Il Rettore Elena Beccalli, «a nome dell’intera famiglia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore e della Fondazione Policlinico Universitario A. Gemelli, si raccoglie in preghiera per la morte del Cardinale Camillo Ruini, esprimendo riconoscenza per il sostegno che, nel suo lungo ministero sacerdotale e nella sua lungimirante guida della Chiesa italiana, ha sempre generosamente offerto al nostro Ateneo, incoraggiandone la sua missione educativa».
I funerali si celebreranno giovedì 18 giugno, alle ore 16.30, nella Basilica di San Pietro. La Santa Messa, all'Altare della Cattedra sarà presieduta personalmente da Papa Leone XIV.
Per ricordarne la figura pastorale e il rilievo culturale ripubblichiamo integralmente un suo intervento - ospitato dalla rivista “Vita e Pensiero” nel numero 6 del 2004 - dal titolo "La Chiesa in Italia: da Loreto ai compiti del presente". L’articolo ripercorre il cammino dei cattolici italiani sotto il pontificato di San Giovanni Paolo II, dal convegno ecclesiale di Loreto, nel 1985, ai primi anni Duemila.
Lo sguardo che cercheremo di dare alle vicende e alle prospettive della Chiesa in Italia è necessariamente assai sintetico e senza pretese di organicità. Chi scrive è coinvolto in prima persona in tali vicende, fin dal Convegno di Loreto scelto come punto di inizio, e non presume di potersi spogliare da questa veste; si sforzerà però di evitare tentazioni autobiografiche.
Svoltosi nell'aprile 1985, il Convegno di Loreto, soprattutto a motivo del discorso di Giovanni Paolo II, ha rappresentato nel cammino della Chiesa italiana l'apertura di una fase nuova, più propositiva e in certo senso più "ambiziosa", pur mantenendosi ben dentro al solco del primato dell'evangelizzazione tracciato dalla Cei già col piano pastorale degli anni '70, sulla scorta della Evangelii nuntiandi di Paolo VI. A Loreto veniva messo in evidenza il rapporto con la società e con la cultura, caratteristico della proposta della "nuova evangelizzazione" di Giovanni Paolo II: il suo invito ad operare «anche e particolarmente in una società pluralistica e parzialmente scristianizzata, [...] affinché la fede cristiana abbia, o ricuperi, un ruolo-guida e un'efficacia trainante, nel cammino verso il futuro», esprime bene il progetto storico del Pontificato, in rapporto all'Italia.
Questo messaggio si è fatto strada nella Chiesa italiana, all'inizio con una certa fatica ma poi in maniera sempre più convinta. Un forte impulso in tale direzione è venuto dalla grande sorpresa dell'anno 1989, con la caduta della "cortina di ferro": essa provocava un cambiamento profondo anche in Italia, svuotando quel progetto alternativo di ispirazione marxiana, a suo modo globale, che era presente in misura non trascurabile anche tra i credenti.
In positivo, la sorpresa del 1989 faceva meglio comprendere la plausibilità e l'efficacia storica del progetto di Giovanni Paolo II. Il suo effetto era attenuato però da due circostanze, una più generale e l'altra specificamente italiana. La prima riguarda una certa fatica e lentezza a prendere coscienza del significato e della portata degli eventi del 1989, che si sono riscontrate proprio in ambienti ecclesiali e che probabilmente sono da collegare all'approccio fortemente utopico, e quindi generoso ma poco permeabile alla critica, con cui in tali ambienti il progetto marxiano era stato recepito e vissuto.
La seconda circostanza ci riporta a un altro fatto almeno in apparenza sorprendente, accaduto in Italia anche per impulso degli eventi del 1989, e cioè alla crisi del sistema politico, che era rimasto sostanzialmente stabile per più di quarant'anni, e dei partiti che erano stati al governo, in particolare della Democrazia Cristiana. Con la caduta della Dc aveva fine anche "l'unità politica" dei cattolici, per il vero mai totale e ormai da tempo avvertita da molti come un peso, probabilmente in un rapporto reciproco di causa ed effetto con le difficoltà interne di quel partito.
