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Da una generazione all’altra: l’eredità viva di Giuseppe Lazzati

20 maggio 2026

Da una generazione all’altra: l’eredità viva di Giuseppe Lazzati

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Rileggere l’eredità intellettuale, accademica e civile di Giuseppe Lazzati alla luce delle sfide contemporanee. A quarant’anni dalla sua scomparsa, l’Università Cattolica del Sacro Cuore ha ricordato, con un convegno dedicato, la figura del docente di Letteratura cristiana antica, rettore dell’Ateneo dal 1968 al 1983, proprio con l’intento di ripercorrere non solo la portata culturale e sociale del pensiero ma anche il contributo alla vita democratica del Paese. 

Così martedì 19 maggio nella Cripta Aula Magna in tanti - tra professori, giovani ricercatori e studenti - hanno partecipato all’incontro “Da una generazione all’altra: a quarant’anni dalla morte di Giuseppe Lazzati, Rettore”, promosso dal Dipartimento di Scienze religiose e dal Centro di ricerca “Letteratura e cultura dell’Italia unita - Francesco Mattesini”. A fare da sfondo al dibattito molteplici interrogativi che hanno restituito l’attualità dell’intellettuale cattolico: quale significato assume oggi la sua idea di “città dell’uomo”? In che modo la sua visione dell’università può ancora orientare la formazione delle nuove generazioni? E come si trasmette un’eredità culturale in un contesto segnato da trasformazioni profonde, demografiche e digitali?

«La celebrazione del quarantennale della morte del professor Giuseppe Lazzati è un momento importante per l’Università Cattolica e per le varie generazioni che la compongono», ha detto il rettore Elena Beccalli, nel suo intervento introduttivo, soffermandosi in particolare sulla sua capacità di coniugare impegno accademico, responsabilità pubblica e formazione delle coscienze. «Ha lasciato un’impronta nel dibattito pubblico perché sentiva la responsabilità del suo impegno sociale come docente, rettore, intellettuale», ha affermato, evidenziando il suo ruolo in politica come costituente e nella costruzione di una comunità educante. «L’eredità di Lazzati è un giacimento dal quale continuare ad attingere, senza indulgere in nostalgie per un tempo passato, ma per aprirsi al nuovo, avendo ben presenti l’insegnamento di chi ci ha preceduto. Oggi, come allora, avvertiamo infatti l’urgenza di ripensare i paradigmi educativi universitari alla luce di tre grandi trasformazioni: quella demografica, quella digitale - segnata anche dall’avvento dell’intelligenza artificiale - e quella legata alle nuove fragilità dei giovani».

A raccogliere questa prospettiva è stato Andrea Canova, preside della Facoltà di Lettere e filosofia che, seguendo il filo conduttore del convegno, ha collocato il tema nell’ambito del dialogo con le nuove generazioni anche per «comprendere cosa pensano alla luce dei loro studi sul pensiero di Lazzati e sul suo tempo caratterizzato da profondi cambiamenti».

Il senso complessivo dell’incontro è stato delineato da Giuseppe Lupo, direttore del Centro di Ricerca “Letteratura e cultura dell’Italia unita – Francesco Mattesini”, che ha evocato una vera e propria «epica della cultura». Celebrare Lazzati, ha spiegato, significa trasmettere una tradizione viva, capace di interrogare il presente. Centrale la sua idea di “città dell’uomo”, intesa come spazio comune di costruzione civile: «Non la città del cristiano separata dalla città dell’uomo», ha ricordato, «ma una sola comunità da edificare insieme, senza separazioni né ghettizzazioni».

Una ricostruzione storica e istituzionale è stata offerta da Marco Rizzi, direttore del Dipartimento di Scienze religiose, che ha ripercorso il lungo itinerario biografico di Lazzati all’interno dell’Ateneo. Dalla formazione negli anni Venti fino al rettorato, emerge la figura di un intellettuale capace di interpretare le trasformazioni della società italiana e della Chiesa. In un contesto segnato dalla secolarizzazione e dalla crisi del paradigma umanistico, Lazzati ha promosso una visione dell’università fondata su interdisciplinarità, formazione permanente e servizio alle comunità territoriali.

La seconda parte del convegno ha dato spazio ai giovani studiosi, secondo il principio sintetizzato nel titolo stesso dell’incontro: “da una generazione all’altra”. Come ha messo in evidenza il moderatore Angelo Bianchi, professore di Storia moderna, lo spirito del dialogo è quello di mettere in relazione la memoria istituzionale con lo sguardo critico delle nuove generazioni.

Raffaella Perin, docente di Storia del cristianesimo, ha illustrato il contesto storico ed ecclesiale degli anni del rettorato di Lazzati a cavallo tra gli anni Sessanta, Settanta e inizi degli Ottanta, caratterizzati da profondi mutamenti culturali e dalla ridefinizione del ruolo della religione nella società italiana. È stata poi la volta dei ricercatori: Marco Fort, Letteratura italiana, Riccardo Benzoni, Storia moderna, Silvia Cavalli, Letteratura italiana, e Francesca Minonne, Letteratura cristiana antica. Attraverso l’analisi di alcuni testi di Lazzati pubblicati negli anni del suo rettorato sulla rivista dell’Ateneo “Vita e Pensiero” - e ora raccolti nel volume a cura di Franco Brambilla dal titolo Per una civiltà dell’uomo (Vita e Pensiero, 2026) - i giovani studiosi hanno saputo mettere ben in luce la complessità e le molteplici sfaccettature del suo pensiero. Quella che ne emerge è una visione dell’università come luogo di ricerca rigorosa e, al tempo stesso, di formazione integrale della persona, dove dimensione scientifica ed educativa sono inscindibili. Non a caso «formazione critica dei giovani» - non semplicemente professionale - è una delle categorie che meglio racchiude il pensiero lazzatiano, caratterizzato dall’idea di tenere insieme formazione permanente e dialogo costante tra accademia e società. Particolarmente innovativa, per il suo tempo, è proprio questa apertura oltre il perimetro della laurea, che ridefinisce il ruolo dell’università come istituzione capace di accompagnare la crescita culturale lungo tutto l’arco della vita. 

A trarre le conclusioni è stato infine Angelo Bianchi che ha sottolineato come la qualità degli interventi dei giovani studiosi rappresenti la prova concreta della continuità dell’eredità culturale: «Sono il segno di contenuti che vengono trasmessi da una generazione all’altra e quindi non si disperdono». Un convegno, dunque, dove il ricordo di Giuseppe Lazzati non è stato semplice celebrazione, ma strumento vivo di interpretazione del presente e di costruzione del futuro.

Un articolo di

Agostino Picicco

Agostino Picicco

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