano ricominciare a lavorare non appena possibile e ritengono di avere un’elevata capacità lavorativa. Riflettono i caratteri del welfare familistico: quasi la metà vive coi genitori, gli altri in prevalenza in una famiglia “tipica” e 6 su 10 percepiscono un assegno di accompagnamento. L’impegno di cura per loro è al contempo vincolo e risorsa identitaria.

Il secondo profilo è quello degli inabili al lavoro. Sono gli uomini che rappresentano la vulnerabilità della condizione umana e la tensione tra perdita e possibilità (12,3% del campione). In questo caso l’inattività è una condizione forzata (anche se circa 2 su 10 lavorano in modo irregolare) e in più di 6 casi su 10 hanno una bassa scolarizzazione (nel 62,7% dei casi). Alle spalle hanno lavori di tipo operaio, esperienze di vita difficili, una capacità lavorativa compromessa e in oltre 7 casi su 10 una condizione economica inadeguata, se non, in oltre 4 casi su 10, preoccupante o drammatica. Questi uomini tendono ad auto-colpevolizzarsi (43,1% vs 12,8% valore medio del campione), ma hanno anche un potenziale residuo da valorizzare anche in ragione del loro bisogno di lavorare (oltre la metà frequenterebbe dei corsi di riqualificazione).

Il terzo profilo corrisponde agli inattivi per scelta, archetipi di una società che scopre il valore del non-lavoro sottraendo ai sistemi produttivi un formidabile potenziale (12,3% del campione). Questi uomini avevano professioni spesso qualificate e/o autonome, che davano molte soddisfazioni. In maggioranza non intendono lavorare e chi lavorerebbe ha un salario di riserva molto alto, scelta resa possibile da una condizione economica privilegiata (il 45,1% ha una condizione agiata, il 33,3% adeguata, il 64,7% percepisce interessi e rendite da capitali e patrimoni). Il 60% è laureato, ha risorse formative, di salute, di capacità di lavoro relazionali, un elevato benessere personale, consumi ludici e culturali e un’elevata soddisfazione per tutto ciò che conta nella vita.

Il quarto profilo è relativo agli stabilmente inattivi, artefici di un equilibrio adattivo e testimoni della normalizzazione dell’inattività formale (30,8% del campione). Per loro l’inattività è una condizione di lunga durata, fortemente legata al coinvolgimento nell’economia sommersa (55,9%) e il 17,3% ammette di trarre proventi da attività non del tutto legali. In oltre la metà dei casi i loro percorsi scolastici sono incompiuti, hanno un’elevata capacità lavorativa, ma in 9 casi su 10 non cercano un lavoro. Vivono prevalentemente in una famiglia “tipica”, hanno raggiunto un certo equilibrio adattivo che li porta a non cercare lavoro nonostante in oltre la metà dei casi abbiano una condizione economica inadeguata o preoccupante.

Infine, il quinto profilo riguarda gli inattivi sfiduciati, vittime della precarietà e complici incolpevoli del degrado della civiltà del lavoro (33,9% del campione). In oltre la metà dei casi soffrono di ricorrenti fallimenti occupazionali e di vita, sono prevalentemente occupati in modo irregolare (40,7%) o inoccupati per scoraggiamento (39,3%), hanno spesso alle spalle un “cattivo lavoro” e probabilmente non sono stati in grado di riadattarsi alla nuova opportunità. Questi uomini testimoniano i processi di deformazione dell’offerta e hanno quasi tutti (97%) una situazione economica inadeguata. Pur essendo scoraggiati, conservano il miraggio di un “lavoro vero”, ritengono di avere un’elevata capacità di lavoro, hanno un basso salario di riserva (oltre un terzo accetterebbe qualsiasi stipendio) e oltre il 60% si dichiara insoddisfatto.

Un articolo di

Emanuela Gazzotti

Emanuela Gazzotti

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