Negli anni tra il 1991 e il 1994 la Cei — in particolare ad opera di chi scrive — ha insistito con forza sull'unità politica dei cattolici, motivandola però, più che con la necessità di difendere il sistema democratico, con il dovere di salvaguardare e promuovere alcuni fondamentali contenuti etici e antropologici. L'invito all'unità veniva affidato inoltre alla «libera maturazione delle coscienze cristiane», riprendendo la formula già usata dal Papa al Convegno di Loreto.
La lettera di Giovanni Paolo II ai Vescovi italiani del 6 gennaio 1994 sulle responsabilità dei cattolici di fronte alle sfide dell'attuale momento storico, con l'invito alla "grande preghiera per l'Italia", pur non sottacendo le colpe e le deviazioni, ricupera — in una prospettiva non soltanto italiana ma europea — il valore del contributo dei cattolici, secondo «un bilancio onesto e veritiero degli anni dal dopoguerra ad oggi». Rivendica inoltre in termini espliciti l'unità della nostra nazione, in un momento particolarmente difficile.
Nel 1994 diventava comunque del tutto evidente la necessità di individuare un approccio nuovo e diverso, proprio per cercare di realizzare gli obiettivi di incidenza storica della fede cristiana indicati a Loreto, tenendo conto sia dei cambiamenti politici, che non rendevano plausibile la ripresa di un'esperienza appena conclusasi in modo certamente non adeguato ai meriti precedenti, sia soprattutto del panorama socio-culturale, nel quale la concezione della vita e l'ethos affermatisi storicamente con l'influsso determinante del cristianesimo erano messi in discussione sempre più radicalmente.
Un tentativo di rispondere a queste problematiche veniva formulato già nel settembre del 1994, nella mia prolusione al Consiglio permanente della Cei riunito a Montecassino. Esso veniva denominato "progetto culturale orientato in senso cristiano": espressione certo discutibile e in un primo tempo accanitamente discussa, ma poi accolta abbastanza pacificamente. Le sue finalità principali sono state fin dall'inizio quelle dell'evangelizzazione della cultura e dell'inculturazione della fede nell'Italia di oggi, sulla base della convinzione che la cultura — intesa in senso ampio e antropologico — costituisca il terreno fondamentale di crescita, o invece di alienazione e deviazione, delle persone e delle comunità e sia pertanto uno spazio privilegiato di incarnazione del Vangelo e di confronto con altre e diverse proposte di vita. Per le medesime ragioni l'impegno sul versante della cultura appariva come il contributo più significativo che la Chiesa e i cattolici potevano dare alla crescita complessiva del popolo italiano e come la premessa indispensabile per una motivata e qualificata presenza sociale e politica dei credenti.
Del Convegno di Palermo, svoltosi nel novembre 1995, soprattutto due aspetti meritano di essere ricordati. Il primo è il chiarimento intervenuto tra chi sosteneva la proposta del "progetto culturale" e chi desiderava sottolineare piuttosto il "Vangelo della carità" — tema del Convegno — e in genere il carattere pastorale della missione della Chiesa, temendo che il "progetto" innestasse una deriva culturalistica: un confronto sincero e abbastanza approfondito mostrò che queste diverse dimensioni e preoccupazioni non erano affatto alternative ma piuttosto, per loro natura, bisognose l'una dell'altra.
Un secondo risultato ha riguardato gli atteggiamenti da assumere dopo la fine dell'unità politica dei cattolici. Conviene riportare qui il preciso orientamento dato, nel suo discorso al Convegno, dallo stesso Giovanni Paolo II. Dopo aver ribadito che i cambiamenti intervenuti in ambito politico non comportano in alcun modo il venir meno di quei compiti e obiettivi di fondo che egli aveva indicato a Loreto, il Papa aggiunge: «La Chiesa non deve e non intende coinvolgersi con alcuna scelta di schieramento politico o di partito, come del resto non esprime preferenze per l'una o per l'altra soluzione istituzionale o costituzionale, che sia rispettosa dell'autentica democrazia... Ma ciò nulla ha a che fare con una "diaspora" culturale dei cattolici, con un loro ritenere ogni idea o visione del mondo compatibile con la fede, o anche con una loro facile adesione a forze politiche e sociali che si oppongano, o non prestino sufficiente attenzione, ai principi della dottrina sociale della Chiesa sulla persona e sul rispetto della vita umana, sulla famiglia, sulla libertà scolastica, la solidarietà, la promozione della giustizia e della pace».
