La paura si può nominare e la fragilità non è più sinonimo di vergogna. Anzi darle un nome può indicare la via per non arrendersi. Nove giovani su dieci considerano legittimo avere paura: questo è emerso dalla ricerca Ipsos elaborata con il Centro studi interuniversitario Culture di genere che comprende sette università milanesi, compresa l’Università Cattolica, che ha coinvolto 800 ragazze e ragazzi tra i 16 e i 34 anni. A loro è stato chiesto “Cosa faresti se non avessi paura? È un allarme che avvisa o un freno a mano che blocca?
«Questi dati ci dicono che per i giovani non è un sentimento marginale, è una vera e propria cifra emotiva», riferisce la professoressa Raffaella Iafrate, delegata alle Pari opportunità dell’Università Cattolica, intervenuta alla tavola rotonda di venerdì 11 settembre al Tempo delle donne promossa dal Corriere della Sera. «Le paure più forti - prosegue - riguardano il fallimento e il futuro. E questo colpisce, perché la giovinezza dovrebbe essere il tempo in cui si osa, si prova, si immagina, si sbaglia. E invece sembra di assistere ad una sorta di “censura della speranza”».
Fra gli ambiti in cui la paura ha più influenzato il corso degli eventi troviamo l’amore. «Nelle relazioni amorose la paura del fallimento - aggiunge Iafrate - assume forme molto concrete: paura di essere traditi, abbandonati, di deludere e di essere delusi, paura di non essere abbastanza, di perdere legami importanti, di affidarsi alla persona sbagliata. C’è una fatica a fidarsi e a lasciarsi andare, perché ogni relazione comporta una quota di vulnerabilità. Amare significa sempre, in qualche modo, esporsi. Per le donne, poi, emerge anche un elemento ulteriore: la paura di relazioni tossiche e violente, nelle quali il legame non diventa spazio di riconoscimento ma luogo di controllo, dipendenza o sofferenza».