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Per i giovani la paura più forte riguarda il futuro

14 settembre 2026

Per i giovani la paura più forte riguarda il futuro

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La paura si può nominare e la fragilità non è più sinonimo di vergogna. Anzi darle un nome può indicare la via per non arrendersi. Nove giovani su dieci considerano legittimo avere paura: questo è emerso dalla ricerca Ipsos elaborata con il Centro studi interuniversitario Culture di genere che comprende sette università milanesi, compresa l’Università Cattolica, che ha coinvolto 800 ragazze e ragazzi tra i 16 e i 34 anni. A loro è stato chiesto “Cosa faresti se non avessi paura? È un allarme che avvisa o un freno a mano che blocca?

«Questi dati ci dicono che per i giovani non è un sentimento marginale, è una vera e propria cifra emotiva», riferisce la professoressa Raffaella Iafrate, delegata alle Pari opportunità dell’Università Cattolica, intervenuta alla tavola rotonda di venerdì 11 settembre al Tempo delle donne promossa dal Corriere della Sera. «Le paure più forti - prosegue - riguardano il fallimento e il futuro. E questo colpisce, perché la giovinezza dovrebbe essere il tempo in cui si osa, si prova, si immagina, si sbaglia. E invece sembra di assistere ad una sorta di “censura della speranza”».

Fra gli ambiti in cui la paura ha più influenzato il corso degli eventi troviamo l’amore. «Nelle relazioni amorose la paura del fallimento - aggiunge Iafrate - assume forme molto concrete: paura di essere traditi, abbandonati, di deludere e di essere delusi, paura di non essere abbastanza, di perdere legami importanti, di affidarsi alla persona sbagliata. C’è una fatica a fidarsi e a lasciarsi andare, perché ogni relazione comporta una quota di vulnerabilità. Amare significa sempre, in qualche modo, esporsi. Per le donne, poi, emerge anche un elemento ulteriore: la paura di relazioni tossiche e violente, nelle quali il legame non diventa spazio di riconoscimento ma luogo di controllo, dipendenza o sofferenza». 

Un articolo di

Antonella Olivari

Antonella Olivari

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Se l’amore è in vetta alla classifica, l’ambito meno influenzato dalla paura sembra essere quello del fare figli. «È come se il figlio restasse, almeno nell’immaginario, un orizzonte ancora desiderabile, ma solo a livello individuale, potremmo dire come una forma di realizzazione/prolungamento di sé» spiega Iafrate con la lente da psicologa sociale.

«Ma poi - secondo Iafrate - nella realtà prevalgono le ragioni economiche, organizzative, legate alla conciliazione tra lavoro e vita familiare. E qui il tema delle pari opportunità diventa centrale. Perché il desiderio di famiglia non può trasformarsi in progetto se resta appoggiato quasi esclusivamente sulle risorse individuali, e spesso soprattutto sulle risorse delle donne. Molte temono di non avere più spazio personale, di rimanere intrappolate in una somma di doveri, di non riuscire a conciliare maternità, lavoro, realizzazione personale, cura. Non è solo paura del figlio; è paura di un sistema che non regge abbastanza il desiderio di generare. Dobbiamo aiutare i giovani a recuperare fiducia nei legami: educare alla relazione, alla reciprocità, alla gestione dei conflitti, alla vulnerabilità buona, quella che non espone alla sopraffazione ma permette l’incontro. La società deve aiutarli a rendere concretamente sostenibile il progetto familiare attraverso l’attivazione di servizi e politiche di conciliazione».  

La ricerca ha messo in evidenza dodici paure. Dal fallimento alla guerra. Dal corpo ai soldi. Dall’amore all’Intelligenza Artificiale. In cima si collocano il fallimento, che spaventa molto il 61%, il futuro, al 60% e la guerra, al 58%. Seguono soldi e lavoro. Le donne portano con sé cinque paure, mentre gli uomini quattro. Soltanto il 9% dichiara di non averne nessuna. A differenza degli uomini, le donne tendono a introiettare la paura traducendola in tristezza e senso di colpa. Nonostante primati accademici e performance superiori praticano un’autocensura silenziosa, fanno un passo indietro, si lanciano di meno, e solo quando hanno raggiunto il massimo della preparazione affrontano la sfida. L’uomo al contrario, tende a proiettare la paura all’esterno assegnandole cause geopolitiche o macroeconomiche. La ricerca Ipsos, infine, ci dice che per il 73% del campione il mondo di oggi genera più ansia rispetto a quello dei genitori e la famiglia torna ad essere un rifugio.

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