Come via per raggiungere questi obiettivi il Papa propone il "discernimento comunitario", che consenta ai credenti collocati in diverse formazioni politiche di dialogare e aiutarsi reciprocamente a operare in maniera coerente con i valori professati. Di fatto, la pratica di un tale discernimento è risultata non facile, soprattutto quando, in sedi o ambiti ecclesiali, si è perso di vista il criterio principale di non coinvolgere la Chiesa in scelte o preferenze politiche e di partito: accade, allora, di riprodurre all'interno della Chiesa le attuali divisioni e contrapposizioni politiche, a volte in forme particolarmente ingenue e ideologizzate proprio perché in sedi non politiche sono meno facili quelle flessibilità e mediazioni che fanno parte dell'arte politica.
Ad ogni modo, la linea indicata dal Papa a Palermo ha consentito finora alla Chiesa italiana di vivere quella che è stata chiamata la "lunga transizione" politico-istituzionale del Paese senza contraccolpi negativi, e anzi vedendo semmai aumentare il rispetto e l'ascolto per le sue posizioni. La fiducia di cui gode la Chiesa tra la gente è confermata dalle altissime percentuali degli alunni che usufruiscono dell'insegnamento della religione cattolica e dei contribuenti che destinano alla Chiesa l'8 per mille dell'Irpef: qui però entrano in gioco soprattutto altri fattori, come il desiderio di un'educazione sana per i propri figli e l'apprezzamento per l'impegno caritativo della Chiesa. Un effetto importante dell'Accordo del 1984 di revisione del Concordato è anche il potenziamento del ruolo istituzionale della Cei e in particolare la sua aumentata capacità di dare un sostegno finanziario alle iniziative pastorali.
L'Anno Santo del 2000, preceduto da un lungo e fecondo tempo di preparazione, secondo i ritmi e i contenuti indicati dal Papa già nel 1994 con la lettera Tertio millennio adveniente, è un periodo nel quale la Chiesa, anche negli aspetti più propriamente spirituali della sua missione, è stata oggetto di un'attenzione particolarmente grande e favorevole, pure da parte degli organi di informazione: sotto questo profilo il momento culminante è stata, per l'Italia, la Giornata mondiale della gioventù dell'agosto 2000 a Roma.
L'attentato terroristico dell'11 settembre 2001, tanto tremendo quanto inatteso, ha cambiato in maniera profonda gli scenari politici internazionali ed ha influito sui sentimenti collettivi, anzitutto negli Stati Uniti d'America ma in non piccola misura anche in molte altre nazioni tra cui l'Italia. Si sono avuti così un risveglio e una rinnovata presa di coscienza della nostra identità religiosa e culturale cristiana, sia a livello di popolo sia in larga parte della cultura detta "laica". La percezione di questo risveglio non è stata ugualmente chiara e sollecita in tutti gli ambienti cattolici ed ecclesiali, dove sono emerse piuttosto sensibilità e valutazioni abbastanza differenziate. Non sempre, cioè, sono state avvertite le grandi opportunità, e al contempo le forti sfide, sia culturali sia propriamente pastorali, e in ultima analisi coinvolgenti la fede vissuta, poste dal riaffiorare dell'identità cristiana di fronte a una minaccia che pretende di richiamarsi ad un'altra religione, per quanto in maniera impropria ed illegittima.
