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Giovanni Testori, la leggenda della tesi

05 febbraio 2026

Giovanni Testori, la leggenda della tesi

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Con un termine orribilmente burocratico la si definisce “elaborato”, ma la tesi di laurea ha un valore che va molto al di là della ragione per cui viene scritta. Quelle pagine racchiudono sempre un frammento di vita. Nei casi migliori, un germe che, per vie più o meno tortuose, produrrà un frutto.

Da questa intuizione è nato il format Tesi on stage. Nel nuovo episodio Davide dall’Ombra racconta come la sua ricerca su Giovanni Testori lo abbia portato a diventare oggi direttore della casa-museo che custodisce la memoria dello scrittore, drammaturgo e critico d’arte.

Nel video il direttore di Casa Testori rivela che all’origine ci fu una sfida, quasi un gioco: «Un mio amico mi disse: io farò una tesi sull’opera teatrale di Testori, se tu ne farai una sulla sua attività di critico d’arte. E andò così che durante le ricerche conobbi il nipote, il giornalista Giuseppe Frangi, e poi venne l'Associazione».  

Un articolo di

Francesco Chiavarini

Francesco Chiavarini

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In questo contesto fa una breve comparsa anche una seconda tesi: quella dello stesso Testori. In effetti, la vicenda legata alla discussione della tesi “La forma nella pittura moderna”, sostenuta all’Università Cattolica il 7 novembre 1947, è un piccolo cold case, un giallo che una studiosa, Laura Peja, che in Ateneo insegna Drammaturgia, ha recentemente ricostruito nel saggio “Testori nella Milano di Mario Apollonio e Paolo Grassi. Il teatro e la mitopoiesi di una discussione di laurea” (negli atti del convegno Giovanni Testori. Arte, Scrittura e Teatro. Studi e scoperte dall’archivio, da poco pubblicati da Casa Testori).

Facendo tesoro del lavoro svolto nel 2017 da una studentessa, Anna Lena, proprio sotto la guida di Davide dall’Ombra, la professoressa Peja  conferma una piccola verità: fatti e ricordi (specie quelli più cari) non sono mai sovrapponibili, ma proprio in quello scarto si nasconde qualcosa di prezioso su di noi.

Fino ad oggi si è sempre creduto che Testori fosse stato costretto a emendare il suo “elaborato” e a presentarsi una seconda volta davanti alla Commissione per poter essere proclamato dottore in Lettere. Nessuno aveva mai messo in discussione questo episodio, che l’autore aveva raccontato nella lunga intervista rilasciata a Luca Doninelli nel luglio 1992, un anno prima di morire.

In quelle Conversazioni con Testori (che uscirono in volume da Guanda) si facevano nomi e cognomi, si citavano particolari e dettagli tali da non lasciare spazio a dubbi sul fatto che le cose fossero andate esattamente come veniva raccontato.

Secondo la ricostruzione che Testori consegna a Doninelli, i docenti dell’Ateneo non avrebbero gradito l’analisi che il laureando aveva condotto sulle tecniche del surrealismo, suggerendo un legame tra i meccanismi automatici alla base del processo creativo e la sessualità. Gli argomenti non avevano nulla di scabroso, ma — sempre secondo i ricordi del Testori del ‘92— sarebbero stati sufficienti a urtare la sensibilità del presidente della Commissione: il preside della Facoltà di Lettere e Filosofia, Sergio Mochi Onory. Del professore, che insegnava storia medievale, Testori citava anche la presunta sentenza senza appello: «La Commissione ha preso visione della sua tesi e non la ritiene degna di essere discussa in questa università».

Questo sarebbe avvenuto nella seconda metà di settembre, cioè, come sosteneva Testori, «un mese e mezzo prima» del giorno del secondo tentativo di discussione, che si conclude invece con la laurea il 7 novembre 1947).

Tuttavia, Laura Peja ha mostrato come nessuno di questi particolari trovi un riscontro documentale.

Innanzitutto, manca il corpo del reato. La tesi depositata nell’archivio dell’Università non presenta «segni evidenti di tagli sia a livello materiale sia nei contenuti», scrive la studiosa. A suo parere, l’elaborato si presenta come un «unicum organico, coerente, all’apparenza non rimaneggiato» e per di più «del tutto allineato con le posizioni espresse da Testori anche negli scritti d’arte pubblicati in quegli anni».

E poi ci sono le date. Testori sostiene di essersi ripresentato con la tesi emendata davanti alla Commissione dell’Università, dopo aver scartato l’idea di discuterla alla Statale. Il tempo intercorso sarebbe appunto di «un mese e mezzo». Tuttavia — osserva Peja — non c’è traccia della prima discussione, e le sessioni di laurea «allora non erano calendarizzate a così breve distanza».

Consultando gli archivi, la professoressa Peja ha però trovato un altro documento: la domanda che — questa sì, meno di un mese e mezzo dopo il 7 novembre — l’ormai dottor Testori indirizza alla Facoltà per iscriversi al corso di Filosofia. Il progetto fu poi abbandonato, ma, nota Laura Peja, «non sembra credibile che gli fosse venuto il desiderio di iscriversi di nuovo in Università Cattolica se davvero era stato censurato e trattato in modo tale da aver pensato di andare altrove a discutere la tesi».

Sarebbe quindi da escludere che una qualche forma di censura sia stata esercitata durante l’elaborazione di quel primissimo testo giovanile, sia perché non risultano divergenze con il relatore, il professore Costantino Baroni, sia perché non v’è traccia di quell’argomento in altri scritti dello stesso periodo, mentre è presente lo sforzo di rivalutazione dell’arte cristiana sui cui in quegli anni Testori sembrava concentrato.

Secondo Laura Peja non si può escludere che una qualche divergenza con il professore Onory ci sia stata: non durante la discussione della tesi, bensì nel corso dell’esame di cultura generale, che all’epoca veniva richiesto come prova preliminare. Inoltre, è facile immaginare che Testori possa essere stato recalcitrante rispetto al giuramento antimodernista che allora veniva richiesto agli studenti e che effettivamente rese soltanto due giorni prima di laurearsi.

È facile immaginare — conclude Laura Peja — che nel dialogo con Doninelli, «voltandosi indietro per raccontare il suo passato con il senno e l’identità di poi», Testori abbia «costruito un evento fondativo»: l’atto di nascita del polemista e anticonformista che sarebbe diventato.

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