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Abitare i media, vent’anni di ricerca per educare alle relazioni

27 ottobre 2026

Abitare i media, vent’anni di ricerca per educare alle relazioni

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«L’impostazione educativa, la passione e la competenza hanno caratterizzato il vostro lavoro fino ad oggi»: è l’affermazione che la Rettrice dell’Università Cattolica, Elena Beccalli, ha affidato a una lettera letta dal preside della Facoltà di Scienze della formazione, Domenico Simeone, in occasione dei vent’anni del Cremit, il Centro di ricerca sull’educazione ai media, all’innovazione e alla tecnologia. Un messaggio che richiama il senso di un’esperienza capace, in due decenni, di accompagnare le trasformazioni del panorama mediale con uno sguardo educativo, scientificamente rigoroso e attento alle ricadute nella vita delle comunità.

La ricorrenza è stata celebrata venerdì 23 ottobre, in Università Cattolica, con il convegno “Abitare i media: educazione, ricerca e pratiche. 20 anni di Cremit”, una giornata di confronto sulle sfide della media education e sulle prospettive future della ricerca. Cittadinanza digitale e democrazia, adolescenti e nuove vulnerabilità, media education e pastorale, innovazione didattica e tecnologie sono stati alcuni dei temi al centro dei lavori, che hanno coinvolto studiosi, professionisti e rappresentanti delle istituzioni.

«Festeggiare oggi vent’anni di Cremit significa innanzitutto riconoscere il cammino compiuto e interrogarsi su ciò che ha contribuito a costruire l’identità del Centro»: con queste parole Simona Ferrari, direttrice del Cremit, ha aperto i lavori e ha poi rivolto un ringraziamento particolare a Pier Cesare Rivoltella, fondatore del Centro nel 2006 e direttore fino al 2023, per aver saputo cogliere la sfida delle medialità e promuovere un approccio culturale, non meramente strumentale, ai media e alle tecnologie. L’intuizione originaria è stata quella di mettere in dialogo la ricerca con le scuole e i contesti educativi, superando una visione limitata agli strumenti per interrogarsi sul significato che i media assumono nella vita delle persone e delle comunità: un lavoro trasversale, aperto a sguardi disciplinari differenti e capace di considerare le diverse età della vita.
Ha sottolineato, inoltre, la capacità del Cremit di essere, oltre che un centro di ricerca, «un luogo di incontro e di crescita professionale, un incubatore in cui competenze ed esperienze diverse possono collaborare, anche per periodi limitati, alla costruzione di nuovi percorsi di studio e di intervento». Celebrare questa storia, dunque, non significa soltanto guardare al passato ma significa riconoscere gli apprendimenti maturati e interrogarsi sul modo in cui affrontare le sfide di oggi e di domani.

 

Nel suo intervento, il preside Simeone ha ripreso una frase di Danilo Dolci: «Ciascuno cresce solo se sognato». Un pensiero che, ha osservato, «può essere riferito anche alle istituzioni e ai centri di ricerca: il Cremit è cresciuto perché qualcuno lo ha immaginato, investendo sulle persone, sulle professionalità e sulla cura dei legami». Fare festa, in questa prospettiva, significa dare forma al tempo, riconoscere il valore del cammino condiviso e individuare nuovi obiettivi. È anche un’occasione per rilanciare un modo di lavorare fondato sul dialogo, sulla dimensione collettiva e sull’apertura al futuro. «Abitare con intelligenza pedagogica diventa allora una responsabilità comune: non lasciare che siano altri a definire, con finalità differenti, il modo in cui vivere gli ambienti mediali». 

