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La Groenlandia contesa fra geopolitica e clima

08 gennaio 2026

La Groenlandia contesa fra geopolitica e clima

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Un tempo regione remota e pressoché inaccessibile, l’Artico è ormai al centro di sviluppi internazionali epocali. Negli ultimi anni, infatti, si è registrato un aumento della competizione tra grandi potenze che rischia di sgretolare il modello cooperativo della regione, racchiuso nello slogan High North, Low Tension. Dalla fine della Guerra Fredda, l’Artico era considerato un caso virtuoso di cooperazione internazionale nonostante fossero già presenti posizioni contrastanti espresse da alcuni dei Paesi più influenti. Nel 1996, i Paesi artici hanno costituito il Consiglio Artico, un’organizzazione intergovernativa con l’obiettivo di garantire uno sviluppo sostenibile della regione favorendo anche la collaborazione scientifica tra i Paesi.

Oggi invece pare che la competizione tra grandi potenze stia gradualmente assumendo i tratti di un gioco a somma zero, coi Paesi focalizzati a massimizzare il proprio vantaggio competitivo. Questa tendenza non è limitata ai Paesi considerati revisionisti (Russia e Cina in primis), ma è assunta anche dal principale responsabile del sistema internazionale vigente, gli Stati Uniti. Inevitabilmente, il nuovo contesto geopolitico ha coinvolto sempre più l’Artico.

Vita e Pensiero 4/2025

La competizione nella regione è alimentata e accentuata da un altro sviluppo epocale: il cambiamento climatico. Il riscaldamento globale, infatti, sta già trasformando l’intera regione artica, un tempo inaccessibile a causa dell’estensione dei ghiacci. Oggi, invece, le temperature della regione stanno aumentando quattro volte più velocemente che nel resto del mondo. Secondo le stime consultabili sul sito della Nasa, l’estensione dei ghiacci a settembre si è ridotta a un tasso del 12% ogni decennio, rispetto alla media del periodo compreso tra il 1981 e il 2010. Secondo un rapporto del 2023 redatto dall’Intergovernmental Panel on Climate Change (Ipcc), la proporzione del ghiaccio pluriennale di almeno cinque anni si è ridotta di circa il 90% tra il 1979 e il 2018. Lo scioglimento dei ghiacci crea nuove sfide per la sicurezza ma anche opportunità economiche – dall’estrazione di risorse allo sviluppo di rotte marittime – che inevitabilmente attraggono l’interesse di Paesi artici e non.

Un caso studio interessante è la Groenlandia, che si trova al centro della competizione artica, come certificato dalle ambizioni di controllo sull’isola da parte del presidente statunitense Donald Trump. Infatti, l’isola è un caso emblematico di numerose e rilevanti tendenze globali che si intersecano con la stabilità e lo sviluppo sostenibile della regione artica unendo dimensione locale, regionale e globale.

Ma qual è il motivo profondo per cui proprio la Groenlandia ha attirato così tanto interesse? La Groenlandia è l’isola più grande del mondo, popolata però da meno di 60mila persone, e ciò ne fa uno dei territori meno densamente abitati al mondo. Formalmente è parte del Regno di Danimarca da diversi secoli, anche se la sua relazione con Copenaghen si è evoluta nel tempo passando da colonia a territorio d’oltremare fino a essere formalmente riconosciuta come regione semi-autonoma. La relativa autonomia ha stimolato importanti tendenze indipendentiste nonostante le sfide socioeconomiche. Infatti, a oggi l’isola dipende largamente dai finanziamenti del governo danese per circa 500 milioni di euro, pari a metà delle rendite governative e il 20% del Pil della Groenlandia. Sempre di più, la tendenza indipendentista ha preso piede anche se dall’ultima elezione parlamentare locale (marzo 2025) sembra emergere un approccio cauto e condiviso a tale processo.

In questo contesto domestico complesso, attori esterni hanno cercato di garantirsi un ruolo e un’influenza nell’isola. L’interesse statunitense per la Groenlandia non nasce certamente con l’amministrazione Trump, e la dichiarazione del presidente orientato a ottenere il controllo dell’isola «in un modo o nell’altro» per rispondere a una «necessità assoluta» di sicurezza nazionale certifica la rilevanza geostrategica dell’isola. Proprio la posizione strategica dell’isola aveva stimolato l’attenzione americana all’inizio della Guerra Fredda. Dal 1951, la Groenlandia, tramite la Danimarca, ha un accordo di difesa con gli Usa e da allora l’isola ospita la Pituffik Space Base (un tempo conosciuta come Thule Air Base), una base militare strategica degli Usa che supporta i sistemi di difesa e di sorveglianza spaziale della Nato.