L'atteggiamento più congeniale all'indole e alla missione del cristianesimo — che ha, fin dalle sue origini, anche una ineliminabile dimensione pubblica — e meglio conforme alle necessità attuali dell'Italia, come delle altre nazioni europee e dell'intera cosiddetta "civiltà occidentale", sembra piuttosto quello di rispondere positivamente alla richiesta, implicita in quel risveglio identitario, che la fede cristiana possa alimentare, senza rivendicazioni confessionali, una visione della vita e alcuni fondamentali valori etici il più possibile condivisi.
In una simile materia, tanto importante quanto delicata e facilmente soggetta a confusioni ed equivoci, appaiono indispensabili però almeno due chiarimenti. In primo luogo bisogna essere consapevoli che il contributo della nostra fede alla vita e all'autocoscienza dei popoli non può non andare in senso autenticamente cristiano, orientandoli quindi non a una rivendicazione chiusa e conflittuale della propria identità, ma piuttosto a conservare e valorizzare questa identità promuovendo per quanto possibile la comprensione reciproca e la pace, la riconciliazione e la collaborazione anche con popolazioni di matrice religiosa e culturale diversa. Ugualmente essenziale è rendersi conto che il cristianesimo può svolgere in maniera efficace e duratura un simile ruolo pubblico solo se non si riduce ad un'eredità culturale del passato, ma è attualmente creduto e vissuto dalle persone concrete, nella sua verità e autenticità.
Oltre alle tensioni geopolitiche divenute manifeste con l'attentato dell'11 settembre, un altro fattore di portata storica, che si può definire una nuova "questione antropologica", chiama oggi in causa la valenza culturale e sociale del cristianesimo. È in corso infatti, con una forza e una radicalità che si sono accresciute negli ultimi decenni, una trasformazione o ridefinizione dei modelli di vita, dei comportamenti diffusi e dei valori di riferimento, e sempre più anche delle scelte legislative, amministrative e giudiziarie, che cambia in profondità gli assetti sociali e i profili di una civiltà formatasi attraverso i secoli con il contributo determinante del cristianesimo. Ciò avviene con particolare evidenza negli ambiti della tutela della vita umana, della famiglia, della procreazione e di tutto il complesso dei rapporti affettivi, che rappresentano, insieme al lavoro, al guadagno e al sostentamento, e naturalmente alla sicurezza del vivere, i fondamentali interessi e le preoccupazioni quotidiane della gente.
Con simili trasformazioni stanno sempre più interagendo, in questi anni, gli sviluppi delle scienze e delle tecnologie che riguardano il soggetto umano, in particolare il funzionamento del nostro cervello e i processi della generazione. L'uomo stesso si trova messo così radicalmente in questione, nella sua consistenza biologica come nella coscienza che ha di sé, e ciò non soltanto sul piano teoretico, come avveniva nel passato, ma anzitutto a livello del fare e dell'operare tecnologico. È facile inoltre, anche se poco giustificabile già sotto il profilo metodologico, farsi forti delle acquisizioni scientifiche e tecnologiche per cercare di ricondurre integralmente la nostra intelligenza e la nostra libertà al funzionamento dell'organo cerebrale e riproporre così una concezione dell'uomo puramente naturalistica, nella quale non c'è spazio per alcuna sua trascendenza, e tanto meno per una vita oltre la morte, ma diventa anche assai difficile fondare razionalmente quel ruolo centrale e quella dignità specifica del soggetto umano — da considerare sempre come un fine e mai come un mezzo, secondo la nota formula di Kant — che costituiscono il punto di riferimento decisivo della nostra civiltà.
È questo, per sommi capi, il quadro dell'attuale "questione antropologica", che esige una precisa capacità di risposta, certamente da parte della Chiesa e dei credenti, ma anche di tutti coloro che hanno a cuore il valore unico della persona e il carattere genuinamente umanistico della società a cui apparteniamo. Una tale capacità di risposta non può non articolarsi a molteplici livelli, così come tende ad essere globale la "questione antropologica": dovrà riguardare pertanto i comportamenti concreti come la ricerca scientifica, la fede vissuta e la pastorale della Chiesa come il pensiero filosofico e teologico, la comunicazione sociale e le creazioni dell'arte, le scelte politiche, legislative ed economiche; in una parola, tutto ciò che forma la cultura di un popolo o di un insieme di popoli.
