Sulla stessa lunghezza d’onda è la fondatrice e presidente di Parole O_Stili, Rosy Russo: «Essere qui oggi è una scelta ed è per questo che vi dico grazie. Vorrei che non permettessimo alla paura di decidere dove possiamo andare, chi possiamo incontrare e di cosa possiamo parlare. Perché quando la paura riesce a farci rinunciare a stare insieme, ecco, stiamo perdendo qualcosa di importante. Parole a Scuola è la nostra resistenza, oggi. È quella piazza dove noi non vogliamo spaccare vetrine, ma anzi da cui vogliamo aprire delle finestre». L’invito per tutti a volare in alto «ma non così in alto da non vedere più chi è rimasto a terra – ha continuato Rosy Russo –. Educare non è insegnare ai ragazzi a volare, è fare in modo che quando inizieranno a farlo non debbano scoprire di essere soli».
La scuola ha anche il compito di insegnare ai ragazzi a navigare ed essere il continuum di online e offline. Come ha detto Rosy Russo, gli spazi digitali si abitano e rappresentano l’infrastruttura della loro quotidianità, la scuola non può più ignorare questo quotidiano nè considerare le vite digitali degli studenti come un fastidio da lasciare fuori dalle aule.
Il dibattito della plenaria di apertura, moderato dalla giornalista Eleonora Chioda di MeravigliosaMente del Corriere della sera, è stato arricchito dal contributo di Simona Ferrari, direttrice del centro di ricerca Cremit dell’Università Cattolica, che ha messo in luce il valore dello scambio intergenerazionale come dispositivo pedagogico e sociale i cui elementi centrali sono la famiglia, il contrasto a una cultura dello scarto e il valore della comunità educante. Nella relazione tra bambini e anziani in particolare l’impatto di questo dispositivo è significativo a livello cognitivo e formativo, psicologico ed emotivo, oltre che sociale e comunitario da un lato e civico e identitario dall’altro. Questo dispositivo è occasione di dialogo tra generazioni. E così a scuola. «La pedagogia intergenerazionale offre lo strumento scientifico per trasformare questa visione in didattica viva, stimolando gli studenti a diventare attori di cambiamento e di coesione all'interno del proprio tessuto sociale» - ha dichiarato la docente.
Una testimonianza di inclusione e comunità che funziona a livello sociale è arrivata da don Mattia Ferrari, cappellano di Mediterranea Saving Humans, che ha raccontato il salvataggio dei migranti come un’esperienza che in realtà salva i soccorritori perchè «guardando i loro occhi, toccando le lore ferite, abbiamo sperimentato una sorta di liberazione. Abbiamo bisogno di essere salvati dal nostro naufragio di civiltà, da una società malata di individualismo». Così i giovani nella relazione con i poveri hanno sperimentato questa liberazione. Prova ne è la dispersione scolastica pari a zero nella comunità Spin Time di Roma che don Ferrari ha citato come esempio virtuoso.
E infine un messaggio di speranza è arrivato da Mauro Berruto, ex Head Coach della Nazionale Italiana Maschile di Pallavolo dal 2010 al 2015. Un filosofo di formazione che visto nello sport valori e opportunità per valorizzare le persone, promuovere i talenti, creare il gioco di squadra e persino imparare a desiderare. Come diceva Antoine de Saint-Exupéry: “Se vuoi costruire una barca, non radunare uomini per tagliare legna, dividere i compiti e impartire ordini, ma insegna loro la nostalgia per il mare vasto e infinito”.
Dati di ricerca presentati in occasione di Parole a scuola
Durante la giornata de 24 ottobre è stata presentata la ricerca su “Giovani e partecipazione”, realizzata da Ipsos Doxa per l’Osservatorio Giovani dell’Istituto G. Toniolo, condotta tra il 27 luglio e il 7 settembre 2026 su un campione rappresentativo di giovani italiani tra i 18 e i 34 anni. Oltre sette intervistati su dieci credono che la politica possa migliorare la vita delle persone, ma più del 55% considera limitati o inesistenti gli spazi di partecipazione offerti alle nuove generazioni. Il 68,6% ritiene possibile impegnarsi per cambiare la società, mentre oltre il 62% pensa di non avere alcuna influenza sulle decisioni del Governo. Dati che restituiscono una distanza tra desiderio di contribuire e possibilità di incidere, chiamando gli adulti e le Istituzioni a interrogarsi sulle opportunità concrete di coinvolgimento dei giovani. Come sottolineano i docenti Alessandro Rosina ed Elena Marta, di fronte alla rabbia e al senso di isolamento che attraversano i più giovani non servono giudizi affrettati o sole misure punitive, bensì l'impegno di una comunità educante in grado di trasformare l'ascolto in dialogo e partecipazione effettiva.
Dalla ricerca “Adolescenti e IA”, somministrata tra il 30 luglio e il 10 agosto 2026 a 800 adolescenti italiani tra i 14 e i 18 anni, condotta da Ipsos Doxa per l'Osservatorio Giovani dell’Istituto Toniolo, emerge che a una maggiore competenza corrisponde una minore paura delle nuove tecnologie. Scuola e famiglia sono chiamate a svolgere un ruolo centrale di guida: il 34,6% degli studenti chiede alla scuola di insegnare l'uso corretto dell'IA e il 34,3% desidera il supporto dei genitori per farne un utilizzo consapevole, dimostrando che i ragazzi non chiedono divieti, ma educazione e affiancamento. Gli adolescenti italiani la usano sempre di più, ma la loro conoscenza in materia resta fragile: il 39,9% conserva, infatti, almeno una falsa credenza sul suo funzionamento. Solo il 54,5% dei ragazzi associa l’IA agli algoritmi e il 45% ai dati di addestramento, mentre emergono convinzioni errate come l'attribuzione di una coscienza digitale (13,9%) o di un'intelligenza di tipo umano (15,7%). Nonostante le lacune, la maggior parte dei giovani rifiuta approcci proibizionisti: appena il 13,5% chiederebbe di vietarla del tutto, mentre il 73,5% ritiene corretto poterla usare in autonomia già tra i 13 e i 17 anni.