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Racconto, testimonianza e rigore: l’eredità di Walter Passerini

14 aprile 2026

Racconto, testimonianza e rigore: l’eredità di Walter Passerini

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Racconto, testimonianza e rigore. È il connubio di tre qualità che, unite, formano una buona pratica giornalistica. Walter Passerini incarnava ciascuna di queste. Non poteva essere chiamata diversamente la giornata a lui dedicata, a poco più di un anno dalla sua scomparsa.

Sabato 11 aprile, nella sede di largo Gemelli dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, a Milano, lo ha ricordato la tavola rotonda “Il racconto, la testimonianza, il rigore: il giornalismo secondo Walter Passerini”. L’evento, moderato da Laura Silvia Battaglia, direttrice delle testate del Master in giornalismo della Cattolica è stato un omaggio a quello che è il lascito di Passerini a colleghi, amici e allievi. Il tutto a partire dalla capacità di saper raccontare, «trasformando complessità in comprensione senza tradire i fatti», come riconosciuto da Marco Lombardi, direttore del Master. Malgrado nei suoi anni al Corriere della Sera si fosse occupato di una materia difficile come l’economia, Passerini ha avuto sempre il mirino puntato su un obiettivo: rispettare il lettore e fare in modo che egli potesse comprendere. Sotto questo aspetto, Passerini fu quasi un rivoluzionario negli anni ‘80. È così che lo ricorda il giornalista e saggista Ferruccio De Bortoli, suo collega nella redazione di via Solferino: «Nessuno, tranne lui, al tempo, aveva capito che il giornalismo di servizio era importante».

È questo il suo primo insegnamento trasmesso ai giovani e, in particolare, ai suoi studenti della Scuola di Giornalismo della Cattolica. Sì, l’insegnamento. Una delle più attività predilette dal giornalista, mediante un approccio che lo caratterizzava e che Nicoletta Vittadini, vicedirettrice del Master, ricorda con affetto: «Raccontare un Paese che cambia, non solo ciò che è in prima pagina è qualcosa che Passerini ha fatto per tutta la vita. L’attenzione racconta il territorio, i luoghi dove si vedono le trasformazioni locali ed economiche tenendo un occhio sulle persone, non esclusivamente sui numeri».

A Vittadini si accoda anche Lucia Capuzzi, firma di “Avvenire” e allieva di Passerini che coltiva ancora oggi un precetto del suo professore: leggere i romanzi, che meglio di ogni altro libro permettono di entrare dentro un luogo e un popolo. Senza di questo, un viaggio non ha lo stesso significato, specialmente per un inviato. Per analizzare il mondo, occorre partire dal basso e creare un contatto umano con il posto e i suoi abitanti. Un metodo che, come ha ricordato Laura Silvia Battaglia, Passerini ha appreso dal grande cronista polacco Ryszard Kapuściński e che incoccia con quello che, spesso, è il giornalismo odierno, contraddistinto dal personalismo e dal cinismo, in cui “l’altro è solamente il contorno”.

È sul solco tracciato da Passerini che è stato istituito il premio Viaggio in Italia: raccontare un Paese che cambia, presentato nel corso dell’incontro e dedicato alla sua memoria. Destinato agli studenti praticanti della Scuola di Giornalismo, i partecipanti dovranno realizzare un reportage, tra le più grandi passioni del docente, avente ad oggetto proprio il tema del “viaggio”. Una borsa di studio lanciata dalla famiglia e “anticipata” dai documentari trasmessi nel corso della mattinata da Alessandro Scillitani, produttore cinematografico. Riprese che raccontano non solo il cammino affrontato sul delta del Po da Scillitani assieme allo scrittore Paolo Rumiz, ma soprattutto le storie personali incrociate nel percorso. Il messaggio finale della discussione è stato pronunciato da Patrizia Zenioli, moglie di Passerini. Commossa, Zenioli ha fatto eco alle parole del marito rivolgendosi particolarmente ai giovani, sottolineando il valore della conoscenza. Perché «conoscere significa essere liberi di scegliere». 

Un articolo di

Eloisa Zappa e Francesco Flauto

Scuola di giornalismo

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