Quelle tensioni e contrapposizioni di tipo etico e anche religioso che sembrano caratterizzare in maniera crescente gli Stati Uniti d'America, viste alla luce di queste considerazioni, potrebbero rivelarsi non semplicemente dei residui delle peculiari origini di tale nazione, ma piuttosto l'anticipazione di un futuro che bussa già alle porte dell'Italia come degli altri Paesi europei, a meno che non si preferisca rinunciare in partenza a manifestare e concretizzare nel presente la fecondità della fede cristiana e delle radici della nostra comune civiltà.
Condizione perché un simile impegno possa avere successo è però che esso non si chiuda nella difesa e riproposizione del passato, ma sappia interpretare e far fruttificare ulteriormente quelle aspirazioni e quelle spinte che sono la forza motrice della nostra epoca, come la conoscenza scientifica e come l'anelito di libertà che attraversa il mondo: ciò corrisponde all'indole propria della fede cristiana, che è profondamente amica della libertà e dell'intelligenza.
L'analisi della situazione sociale e culturale e dei compiti che essa pone davanti alla Chiesa rimanda comunque, come si è già accennato, alle condizioni in cui si trova il corpo ecclesiale, considerato nella sua interezza, alla sua vitalità e alla saldezza della sua fede, al suo radicamento nel popolo e nella struttura sociale dell'Italia, alla sua consapevolezza della propria missione nell'attuale contesto storico.
Senza presumere di dare una risposta a quesiti di tal genere, vorrei notare in primo luogo che, da Loreto in poi e specialmente negli ultimi anni, è cresciuta nella Chiesa italiana e si è diffusa più capillarmente la coscienza della necessità e della priorità dell'evangelizzazione. Gli "Orientamenti pastorali" della Cei per il primo decennio di questo secolo, Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia, e da ultimo la Nota sul volto missionario delle parrocchie, sono frutto di un cammino e di una maturazione largamente condivisi, non solo tra i Vescovi, da cui emergono alcune precise risultanze. In primo luogo, certamente, una consapevolezza priva di illusioni della profondità dei processi di scristianizzazione, con il rischio già da tempo in atto che in particolare le nuove generazioni non riescano a stabilire con la fede e con la Chiesa un rapporto duraturo e profondo. Ma anche la determinazione ad affrontare tale problema fin nelle sue radici, con la fiducia — fondata anzitutto nella volontà salvifica di Dio — di potervi dare risposta. Perciò, in concreto, la scelta di porre la comunicazione della fede al centro di tutta la pastorale, dando un profilo di annuncio e proposta di Gesù Cristo, Figlio di Dio e unico Salvatore, già alla catechesi dei bambini e degli adolescenti e al tempo stesso impegnandosi a fondo, a differenza dal passato, nell'evangelizzazione degli adulti, in particolare nelle famiglie e negli ambienti di lavoro.
Un fattore-chiave perché questa scelta raggiunga e coinvolga la base della Chiesa è senza dubbio la qualificazione in senso missionario della vita e della pastorale quotidiana delle parrocchie, che in Italia conservano una grande capacità di rendere la Chiesa capillarmente presente in mezzo alla gente. Sembra però non meno necessario valorizzare pienamente l'apporto di quelle realtà, tra cui i movimenti ecclesiali, che hanno maturato forti esperienze e capacità evangelizzatrici, in rapporto a diverse fasce d'età e situazioni di vita. Più in generale, appaiono indispensabili sia una rinnovata passione apostolica dei sacerdoti diocesani e delle comunità religiose, maschili e femminili, sia un assai più ampio e convinto coinvolgimento nell'evangelizzazione di tanti laici cattolici.
