Cosa ha funzionato e cosa non ha funzionato in questo Sanremo 2026? Premessa necessaria, il Festival diretto e condotto da Carlo Conti non è stato il successo che ricorderemo negli anni, ma neanche un flop clamoroso come qualcuno ha scritto. Guidato un po’ col “pilota automatico”, ha prodotto un ascolto comunque ragguardevole (9 milioni e 800 mila spettatori, e 62,5% di share per le cinque serate nelle loro due parti) senza bissare il successo del 2025 (oltre 12 milioni di spettatori). Anzi, rischiando di innescare una spirale negativa, come già nei primi anni Duemila, con l’ascolto che faticava a raggiungere la soglia psicologica dei 10 milioni di spettatori medi (quest’anno ci si è arrivati grazie alla “total audience”, ovvero agli ascolti live in streaming). Insomma, un Festival discreto, in chiaroscuro.
L’ascolto – misurato da Auditel fin dal 1987 – è termometro importante per il Festival di Sanremo: ne segnala la centralità simbolica e culturale e ne sostanzia il valore industriale e commerciale (Rai, che vive anche di pubblicità, raccoglie 72 milioni di euro fra spot e iniziative speciali e sul territorio coi brand).
Sono diversi i segnali che ci raccontano di un Festival che ha centrato parzialmente i suoi obiettivi, al di là dei crudi dati dell’ascolto medio. Fra questi possiamo menzionare le platee televisive che non si sono riempite del tutto (Sanremo è un grande catalizzatore per chi non guarda o guarda poco la TV); il mondo dei social media che è risultato decisamente più freddo (l’anno passato si è “scaldato” e “acceso” grazie soprattutto a cantanti e ospiti decisamente più seguiti, capaci di generare attenzione e, come si suol dire, hype; mentre hanno funzionato bene, anche numericamente, i social Rai); i target che sono complessivamente in calo, con particolare rilevanza degli spettatori adulti e anziani (over65), che sono sempre lo zoccolo duro della Tv lineare; la cosiddetta “permanenza” – potremmo definirla un “indice di noia”, segnala chi abbandona la visione o fa zapping – in decrescita, specie nelle prime serate; la contro-programmazione di Mediaset e La7 che ha tenuto bene…
Ma, insomma, al di là dei sintomi di un qualche malessere – non proprio una malattia conclamata – vale la pena ragionare sulle ragioni, ovvero sulla diagnosi. Per farlo bisogna ricordare che il Festival di Sanremo si è imposto, in 76 anni di vita, sempre adattandosi al contesto mediale in cui è inserito. Dal 1951 grazie alla radio, allora mezzo egemone, e poi dal 1955 in Tv. La televisione ne ha decretato il successo nazionale e popolare, con momenti che entrano di diritto nella storia culturale e sociale del Paese (le braccia aperte di Domenico Modugno, la tragedia di Luigi Tenco, Mina e Adriano Celentano che rompono gli schemi canori e visivi, e potremmo proseguire a lungo…). Due conduttori hanno fatto letteralmente la storia di Sanremo, Mike Bongiorno (11 Festival) e Pippo Baudo (13 Festival). A quest’ultimo si devono le innovazioni che ci portano al “Sanremo moderno”: non più solo programma Tv, ma grande evento mediale totalizzante, rito condiviso da oltre 18 milioni di persone (è il dato Auditel della serata finale del 1987, il primo Festival misurato scientificamente, il più visto di sempre). Con Baudo Sanremo diventa completamente un “evento mediale” (nel senso dato da Daniel Dayan ed Elihu Katz, un rituale nazionale che celebra valori condivisi).
Con successi alterni, i Festival degli ultimi vent’anni hanno provato a riproporre la “ricetta Baudo” del grande evento, spingendo su un mix di tradizione e innovazione. I festival di Amadeus e quello di Carlo Conti del 2025 hanno rappresentato il punto più alto di questa lunga storia sotto il profilo qualitativo e quantitativo (ovvero di audience raccolta). Ora, però, è tempo di necessari ripensamenti: tante questioni sono rimaste sul tavolo, da un’organizzazione artistica più stabile, duratura e parzialmente indipendente dalle conduzioni, alle location (il teatro Ariston è un luogo della memoria, ma andrebbe quanto meno affiancato da spazi più contemporanei); dai meccanismi di selezione delle canzoni al loro numero (trenta in gara sono difficilmente gestibili in uno show televisivo, e la quantità abbassa inevitabilmente la loro qualità), fino ai meccanismi di voto e televoto (che conservano aree di opacità, e andrebbero rivisti a fondo).
Sanremo simboleggia senz’altro la permanenza della Tv (il “broadcasting”) che unisce tutti, e di un servizio pubblico che conserva la sua universalità sul terreno dell’intrattenimento.
Un patrimonio prezioso, ma da maneggiare con cura.