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Trasformare le fragilità del Paese in occasioni di sviluppo

11 marzo 2026

Trasformare le fragilità del Paese in occasioni di sviluppo

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«Fragile è qualcosa che può rompersi, ma anche qualcosa che può essere custodito». Bernardo Giorgio Mattarella, docente di Diritto amministrativo alla Luiss Guido Carli, ha richiamato il significato del termine per spiegare il duplice messaggio trasmesso dal volumeGovernare le fragilità. Istituzioni, sicurezza nazionale, competitività(pubblicato da Mondadori), scritto con Roberto Garofoli, presidente di sezione del Consiglio di Stato. «La nostra analisi è partita dal sistema amministrativo italiano e dal modo in cui i grandi cambiamenti globali hanno modificato il contesto in cui operiamo. Le fragilità non sono un fenomeno unico: alcune si sono accentuate, altre sono nuove, altre ancora si sono formate nel tempo, come la dipendenza energetica. Sono fragilità che non sempre si risolvono o si eliminano del tutto; spesso si trasformano», ha continuato il professor Mattarella, durante la presentazione del libro che si è tenuta martedì 10 marzo nel Polo San Francesco dell’Università Cattolica del Sacro Cuore.

«Il nostro Paese è spesso descritto come fragile», ha osservato il rettore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore Elena Beccalli, introducendo l’iniziativa, rivolta in particolare a studentesse e studenti per approfondire con l’intervento di studiosi ed esperti questioni urgenti per il futuro della Repubblica. «La parola fragilità denota una presa d’atto realista che mira a trovare soluzioni, quindi appunto a governare le fragilità», ha aggiunto la professoressa Beccalli soffermandosi in particolare sul ruolo dell’università. Ricordando come in Italia il numero di laureati resti ancora basso rispetto alla media degli altri Paesi europei, ha ribadito l’impegno dell’Ateneo: «Come istituzione universitaria stiamo investendo molto su questo aspetto, poiché crediamo nel potere trasformativo dell’educazione per migliorare la società. L’educazione è infatti la leva più efficace per trasformare la società e favorire lo sviluppo integrale della persona. La nostra speranza è che le studentesse e gli studenti di oggi – la classe dirigente di domani – non dovranno più governare le fragilità del nostro Paese, bensì definire – con uno sguardo lungo – un futuro di sviluppo integrale (non solo di crescita economica), orientato a garantire il benessere di tutti in una vera e propria logica di bene comune».

Sollecitati dalle domande del direttore di Avvenire Marco Girardo, gli autori hanno passato in rassegna i problemi che si sono sedimentati nel tempo: dalla sicurezza energetica alla disponibilità di materie prime, fino alla carenza di capitale umano qualificato. L’obiettivo non è proporre ricette immediate, ma offrire dati e strumenti di analisi per comprendere meglio le criticità e individuare possibili linee di intervento. «Le fragilità vanno governate, nel senso di sviluppare consapevolezza, capacità di lettura e strumenti adeguati», ha specificato Mattarella.

Un articolo di

Agostino Picicco

Agostino Picicco

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Tra i dati particolarmente preoccupanti indicati da Mattarella figura il calo demografico. «Nel nostro Paese nascono circa 350mila bambini all’anno contro i 550mila di qualche decennio fa. Questo significa meno diplomati, meno laureati e meno lavoratori qualificati». Ciò rende ancora più urgente investire nella formazione «la vera leva di svolta per trasformare il potenziale del Paese in competitività diffusa».

A questa riflessione si è collegato l’intervento di Roberto Garofoli, che ha distinto tra fragilità strutturali e contingenti, nonché tra quelle tipicamente italiane e quelle comuni all’intera area europea. «Alcune debolezze richiedono necessariamente una risposta comunitaria», ha spiegato, ribadendo come nessun Paese, neppure la Germania in recessione da tre anni, possa affrontare da solo sfide globali come innovazione tecnologica, ricerca, difesa. «Sono punti di vulnerabilità dell’Europa nel suo complesso», ha osservato Garofoli. Accanto a queste, l’Italia registra fragilità proprie che generano affanno: i divari territoriali e di genere, che non hanno la stessa intensità altrove, e questo si riflette sulla finanza pubblica, sulla capacità di investimento e sulla qualità dei servizi. «Si tratta di fragilità che richiedono strategie di medio e lungo periodo e un sistema istituzionale capace di garantire continuità alle riforme», ha avvertito Garofoli. Eppure, negli ultimi anni, qualcosa è stato fatto anche grazie al PNRR, avviando un «percorso che oggi sarebbe drammatico disperdere». Basti pensare che al Sud il PIL è cresciuto più che al Nord e si stanno creando poli e distretti a forte innovazione con elevati livelli e tassi di sviluppo.

Al dibattito è intervenuto anche Marco Lossani, professore di Economia politica in Università Cattolica. Nel suo intervento ha messo in evidenza come «le fragilità derivano da rischi che cambiano rapidamente e da sistemi sempre più complessi e interconnessi». In un contesto simile, ha continuato, basta quello che è definito “butterfly effect” per generare conseguenze rilevanti. Per questo è necessaria una «cabina di regia» capace di coordinare e governare la complessità. In Italia, non abbiamo ancora sviluppato istituzioni adeguate né una forza lavoro sufficientemente formata. A ciò si aggiunge il problema della finanza pubblica e la mancanza di una strategia di sicurezza nazionale. Ecco perché il fattore tempo della politica diventa decisivo.

Uno scenario complesso, quindi, da cui è emerso un messaggio chiaro: governare le fragilità non significa eliminarle del tutto, ma riconoscerle e gestirle attraverso politiche lungimiranti. In una fase storica attraversata da conflitti, trasformazioni tecnologiche e nuove competizioni geopolitiche, la sfida per l’Italia - e per l’Europa - sarà quella di trasformare le proprie vulnerabilità in occasioni di sviluppo.

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