Il rafforzamento di una comune e condivisa coscienza missionaria può avviare — anzi, sembra avere già avviato — un processo di avvicinamento reciproco, di maggiore disponibilità alla collaborazione e in ultima analisi di riscoperta del significato pieno e concreto della Chiesa come unico corpo di Cristo, nel quale siamo tutti membra gli uni degli altri, che è a sua volta la premessa di una credibile testimonianza missionaria. Le molteplici forme che una tale collaborazione viene ad assumere, ad esempio circa i rapporti tra le parrocchie nell'unità della diocesi, tra il clero e il laicato, tra le diocesi e parrocchie ed i movimenti ecclesiali, possono essere riassunte nel concetto di "pastorale integrata", o integrazione pastorale. È importante che questa integrazione mantenga in evidenza il suo orientamento missionario e quell'attenzione alla cultura vissuta delle popolazioni italiane senza la quale l'evangelizzazione rischia di rimanere astratta e velleitaria.
Un problema aperto e di grande importanza, anche se spesso sottaciuto, o forse considerato irrisolvibile, è quello di una persistente distanza, probabilmente accentuatasi dopo il Concilio, tra la pastorale della Chiesa e la religiosità diffusa e radicata tra la gente, profondamente legata a tradizioni e devozioni consolidatesi attraverso i secoli e al contempo di carattere piuttosto individualista, non molto attenta e permeabile pertanto alla dimensione ecclesiale della fede. Sotto quest'ultimo profilo tale religiosità presenta una certa somiglianza con quei fenomeni di "soggettivizzazione" della fede e appartenenza parziale alla Chiesa che sono invece conseguenza dell'attuale clima culturale fortemente soggettivistico: rimane però da essi nettamente diversa perché esprime — pur in una forma paradossalmente poco ecclesiale — un'adesione tenace e profonda ad alcuni contenuti fondamentali del cattolicesimo.
La figura e la testimonianza personale di Giovanni Paolo II hanno dato un grande contributo, in tutti questi anni, ad attenuare la distanza tra pastorale e religiosità diffusa. Ma possono essere assai utili a tal fine anche alcune indicazioni essenziali del suo magistero, in particolare l'invito, contenuto nella lettera Novo millennio ineunte pubblicata a conclusione dell'Anno Santo, a contemplare il volto di Cristo e a riproporre a tutti con convinzione la santità, quale «misura alta della vita cristiana ordinaria». Sono proprio gli esempi concreti di vita segnata dall'amore di Dio, di sequela appassionata di Gesù Cristo, quelli che fanno ritrovare nella Chiesa il mistero della presenza salvifica di Dio. Una condizione molto importante per tentare una certa saldatura tra la pastorale e il senso religioso del popolo italiano sembra essere inoltre l'impegno dei ministri della Chiesa a proporre e motivare con serietà, continuità e chiarezza, nella predicazione e in tutta l'opera formativa, i contenuti fondamentali della fede, su Dio, su Gesù Cristo, sulla salvezza eterna...
Le medesime indicazioni — certo insieme ad altre — potranno probabilmente rivelarsi efficaci per far fronte a quelle difficoltà che pesano maggiormente sulla pastorale e sulle capacità di incidere in senso cristiano nella cultura e nella società, come ad esempio la scarsità delle vocazioni al sacerdozio e alla vita religiosa o la formazione poco approfondita di molti laici credenti, e a volte del clero stesso.
Nonostante queste difficoltà, l'Italia è in ogni caso una delle nazioni europee in cui la Chiesa è più viva e presente, e pertanto meglio attrezzata per la "nuova evangelizzazione". Dal punto di vista della religione cristiana e del suo ruolo storico, l'Italia è dunque un Paese di primaria importanza, diversamente dall'opinione che spesso si ha di essa sotto altri profili. Naturalmente ciò comporta specifiche responsabilità, di cui è giusto essere consapevoli: le parole di Giovanni Paolo II nella lettera ai Vescovi italiani del 6 gennaio 1994, «All'Italia, in conformità alla sua storia, è affidato in modo speciale il compito di difendere per tutta l'Europa il patrimonio religioso e culturale innestato a Roma dagli Apostoli Pietro e Paolo», non possono pertanto essere considerate una semplice enfatizzazione di circostanza.