Un riconoscimento al ruolo del Centro è arrivato anche dalla vicesindaca di Milano e assessora all’Istruzione Anna Scavuzzo, che ha portato il saluto della città e dell’amministrazione comunale. Il Cremit, ha sottolineato, è un interlocutore capace di ampliare lo sguardo delle istituzioni e di offrire alla politica quella proiezione sul futuro che non sempre è facile mantenere. Dal 2020, il Centro è stato un compagno di strada per il Comune, contribuendo al confronto sui servizi per l’infanzia e sulla formazione permanente: «Il valore di questa collaborazione risiede nella capacità di tenere insieme competenza tecnica ed esperienza concreta, ricerca e quotidianità, evitando che ciascun soggetto si chiuda in una prospettiva autoreferenziale». Servono, ha evidenziato, uno sguardo plurale, ottimismo, calma e pazienza. «Vogliamo abitare la storia e non la cronaca»: un richiamo a non limitarsi a rincorrere le emergenze, ma a costruire risposte durature ai problemi, antichi e nuovi, che attraversano la società.

Anche Pierluigi Malavasi, direttore del dipartimento di Pedagogia, ha rimarcato il valore del Cremit per la comunità universitaria, sottolineando l'importanza degli incontri e della condivisione scientifica: «il Centro aiuta a sottrarre temi complessi alla banalizzazione e a costruire occasioni di riflessione capaci di incidere sul modo in cui comprendiamo la realtà». Nel segno della festa e dell'augurio di continuare a crescere insieme, ha donato alla direttrice Ferrari alcune stampe giapponese di fiori, quale simbolico invito a continuare a fiorire. 
La giornata ha offerto l’occasione per fare il punto sul contributo scientifico del Cremit e sulle questioni che richiedono oggi nuove risposte. Il filo conduttore è stato il rapporto tra educazione, media e vita sociale: non soltanto come utilizzare le tecnologie, ma come comprenderne le logiche, valutarne gli effetti e orientarne l’impiego.

Un richiamo particolarmente incisivo ha riguardato il ruolo degli adulti. Matteo Lancini, docente di Psicologia Clinica dell'età evolutiva in Università a Cattolica e presidente della Fondazione “Minotauro” di Milano, ha contestato la tendenza a chiedere ai giovani di rinunciare ai social network senza mettere in discussione le abitudini digitali degli adulti stessi. La sua provocazione è stata quella di estendere il divieto anche agli adulti: non si può attribuire alle tecnologie la responsabilità del disagio giovanile continuando a utilizzarle senza interrogarsi sui propri comportamenti. Dai gruppi WhatsApp dei genitori alla condivisione continua di immagini dei figli, fino alla ricerca della visibilità personale, sono gli stessi adulti, secondo Lancini, a proporre modelli che poi criticano nelle nuove generazioni. La sfida educativa, dunque, comincia dalla capacità degli adulti di mettersi in discussione e di dare l’esempio.

Nelle conclusioni del convegno, Simona Ferrari ha riportato l’attenzione sull’idea di «abitare i media, intesa come capacità di vivere gli ambienti digitali prendendosene cura e custodendoli, in una prospettiva non individualistica, ma collegiale e comunitaria». 
Le domande aperte riguardano la possibilità di rendere meno opachi i meccanismi dei media, i criteri con cui delegare funzioni e decisioni alle tecnologie, le trasformazioni della partecipazione e le condizioni necessarie affinché tutti possano essere presenti in modo attivo e democratico.

Tra i temi emersi, anche il valore del tempo: in una società che moltiplica le occasioni di connessione, la sfida non consiste semplicemente nell’annullare le distanze, ma nel comprendere come gestire il tempo e renderlo uno spazio di riflessione, progettazione e lavoro condiviso.
È in questo passaggio che i vent’anni del Cremit incontrano le sfide del presente. Abitare i media significa non subirne passivamente le trasformazioni, ma sviluppare strumenti critici e competenze educative per orientarle. E significa, soprattutto, riconoscere che la tecnologia acquista valore quando contribuisce a costruire legami, sostenere la partecipazione e rafforzare le comunità.

Un articolo di

Agostino Picicco

Agostino Picicco

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