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La Salute in tutte le politiche

08 settembre 2022

La Salute in tutte le politiche

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È stato un pomeriggio di confronto e dibattito quello che il 7 settembre ha riunito nel campus di Roma dell’Università Cattolica i responsabili delle formazioni politiche italiane nei temi della Sanità, in dialogo con gli studenti, i docenti, personalità istituzionali del mondo della salute e dell’industria farmaceutica, nell’incontro promosso dall’Alta Scuola di Economia e Management dei Sistemi sanitari (ALTEMS) – Facoltà di Economia dell’Ateneo, dal titolo “ALTEMS Incontra….I responsabili sanità delle forze politiche”, aperto dal saluto del Rettore dell’Università Cattolica professor Franco Anelli.

CattolicaNews ha incontrato, a margine dell’incontro, il professor Americo Cicchetti, Ordinario di Organizzazione Aziendale alla Facoltà di Economia e direttore dell’ALTEMS, dialogando sui temi principali della Sanità del presente e, soprattutto, del futuro.

Professore, la pandemia da Covid-19 ha riportato al centro dell’attenzione pubblica i temi della Salute, la rilevanza di un Servizio Sanitario Nazionale universalistico e gratuito, l’importanza irrinunciabile della Medicina territoriale. Ora il tema della Salute è apparentemente scomparso nei dibattiti politico-elettorali. Qual è la sua analisi?
«È vero: l’onda emotiva conseguente al lockdown ci aveva lasciato sperare nella definitiva affermazione del Servizio Sanitario Nazionale quale primo e vero pilastro del welfare nella scala dei valori dei cittadini, delle istituzioni e della politica, non come voce di spesa pubblica, ma soprattutto come investimento per il Paese. Alla luce di altre gravi emergenze, l’attenzione si è spostata verso la guerra in Ucraina, l’inflazione in aumento, la crisi energetica. In questi giorni qualcuno ha anche suggerito di investire nello sport per ridurre l’investimento sulla salute: l’opposto dell’idea della “salute in tutte le politiche” o della prospettiva della “one health” che solo due anni fa l’Italia aveva portato al centro dell’attenzione durante il G20 di Roma».

Eppure nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza sono previsti investimenti per 19,4 miliardi di Euro (su 194 complessivi) e varie riforme della medicina territoriale e della ricerca biomedica…
«In qualche modo queste previsioni sono sembrate sufficienti a tacitare qualsiasi ulteriore richiesta di attenzione da parte di chi il servizio sanitario lo usa, ci lavora e ci investe. I fondi e le riforme del PNRR non saranno però sufficienti a salvare il Servizio Sanitario Nazionale, oggi di fatto in pericolo, forse più di due anni fa: la quantità di risorse disponibili, seppur cospicua, appare non sufficiente. Secondo alcune stime del Ministero della Salute servirebbero 14 miliardi di euro solo per l’adeguamento degli ospedali già esistenti alle norme antisismiche. Nella realtà dei fatti, la sanità in Italia continua ad essere sottofinanziata se si prende come riferimento il livello di spesa degli altri quattro paesi del continente europeo con i quali amiamo confrontarci, ovvero Regno Unito, Francia, Germania e Spagna».

L’Alta Scuola di Economia e Management dei Sistemi sanitari studia, analizza e compie un lavoro di ricerca negli ambiti del sistema salute fin dal 2009: quali sono le ultime analisi su questi temi?
«I dati pubblicati dall’Alta Scuola stimano in 37 miliardi il gap che ci separa dal livello medio di finanziamento dei principali Paesi europei che citavo. Inoltre, emerge che Il sistema di reclutamento dei professionisti della salute è antiquato e legato a logiche che non premiano professionalità e merito. I giovani laureati in medicina e chirurgia scelgono di lavorare all’estero o nel privato profit per non essere oppressi da burocrazia e medicina difensiva. Il nodo della medicina di famiglia è ancora da sciogliere così come siamo ancora in attesa di un vero e proprio programma nazionale di valutazione delle tecnologie sanitarie che garantisca ai cittadini la tempestiva disponibilità delle innovazioni di “valore”. Lo squilibrio tra nord e sud nelle dotazioni e nella qualità dei servizi è purtroppo ancora evidente alimentando una mobilità passiva spesso patologica. In un Paese con la popolazione che invecchia e con tassi di fecondità tra i più bassi d’Europa, la risposta fornita dal modello delle RSA è certamente da rivedere, ma non è ancora stata definita una politica alternativa. Infine, il ruolo dei pazienti e dei cittadini nelle decisioni di politica sanitaria: non esiste un chiaro modello di coinvolgimento che sia in grado di garantire rappresentatività e indipendenza».

