A poche settimane dall’apertura dell’undicesima Conferenza per la Revisione delle Parti del Trattato di Non-Proliferazione delle Armi Nucleari (NPT), prevista a New York dal 27 aprile al 22 maggio 2026, il quadro della sicurezza nucleare internazionale appare segnato da forti tensioni. La scadenza del trattato New START, l’espansione degli arsenali cinese e russo, la retorica nucleare di Mosca nel contesto del conflitto in Ucraina, la guerra in Iran e le crescenti incertezze sulla credibilità della deterrenza estesa statunitense compongono, infatti, uno scenario nel quale i pilastri dell’ordine nucleare post-Guerra fredda sembrano vacillare.
In questo quadro, lunedì 23 marzo, l’Alta Scuola di Economia e Relazioni Internazionali (ASERI) dell’Università Cattolica del Sacro Cuore ha ospitato il quarto appuntamento del ciclo di incontri della School of Global Politics, dal titolo: Europe in a Global Nuclear Order: Opportunities, Challenges, and Ways Forward. L’incontro, moderato dal professor Riccardo Redaelli, docente di Storia e istituzioni dell’Asia, ha avuto come ospiti l’ambasciatore Stephan Klement, Inviato speciale dell’Unione Europea per la Non-proliferazione e il Disarmo, Abdolrasool Divsallar, Senior Researcher presso l’Istituto delle Nazioni Unite per la Ricerca sul Disarmo (UNIDIR) e Giorgia Perletta, Ricercatrice in Storia e istituzioni dell’Asia.
L’incontro si è focalizzato sul tema delle dinamiche dell’ordine globale nucleare e sul posizionamento dell’Unione Europea in questo contesto, aprendosi con l’intervento dell’ambasciatore Klement che ha ricordato la strategia dell’Unione Europea contro la proliferazione di armi di distruzione di massa adottata nel 2004. Entro questo arco più che ventennale, la realtà dei fatti ha assunto toni molto più complessi, dove ciascuno dei pilastri su cui si basa il NPT - disarmo, non proliferazione, uso pacifico dell’energia nucleare - risulta attaccato su più fronti: dall’espansione nucleare cinese alla retorica atomica russa, dalla crisi nordcoreana al dossier iraniano. In merito a quest’ultimo, Klement ha sottolineato come la diplomazia possa giocare un ruolo di primo piano nel trovare una soluzione, essendo impossibile distruggere la conoscenza decennale di Teheran in materia di armamenti nucleari. In questo senso, al fine di evitare lo sviluppo di un programma nucleare iraniano completo, l’ambasciatore ha sottolineato come l’Unione Europea possa fungere da modello per lo sviluppo di modelli cooperativi multinazionali, garantendo supervisione condivisa e limitando i rischi di proliferazione.
In questo scenario, Divsallar ha approfondito l’aspetto sul piano regionale, analizzando l’ordine nucleare mediorientale e le sue trasformazioni dopo la guerra del giugno 2025. Secondo il ricercatore, infatti, tale ordine risulta fondato su tre basi strutturali. La prima è la politica nucleare israeliana, caratterizzata da ambiguità circa il suo status di “stato nucleare”, da una dottrina di “offensive counter-proliferation” e sul rifiuto di qualsiasi processo multilaterale di disarmo. La seconda è la strategia iraniana di latenza nucleare, basata sulla possibilità di poter costruire la bomba nucleare senza mai farlo, e accompagnata da un approccio diplomatico a doppio binario. La terza, infine, riguarda le posizioni degli Stati Arabi, in gran parte favorevoli alla creazione di una zona libera da armi di distruzione di massa, con l’eccezione dell’Egitto e dell’Arabia Saudita.
La guerra del giugno 2025 ha rappresentato, secondo Divsallar, un punto di rottura strutturale nell’ordine nucleare regionale: infatti, il concetto di latenza nucleare iraniana è venuto meno quando l’Iran, attaccato da Stati Uniti e Israele, non è riuscito a convertire tale capacità in un deterrente operativo. All’origine di questo fallimento, vi sono quattro fattori convergenti: l'indecisione strategica della leadership di Teheran, l'inadeguatezza delle difese aeree convenzionali, la trasparenza imposta dal JCPOA e l'isolamento internazionale del Paese.
L’implicazione più rilevante di questa analisi riguarda tuttavia il quadro complessivo che ne emerge: una transizione da una fase di proliferazione dell'ambiguità a un periodo di incertezza strutturale, nel quale la comunità internazionale si trova privata degli strumenti analitici necessari per decifrare il processo decisionale nucleare iraniano.
Perletta, infine, ha contestualizzato il dibattito all’interno di un sistema internazionale frammentato e competitivo, caratterizzato da un’intensificazione della rivalità geopolitica e da una fiducia in calo nelle istituzioni multilaterali. In questo scenario, il concetto di deterrenza, a lungo considerato un retaggio della Guerra Fredda, è tornato al centro della riflessione strategica. Ciò che colpisce è il movimento intrapreso dall’Unione Europea verso un modello di autonomia strategica, trainato dal timore del disimpegno statunitense e dall’aggressione russa.
In uno scenario internazionale in cui, come osservato dal professor Redaelli, il rischio di proliferazione nucleare e l'erosione dell'ordine multilaterale raggiungono livelli senza precedenti, i contributi degli esperti sottolineano la necessità per l'Unione Europea di resistere alla logica secondo cui solo la forza determina la legittimità internazionale rafforzando al contempo le proprie capacità di difesa, l’importanza delle norme giuridiche e delle istituzioni internazionali e l’urgenza di un rinnovato impegno politico e diplomatico per preservare la sicurezza a livello internazionale.