La condizione politico-economica post-Guerra Fredda ha indotto i Paesi occidentali a ridurre la propria attenzione per l’intera regione artica. Questo fino a pochi anni fa. Le crescenti tensioni geopolitiche, in particolare quelle con la Russia e con la Cina, combinate con lo scioglimento dei ghiacci e studi riguardo al potenziale minerario artico hanno riacceso l’interesse di attori nazionali e privati. Già nel 2019, Trump aveva proposto di acquistare l’isola aumentandone già allora l’interesse geostrategico. È utile ricordare che proprio per questo motivo non sono nuove neanche le proposte di acquisizione da parte di Washington. Già nel 1946, il presidente Truman propose di acquistarla dalla Danimarca per le sue riserve di uranio, decisivo per lo sviluppo militare e civile. In tal senso, la competizione globale tra potenze pare essere un ritorno al passato anche per quanto concerne la Groenlandia e la sua posizione strategica in numerose dimensioni della corsa verso il Nord.

Lo scioglimento dei ghiacci apre nuove opportunità per il transito di merci internazionali. In questo scenario, la posizione geografica rende la Groenlandia un attore cruciale per il futuro della navigazione artica poiché si trova in mezzo a due potenziali rotte marittime: il Northwest Passage e la Transpolar Sea Route. La prima costeggia il Nord America, mentre la seconda attraverserebbe l’Oceano Artico passando vicino al Polo. A causa dello scioglimento dei ghiacci, queste rotte potrebbero aumentare la loro rilevanza nel commercio internazionale, permettendo di ridurre tempi e costi dei viaggi. La rotta transpolare non sembra percorribile nel medio termine, anche se potrebbe risultare quella più rivoluzionaria qualora le condizioni del ghiaccio si aggravassero.

Alcune stime prevedono che l’Artico possa sperimentare il suo primo giorno senza ghiaccio entro il 2030. In ogni caso, le rotte artiche rappresenterebbero delle alternative a quelle tradizionali che risentono dei rischi securitari associati ai chokepoint, quali Suez e Babel Mandeb. Secondo il Consiglio Artico, il transito artico è aumentato del 37% dal 2013 al 2023 alla luce dello scioglimento dei ghiacci e del crescente impegno politico. A oggi, la maggior parte del traffico artico è concentrata lungo la terza rotta, la Northern Sea Route, che corre lungo la costa russa, grazie a una rete infrastrutturale maggiormente sviluppata e una maggiore ambizione politica di sviluppare tale rotta. Tuttavia, pare che le opportunità economiche stiano inducendo i governi a pianificare lo sviluppo delle altre due rotte. La Groenlandia potrebbe diventare un attore importante nell’infrastruttura (fisica e non) di supporto a queste rotte, garantendo porti, rifornimenti ma anche monitoraggio e sicurezza. Eppure, per poter concretizzare tali ambizioni e rendere le rotte artiche veramente rilevanti per lo scenario internazionale occorrono numerosi investimenti, capacità umane e prolungati periodi senza ghiaccio nella regione. Secondo l’Ipcc, c’è una probabilità compresa tra il 10 e il 35% che l’Artico sia libero da ghiaccio a settembre entro la fine del secolo, qualora il riscaldamento globale si stabilizzasse a 2 °C.

Allo stesso tempo, l’interesse maggiore per la Groenlandia è stato generato probabilmente dalla presenza nell’isola di risorse naturali, da petrolio e gas ai minerali critici. Lo US Geological Survey stima che in Groenlandia ci siano fino a circa 17,5 miliardi di barili di petrolio e 4 trilioni di metri cubi di gas. Negli anni 2010, la Groenlandia ha espresso la propria ambizione di sviluppare e monetizzare tali risorse. Questo era anche frutto del contesto dei mercati petroliferi che registravano prezzi elevati. Tuttavia, allo stato attuale di sviluppo tecnologico, il costo di esplorazione di tali pozzi petroliferi offshore è particolarmente elevato (circa 100 milioni di dollari per ogni singolo pozzo di esplorazione, nelle condizioni più favorevoli). Le condizioni atmosferiche, combinate alla carenza di infrastrutture, hanno ridotto la fattibilità economica e depresso le ambizioni dell’isola. Nel frattempo, il contesto politico – sempre più attento alla dimensione ambientale-climatica – ha portato alla decisione del 2021 di sospendere l’approvazione di nuove licenze di esplorazione.

La transizione energetica e le politiche climatiche hanno però dato una nuova spinta all’industria mineraria della Groenlandia, attraendo crescenti interessi da parte dei Paesi occidentali e non solo. Il sottosuolo groenlandese è infatti ricco di numerose riserve di minerali critici, come grafite, rame, terre rare, litio e uranio.