Ma la Sanità, ora, è più una spesa o un investimento?
«Tra gli operatori del settore da anni si parla di “sanità come investimento” e non come spesa e dell’importanza di una migliore integrazione tra settore pubblico e filiera industriale della salute, ma sono state poche le politiche che hanno cercato di trasformare uno slogan in un nuovo modo di gestire la sanità».

Quali sono, allora, le ricette da proporre per “curare” e far rinascere la Sanità?
«Se si ha il coraggio di distruggere rendite di posizione e anche alcune “istituzioni” per sostituirle con soluzioni più efficaci, cinque sono a mio parere gli ambiti di intervento.

La governance del sistema sanitario è da rivedere per costruire un nuovo equilibrio tra Stato e regioni che non “ingessi”, come è accaduto dal 2001 in avanti, una seria programmazione sanitaria, tesa trovare soluzione agli squilibri territoriali, e per chiarire definitivamente il punto di incontro tra politica e management nella gestione dei sistemi sanitari.

Il personale: è necessario ragionare sulla distribuzione delle competenze tra profili professionali prima di discutere su quanti medici o infermieri siano necessari. Per questo vanno rivisti i processi di formazione, selezione e valutazione di tutti coloro che operano nell’ambito della salute fissando reali “standard” di competenza e abbandonando le rendite di posizione che bloccano ogni riforma da quarant'anni.

Il finanziamento del sistema e il pagamento dei servizi: tutte le forze politiche condividono l’importanza di rifinanziare il Servizio Sanitario Nazionale, ma nessuno individua le fonti di copertura. Abbiamo effettivamente bisogno di altri modelli di copertura della spesa con il contributo della spesa privata? Per quanto riguarda la “remunerazione dei servizi”, lavoriamo con un sistema di pagamento per prestazione con tariffe ferme da vent'anni: forse è ora di virare definitivamente verso un sistema che paga il valore prodotto e non la prestazione.

Le tecnologie sanitarie: di meno, ma scelte meglio e finanziate sulla base del valore che producono in termini di salute. Attendiamo da oltre vent'anni l’implementazione di un modello di “valutazione delle tecnologie sanitarie”, in linea anche con quanto oramai sancito a livello europeo con la regolamentazione europea sull’HTA (Health Technology Assessment).

L’organizzazione dei servizi: la riforma dell’assistenza primaria presente nel PNRR è un ottimo punto di partenza che va però riconnesso con il ruolo che giocano gli ospedali, ancora troppi e troppo piccoli, soprattutto al sud. Necessario pensare ad una programmazione integrata che elimini definitivamente la dicotomia tra ospedale e territorio e l’unico modo è organizzare definitivamente il Servizio Sanitario Nazionale secondo reti e percorsi».

Che cosa possiamo e dobbiamo aspettarci dalla prossima legislatura?
«Le questioni da affrontare, come abbiamo visto, sono molteplici e la prossima legislatura non può non prevedere una profonda riforma del sistema. Ne siamo tutti consapevoli?».

All’incontro promosso dall’ALTEMS hanno partecipato Luca Coletto (Lega per Salvini Premier), Andrea Costa (Noi Moderati),  Beatrice Lorenzin (Partito Democratico),  Andrea Mandelli (Forza Italia), Anna Maria Parente (Italia Viva),  Walter Ricciardi (Azione), e Mariolina Castellone (Movimento 5 Stelle).

Un articolo di

Federica Mancinelli

Federica Mancinelli

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