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Giovani e minori nei disordini di Milano: capire non vuol dire assolvere

23 ottobre 2026

Giovani e minori nei disordini di Milano: capire non vuol dire assolvere

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I recenti disordini a Milano impongono qualche riflessione, per quanto le informazioni siano ancora frammentarie. L’elemento più innovativo e inatteso non sono stati gli scontri di piazza legati alla manifestazione, quanto ciò che vi è accaduto intorno: l'auto-organizzazione estemporanea di gruppi di giovanissimi che, richiamati dal passaparola sui social, sono confluiti verso il centro città, scontrandosi con la polizia e vandalizzando negozi. Un'escalation legata soprattutto all'emulazione: inizialmente forse delle proteste in Francia e in altre città europee, da cui sono stati ripresi slogan ed estetica; e poi di sé stessi, in un circuito in cui ogni azione è stata filmata e condivisa online.

Le letture di questi fatti si dividono spesso tra due estremi: da una parte chi riduce tutto a delinquenza, dall'altra chi vede nei ragazzi coinvolti solo vittime della società. Entrambe contengono una parte di verità, ma nessuna è sufficiente da sola.

Che si tratti di reati è fuori discussione. Tuttavia, se il movente fosse stato soltanto il profitto, sarebbe difficile capire la portata di queste azioni che hanno coinvolto centinaia di ragazzi, anche minorenni. La componente economica c’è, lo mostra il tipo di negozi colpiti, ma si intreccia con una dimensione performativa, fatta di ricerca di identità collettiva e visibilità. Non siamo di fronte a una criminalità ordinaria. Inoltre, i primi dati sui profili dei ragazzi coinvolti raccontano di situazioni molto eterogenee e non solo legate a contesti di marginalità estrema.

D’altra parte, il fatto che ad agire sia stata una minoranza, seppur numerosa, contrasta con una lettura assolutoria: la maggior parte dei coetanei che condividono condizioni simili a quelle degli autori dei disordini non vi hanno preso parte. Riconoscere le responsabilità individuali non significa però liquidare il fenomeno come episodico. Una mobilitazione così rapida e numerosa è un fatto sociale che presuppone un contesto di disagio generazionale diffuso, di cui la violenza è la manifestazione più visibile, accanto ad altre meno evidenti ma diffuse, come l’abbandono scolastico o il ritiro sociale.

C’è chi obietta che le difficoltà ci sono sempre state; ma ad essere cambiato è soprattutto il contesto. Il disagio giovanile, anche nelle sue forme più violente, non è una novità: si pensi agli anni Settanta. Allora, però, trovava un quadro che lo ideologizzava e lo incanalava, fatto di partiti, movimenti e visioni del mondo. Oggi quel quadro è venuto meno, i giovani sono una minoranza sempre più ridotta, demograficamente e quindi politicamente, e la frustrazione resta priva di una cornice collettiva. A cambiare sono anche le prospettive. Le generazioni precedenti affrontavano le fatiche con la speranza concreta di migliorare la propria condizione lavorativa e di vita rispetto a quella dei genitori; oggi molti giovani vedono il contrario.

La dimensione materiale si salda con quella identitaria. Come suggerisce Olivier Roy ne L'appiattimento del mondo, quando il tessuto di una cultura condivisa si indebolisce si fatica a trovare un’identità in cui riconoscersi e l'appartenenza è ricercata altrove, nelle comunità online o nei beni di consumo. A questo si aggiunge il senso di inadeguatezza e insicurezza alimentato dalla quotidiana esposizione a modelli di successo difficilmente raggiungibili: come osservava Robert Merton, una società che propone a tutti le stesse mete senza garantire pari mezzi per raggiungerle produce frustrazione e ricerca di vie alternative o illegali.

Da questa analisi discende il tipo di risposta, che deve necessariamente essere complessa e non emergenziale. La sanzione è necessaria, anzitutto per mettere questi ragazzi di fronte alla gravità delle proprie azioni. Tuttavia, la ricerca mostra che a dissuadere sono soprattutto la certezza e la rapidità della sanzione, più che la sua severità: inasprire le pene serve a poco di fronte a comportamenti estemporanei. Né dà risultati migliori la minimizzazione del problema, spesso tradotta in affermazioni di attenzione dichiarata o progetti a breve termine.

Servono politiche organiche, una presenza continuativa delle istituzioni nei contesti in cui i ragazzi vivono, spazi di aggregazione aperti e accessibili, investimenti strutturali che riconoscano i giovani come soggetto politico e supportino le famiglie nella loro missione educativa, con modelli di riferimento credibili e prospettive concrete. A partire dalla scuola, che ha bisogno di risorse ma anche di una revisione profonda, che la svincoli da modelli pensati per una società che non esiste più e con il tema dell'integrazione al centro. Ma il ruolo fondamentale spetta agli adulti e alla loro capacità di porsi come esempio. Purtroppo, in ben altra direzione si è mosso il clima di violenza verbale e contrapposizioni che sono seguiti a questi fatti nel dibattito pubblico.

Non si tratta solo di un tema di ordine pubblico. Ma di un fenomeno complesso in cui responsabilità individuali e fattori sociali vanno tenuti insieme. Capire non significa giustificare o assolvere, ma porre le basi per costruire risposte efficaci.

Un articolo di

Marco Dugato

Marco Dugato

Senior Researcher Transcrime, Università Cattolica

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