Il momento più toccante della sua testimonianza è stato quello in cui ha parlato del rapporto con chi gli ha fatto del male. Il gesto che ha colpito l’opinione pubblica – l’abbraccio con i suoi aggressori - è stato descritto da Davide distinguendo il piano umano da quello giudiziario. In tribunale, dopo la consegna di una lettera di scuse da parte di uno degli imputati, ha scelto di avvicinarsi a loro. Uno dei ragazzi gli ha detto: «Potresti essere mio fratello». Ha poi raccontato di aver guardato quella mano, la mano di chi lo aveva accoltellato, e di averla accettata. L’abbraccio, nelle sue parole, non è stato un gesto eroico né la cancellazione di ciò che era accaduto. È stato piuttosto il riconoscimento di un’umanità che continuava a esistere da entrambe le parti.
È qui che la vicenda personale di Cavallo incontra direttamente il diritto penale. Una sentenza può stabilire una responsabilità e una pena, ma non può da sola restituire ciò che una vittima ha perso. E il perdono non significa negare il reato né cancellare la responsabilità di chi lo ha commesso. Davide lo ha sperimentato quando è arrivata la condanna a vent’anni per il giovane riconosciuto responsabile dell’accoltellamento. La condanna non gli ha restituito ciò che aveva perso.
Proprio questo aspetto ha aperto un quesito sul significato della pena: che cosa significa davvero fare giustizia quando il reato ha cambiato irreversibilmente la vita di una persona?
A questa domanda hanno contribuito anche Luca Lazzaroni e Giovanni Azzena, gli avvocati che hanno assistito Cavallo e la sua famiglia. Il loro intervento ha mostrato come il processo sia stato complesso non soltanto dal punto di vista giuridico, ma anche per le sue ricadute umane e familiari. Il reato, infatti, non colpisce soltanto la persona direttamente offesa ma ferisce un equilibrio familiare, coinvolge chi sta accanto alla vittima e, in senso più ampio, incide sul tessuto della società. Per questo il lavoro dell’avvocato non può prescindere dalla dimensione deontologica e dalla capacità di ascoltare persone che possono avere esigenze e visioni differenti.
Davide ha detto agli studenti che, per una vittima, non esiste forse un gesto più curativo del poter parlare con chi ha commesso il reato e tornare a vedere in lui un essere umano. Ma ha anche chiarito che esistono ferite che nessun processo penale o civile può cancellare. Ha poi affidato agli studenti una frase forte: «La vera galera, vorrei dire ai miei aggressori, è stare una settimana con me e vedere la mia vita adesso». Parole di impatto, ma che in realtà esprimono la richiesta di comprendere fino in fondo le conseguenze di un gesto, di misurarsi con la sofferenza provocata e con la vita che quella sofferenza ha cambiato.
Una dimensione messa in luce anche dal professor Matteo Caputo poiché la testimonianza di Davide ha risposto ad alcune domande, ma ne ha suscitate tante altre. Saranno le lezioni successive a provare ad affrontarle attraverso gli strumenti del diritto penale: il significato del reato, della pena, della responsabilità, ma anche del perdono e della giustizia riparativa.
La prima lezione di Diritto penale, così, non è stata semplicemente l’avvio di un corso, ma una riflessione sulla persona che il diritto incontra quando un reato accade. Forse è il monito finale di Davide Cavallo a racchiudere il senso profondo dell’incontro: «Non abbiate paura di cambiare le cose». Anche con un abbraccio.