Lo scioglimento dei ghiacci potrebbe permettere l’esplorazione e l’estrazione di numerosi minerali attraendo l’interesse non solo governativo ma anche di aziende private. Per la Groenlandia, che detiene la sovranità dello sfruttamento del sottosuolo, lo sviluppo delle proprie risorse potrebbe essere una strategia di diversificazione e sicurezza nell’ottica di una maggiore indipendenza da Copenaghen. Certamente la Groenlandia potrebbe emergere come Paese strategico nelle catene del valore dei minerali critici, che sono considerati input essenziali e insostituibili (almeno nel breve periodo) per numerose tecnologie, incluse quelle digitali, militari e necessarie proprio per la transizione energetica.

Proprio per la loro rilevanza economica, i minerali critici hanno guadagnato un’importanza strategica nella competizione globale geopolitica, economica e industriale. In particolare, le economie occidentali devono scontare un’elevata dipendenza dall’estrazione e dalla raffinazione effettuate da un ristretto numero di Paesi, in particolare la Cina. Pechino detiene il controllo delle filiere minerarie (principalmente raffinazione e lavorazione) grazie a politiche industriali domestiche decennali, che comprendono aiuti di Stato, aziende statali, minori restrizioni ambientali. Tutto affiancato da una solida diplomazia mineraria in diverse regioni del mondo. In colpevole ritardo, i Paesi occidentali stanno cercando di ridurre il divario con la Cina anche attraverso azioni diplomatiche e promesse di investimenti nel settore minerario. Inevitabilmente, tale diplomazia ha coinvolto anche la Groenlandia. Secondo alcune stime, nell’isola sono presenti almeno 39 dei 50 minerali considerati critici per la sicurezza nazionale ed economica americana, e 25 dei 34 minerali definiti dalla Commissione Europea come strategicamente importanti. Per questo, l’Unione Europea ha siglato nel novembre 2023 un protocollo d’intesa con la Groenlandia volto a favorire una partnership strategica che sviluppi catene di valore sostenibili per le materie prime. È necessario, tuttavia, attuare soluzioni tangibili poiché la Groenlandia non aspetterà in eterno i partner transatlantici, come già affermato dal suo Ministro delle risorse naturali.

Per poter garantire soluzioni praticabili e concrete, occorre partire dall’assunto che lo sviluppo delle risorse della Groenlandia non è legato esclusivamente al loro potenziale intrinseco. La geologia è infatti solamente un componente del successo minerario; gli altri fattori necessari, se non decisivi, sono la capacità d’investimento, il capitale umano, le infrastrutture, le condizioni di mercato e la volontà politica. Sotto questi punti di vista strutturali, difficilmente correggibili nel breve periodo, la Groenlandia è carente. Non è un caso che finora il potenziale groenlandese non si sia tradotto in successo concreto in larga scala. Come già sottolineato, anche l’interesse dei diversi Paesi nei confronti del potenziale minerario dell’isola è una sorta di ritorno al passato, come per l’interesse statunitense del dopoguerra rispetto all’uranio.

I Paesi devono considerare che la mera estrazione di risorse non garantisce maggiore sicurezza economica. Infatti, è necessario che gli investimenti siano diretti anche verso le capacità di raffinazione e lavorazione in modo da ridurre effettivamente la rilevanza cinese. Tuttavia, tali attività comportano un significativo impatto ambientale, che genera un’opposizione sociale locale. Proprio per questo motivo, nel 2021 la Groenlandia ha bloccato lo sviluppo di una miniera di terre rare e uranio nel Sud dell’isola (Kvanefjeld). Per poter sviluppare una rete di raffinazione e lavorazione, i Paesi occidentali dovrebbero cooperare al fine di generare in maniera sostenibile catene del valore alternative. Il futuro sviluppo minerario della Groenlandia e la competizione globale che ne consegue mostrano chiaramente come le dimensioni locali, regionali e globali siano interconnesse.

In conclusione, gli effetti del cambiamento climatico aprono certamente nuove opportunità per l’Artico e la Groenlandia. Tuttavia, il raggiungimento degli obiettivi politico-economici dipende da numerose variabili. Se non verranno affrontate (e vinte) almeno le più importanti sfide strutturali a livello socioeconomico e ambientale, lo scioglimento dei ghiacci non si tradurrà necessariamente nell’espansione del settore minerario in Groenlandia che potrebbe portare benefici a più livelli.

 

 


Foto di Kaufdex e di Mario Hagen da Pixabay.

Un articolo di

Pier Paolo Raimondi

Pier Paolo Raimondi

Lecturer Alta Scuola in Economia e relazioni internazionali (ASERI)

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