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L’Occidente e la retorica del declinismo
Lunedì 14 settembre si è aperto il nuovo ciclo di ASERIncontra con la presentazione del nuovo libro di Paolo Messa. Tutti i prossimi appuntamenti
| Luca Aprea
06 ottobre 2026
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La seconda presidenza di Donald Trump, ancor più della prima, viene spesso letta come un'anomalia, frutto di un temperamento imprevedibile e refrattario a qualsiasi coerenza ideologica.
Eppure, dietro l'apparente irrazionalità del tycoon si muove un fermento intellettuale che, da università, fondazioni e think tank, mette in discussione i fondamenti stessi del paradigma liberale. Interrogarsi su queste fonti significa chiedersi se il trumpismo sia una parentesi destinata a chiudersi o il sintomo di una trasformazione più profonda delle categorie della politica.
Attorno a questi interrogativi, mercoledì 30 settembre, a Milano, l'Alta Scuola di Economia e Relazioni Internazionali (ASERI) ha ospitato il secondo appuntamento del ciclo ASERIncontra, dedicato al volume “Dentro la testa di Trump. Storia delle idee che non sa di avere” di Mattia Ferraresi, giornalista del Quotidiano Nazionale. Dopo l’introduzione di Damiano Palano, direttore di ASERI, l'incontro ha preso avvio con alcune considerazioni di Lorenzo Ornaghi, presidente dell’ASERI, il quale ha subito posto una questione di fondo all’autore del libro: Trump sfugge a ogni definizione perché trasferisce nella politica le logiche dell'imprenditoria d'assalto, oppure la sua figura cela mutamenti più profondi? L'ipotesi del saggio è la seconda: la tempesta trumpiana sta ridefinendo le categorie politiche ben oltre la durata della presidenza, e per comprenderla occorre guardare agli intellettuali prima che ai politici.
Secondo Ferraresi, Trump va letto come un epifenomeno, il punto di emersione di una disillusione verso il liberalismo, in particolare nella sua versione rawlsiana, che attraversa l'America da decenni. Dopo la fine della Guerra fredda il liberalismo si era presentato come “l'unico gioco in città”; da allora i segnali di insoddisfazione si sono moltiplicati, dalle fratture sulla globalizzazione all'individualismo divenuto patologia sociale.
Un articolo di
Studente Master in Economia e Politiche internazionali (MEPIN)
Per orientarsi tra le correnti vicine all'amministrazione, l'autore propone una tassonomia in tre famiglie, le “tre gambe” della coalizione trumpiana: i post-liberali, per i quali il liberalismo fallisce proprio perché ha vinto, consumando i presupposti antropologici su cui poggiava; gli illiberali, dai nazional-conservatori al modello di Viktor Orbán fino ai neoreazionari, che puntano allo smantellamento delle istituzioni liberali; infine, gli iper-liberali della Silicon Valley, come Peter Thiel, che condividono i fini individualisti del liberalismo ma considerano la democrazia rappresentativa un ostacolo.
Sollecitato sul rapporto tra cattolicesimo e liberalismo, Ferraresi ha ricordato che gli Stati Uniti nascono come progetto integralmente liberale, privo di un passato premoderno. A lungo minoranza, i cattolici americani hanno cercato di dimostrare la propria piena appartenenza a quel progetto, sulla scia di teologi come John Courtney Murray, fino al sodalizio tra Ronald Reagan e Giovanni Paolo II contro il comunismo. Oggi la svolta post-liberale è guidata in larga parte da convertiti, a partire dal vicepresidente JD Vance, che giudicano quell'alleanza una illusione da contrastare. La frattura attraversa la stessa amministrazione: Marco Rubio incarna la conciliazione reaganiana tra fede e liberalismo, Vance la rottura. Lo scontro, ha osservato Ferraresi, è teologico-politico prima ancora che di potere, come mostra la contrapposizione tra Vance e il capo del Pentagono Pete Hegseth, espressione di un nazionalismo cristiano di matrice calvinista. Nel confronto con il pubblico, l'autore ha sottolineato l'incompatibilità tra le tre correnti, tenute insieme soltanto dalla leadership carismatica di Trump, e ha respinto una lettura puramente economicista: le disuguaglianze alimentano risentimento, ma la crisi è anzitutto culturale e antropologica. Ha infine indicato nella riflessione di Joseph Ratzinger la sintesi più profonda: una critica radicale dei fondamenti del liberalismo unita alla responsabilità di operare dentro le sue istituzioni anziché demolirle. L'incontro ha restituito, in definitiva, l'immagine di un trumpismo che è al tempo stesso più e meno di Trump: più, perché poggia su una critica del liberalismo destinata a sopravvivergli; meno, perché le sue anime restano inconciliabili.
La sfida, per le democrazie liberali, sarà rispondere a quella critica senza cedere né all'autoritarismo né alla tentazione tecnocratica.