La cura non è soltanto un insieme di gesti e competenze, ma un modo di stare accanto all’altro, riconoscendone la storia, la fragilità e la voce. È attorno a questa consapevolezza che si è sviluppata la lezione aperta “Le parole della cura”, promossa nell’ambito dell’insegnamento di Teoria della relazione d’aiuto della professoressa Marisa Musaio.
L’incontro di martedì 13 ottobre, rivolto a studentesse e studenti del corso di laurea magistrale in Consulenza pedagogica per la disabilità e la marginalità, coordinato dalla professoressa Elena Zanfroni, ha offerto l’occasione per dialogare con la giornalista e scrittrice Concita De Gregorio, autrice del volume La cura, pubblicato da Einaudi nel 2026, con l’apertura dei lavori e i saluti istituzionali di Pierluigi Malavasi, direttore del Dipartimento di Pedagogia.
Pensato per integrare la didattica con l’incontro di professionisti, esperti e rappresentanti del mondo della cultura e del sociale, il momento d’aula ha portato al centro della riflessione una domanda essenziale: che cosa significa prendersi cura di una persona? La risposta non si esaurisce nelle competenze tecniche o nelle procedure assistenziali ma richiede la capacità di incontrare l’altro, di conoscerne la biografia e di riconoscere il valore della sua esperienza.
Nel dialogo con le docenti e gli studenti, Concita De Gregorio ha richiamato l’importanza delle storie e delle biografie, non soltanto di chi riceve cura, ma anche di chi la offre. Conoscere le persone significa infatti avvicinarsi alle «geografie umane» che ciascuno porta con sé: percorsi, relazioni, esperienze e vissuti che non possono essere ridotti a una diagnosi o a una condizione di fragilità.
In questa prospettiva, l’ascolto assume un valore decisivo. Non conta soltanto ciò che si dice, ma il modo in cui si ascolta, si accoglie e si resta accanto. Prestare attenzione alla «voce dell’altro» significa anche saper dare spazio a chi fatica a esprimersi, a chi rischia di rimanere ai margini, a chi ha bisogno che qualcuno riconosca la sua presenza.
È una prospettiva che attraversa anche le pagine di La cura, nelle quali l’esperienza personale della malattia si intreccia con gli incontri e le voci delle persone conosciute durante il percorso terapeutico. La vicenda individuale si apre così a una dimensione più ampia e condivisa: quella delle «relazioni» che accompagnano nei momenti difficili e restituiscono valore alla vita quotidiana.
Un altro passaggio del confronto ha riguardato il linguaggio con cui siamo soliti raccontare la malattia e l’assistenza. Le metafore della battaglia da vincere e del dolore da sconfiggere, frequenti anche nella cultura medica, rischiano di trasformare l’esperienza della sofferenza in una lotta da affrontare individualmente. De Gregorio invita invece a soffermarsi sulle parole essenziali della cura, da considerare come vere e proprie «case da abitare»: toccare, abbraccio, abbracciare, tempo, sguardo, bellezza.
Parole che rimandano a gesti e dimensioni concrete dell'esistenza, spesso trascurati quando l'urgenza dell'intervento e l'organizzazione dell'assistenza prendono il sopravvento. La cura ha bisogno anche di tempo: un tempo che non coincide sempre con il fare, ma che può essere attesa, semina, disponibilità a sostare e, talvolta, capacità di non fare nulla, lasciando che le cose maturino.
Nel libro, questa attenzione alla bellezza e alla leggerezza trova una formulazione particolarmente significativa: «Serve bellezza, per affrontare tutto questo dolore. Servono leggerezza, un poco di allegria. Il carburante per viaggiare nel buio». Non si tratta di negare la sofferenza, ma di riconoscere che, anche nei momenti più complessi, la vita può essere sostenuta da piccoli gesti, incontri e occasioni di condivisione.
La riflessione si è allargata al corpo, alla sua memoria e alla capacità delle mani di conservare gesti e competenze anche quando sembrano dimenticati. Il corpo non è un elemento secondario dell'esperienza della cura: è parte del modo in cui sentiamo, ricordiamo, comunichiamo e ci mettiamo in relazione.
La memoria corporea può custodire possibilità che riemergono inaspettatamente, come nel caso di chi torna a sedersi al pianoforte e riesce a suonare qualcosa che non sapeva più di sapere. Un'immagine che restituisce il valore di ciò che rimane dentro di noi e che può riaffiorare quando si ritrovano le condizioni per esprimerlo.
L'incontro ha così ricondotto la cura alla sua dimensione più profondamente umana: non soltanto assistere, intervenire o risolvere un problema, ma riconoscere la persona nella sua interezza, rispettarne i tempi e costruire uno spazio nel quale possa sentirsi ascoltata. Una prospettiva particolarmente importante nella formazione di chi sarà chiamato a operare nei contesti educativi e assistenziali, dove la qualità della relazione costituisce una componente essenziale della professionalità.
La lezione aperta ha offerto alle studentesse e gli studenti l'opportunità di confrontarsi con una testimonianza capace di intrecciare esperienza, scrittura e riflessione. Le parole della cura diventano così non soltanto un tema da approfondire, ma un invito a ripensare il proprio modo di stare in relazione: perché prendersi cura significa, prima di tutto, riconoscere l'altro e trovare il tempo per ascoltarlo.