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Dare forma agli archivi digitali con l’AI

29 aprile 2026

Dare forma agli archivi digitali con l’AI

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Quando pensiamo all’intelligenza artificiale subito la nostra mente corre all’analisi dei dati e a professioni strettamente legate alla scienza. Eppure, ci sono diversi campi insospettabili in cui i potentissimi strumenti nati dalla rivoluzione digitale, possono accelerare i processi lavorativi dell’uomo.

A questi temi è stata dedicata, giovedì 23 aprile, “Reimagining digital archives”, una giornata di confronto internazionale su accessibilità, IA e depositi aperti. Gli incontri, ospitati dall’Università Cattolica, rientrano all’interno del progetto UAAO – “Upskilling degli Archivi d’Arte e Operatori 4.0” a cui l’Ateneo partecipa attraverso l’Alta Scuola di Comunicazione, Media e Spettacolo (ALMED).

L’evento si è articolato in tre panel: "Archivi digitali: abbattere le barriere per ampliare la fruizione", "Depositi aperti e nuove occasioni di scoperta del patrimonio" e "Dare forma agli archivi digitali con l’AI: strumenti e prospettive".

In quest’ultimo incontro, moderato da Luca Baraldi, Advisor Fondazione Kainòn, ha aperto una finestra sull’applicazione del machine learning al settore dei beni culturali. Questa tecnologia può essere un prezioso alleato nell’organizzazione di grandi patrimoni archivistici, come quello della British Library. Lo sa bene Rossitza Atanassova, curatrice digitale dell’ente britannico, impegnata quotidianamente nel «processo di automatizzazione di attività come la trascrizione di testi, la loro traduzione e catalogazione». 

Potenzialità sconfinate richiedono però un utilizzo responsabile, che tenga conto della «trasparenza, della tutela dell’utente e dei diritti culturali della comunità, prestando attenzione a non divulgare informazioni sensibili». Cuore del dibattito la necessità di allineare la formazione del personale alle inedite modalità di lavoro. L’Intelligenza artificiale è oggi protagonista anche degli archivi digitali di istituzioni come teatri, musei e biblioteche.

Stefano Trinchero, Ceo di Promemoria Group, si occupa proprio di questo: «Io penso agli archivi come uno strumento che nel tempo diventerà fondamentale per interagire con l’intelligenza artificiale e regolamentare l’utilizzo di dati, soprattutto quelli che risultano non organizzati, e quindi più suscettibili ad usi impropri». Trinchero ha sottolineato anche gli evidenti vantaggi economici, per cui l’AI «permette alle aziende di affrontare e processare moli di dati che anni fa sarebbero state ignorate per mancanza di tempo e risorse».

A beneficiarne sono anche gli atenei e i centri di ricerca. Un riscontro pratico l’ha avuto l’Università per Stranieri di Siena, che ha collaborato con Promemoria Group in un progetto orientato a identificare i bias cognitivi relativi alle culture straniere, e per farlo i ricercatori hanno analizzato con l’AI i dati testuali e visivi del secolo scorso.

Del Novecento fa parte anche Giovanni Testori, scrittore e giornalista milanese a cui è dedicato un archivio di Regione Lombardia. Le sue opere, in molti casi frammentate e complesse da decifrare, stanno tornando alla luce grazie al sistema AI “HTR” (Handwritten Text Recognition).

«Lo scopo del programma è rendere leggibili i manoscritti dell’autore, procedendo poi alla trascrizione automatica» - ha spiegato Flavia Erbosi, borsista di ricerca dell’Università Cattolica. Per questo scopo la ricercatrice utilizza Transkribus, una piattaforma capace di «decifrare e collegare fino a mille frammenti trascritti, da pubblicare poi in una collezione digitale». 

Di particolare interesse storico sono i testi menzionati da Francesca Ruch, borsista dell’Università di Pavia: si tratta di una raccolta di documenti dattilografici della Stasi, la polizia segreta della DDR. E se solo una decina di anni fa pareva impossibile ricomporre «il puzzle di documenti ridotti a brandelli e gettati in sacchi», oggi «l’intelligenza artificiale può attribuirgli un significato, altrimenti inintelligibile».

La tavola rotonda è stata un approfondimento utile per coloro che lavorano già nel settore e fanno ricerca, ma soprattutto per gli studenti desiderosi di scoprire le professioni del futuro, nell’ambito della gestione dei patrimoni culturali.

Un articolo di

Martina Faggiani e Filippo Curnis

Scuola di giornalismo

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