C’è un filo che lega l’inizio e la fine del lungo percorso intellettuale di Luisa Muraro, scomparsa a Milano il 13 giugno alla vigilia del suo ottantaseiesimo compleanno: quel filo passa per le aule di largo Gemelli. È in Università Cattolica che la giovane vicentina, nata a Montecchio Maggiore nel 1940, si laurea in filosofia sotto la guida di Gustavo Bontadini, maestro della “metafisica contemporanea”. Ed è in Cattolica che, nel settembre scorso, una giornata di studi affollata e affettuosa ha voluto restituirle pubblicamente — finché era in grado di riceverla — la gratitudine di allieve, amiche e studiose. Un cerchio che si chiude là dove tutto era cominciato.
Tra quei due estremi si colloca una delle vicende più originali della filosofia femminile italiana del Novecento. Formatasi alla scuola teoretica di largo Gemelli, Muraro se ne allontana negli anni della contestazione, quando l’adesione al movimento del Sessantotto interrompe la carriera accademica appena avviata. Dopo un breve periodo dedicato all’insegnamento elementare e alla sperimentazione educativa, dal 1976 insegna filosofia teoretica all’Università di Verona, dove nel 1983 fonda la comunità filosofica «Diotima» con altre, tra cui Adriana Cavarero, Wanda Tommasi, Chiara Zamboni e Lucia Vantini. Già nel 1975, a Milano, era stata tra le fondatrici della Libreria delle donne di via Dogana, uno dei luoghi simbolo del femminismo italiano ed europeo.
Più che costruire un sistema, Muraro ha cercato di accendere luci. Lo ha fatto attraverso libri che hanno segnato intere generazioni – da L'ordine simbolico della madre (1991) a Lingua materna scienza divina (1995) – e attraverso una pratica del pensiero che privilegia la relazione, l'ascolto e la capacità di spostare continuamente il punto di vista. Una forma di filosofia vissuta che le sue allieve ricordano ancora oggi come una «benedetta inquietudine», capace di sottrarsi alle formule già date e di aprire strade inattese. A lei si deve, più che ad altre, l’elaborazione del «pensiero della differenza sessuale» nella sua versione italiana: non la rivendicazione di diritti uguali entro un ordine maschile, ma l’invenzione di un ordine simbolico altro, radicato nella relazione con la madre e nella «lingua materna». Muraro pone al centro la dicibilità dell’esperienza. Come dare parola e verità a ciò che resta muto, a cominciare dall’esperienza delle donne, costrette troppo a lungo a esprimersi nella lingua di altri.
La ricerca sulla parola femminile conduce Muraro alle mistiche medievali, lette non come vittime passive di una storiografia patriarcale, ma come soggetti pensanti e autorevoli. Sulla scia di Romana Guarnieri, che aveva riscoperto Margherita Porete — la beghina arsa sul rogo a Parigi nel 1310, il cui Specchio delle anime semplici aveva nutrito la mistica renana di Meister Eckhart —, dedica pagine memorabili a una teologia in lingua materna: da Il Dio delle donne (2009) fino a Le amiche di Dio. Margherita e le altre (2014) e allo studio su Guglielma e Maifreda. Per Muraro, la mistica femminile non era un’evasione devota, ma il luogo in cui esperienza e parola, corpo e significato restano a contatto e una verità, altrimenti invisibile, viene alla luce.
Di qui anche il suo rapporto, libero e sorprendente, con il cristianesimo. Filosofa che, pur dicendosi laica, non smette mai di interrogare la tradizione teologica: dopo la Deus caritas est di Benedetto XVI dichiara di avervi trovato «bagliori caldi», colpita dall’idea che «il programma del cristiano è un cuore che vede». Rifiuta, semmai, la barriera tra credenti e non credenti, una distinzione in cui non sapeva da che parte collocarsi. Più recentemente la sua voce si è levata con nettezza, anche dalle colonne di Avvenire, contro la maternità surrogata, a difesa della ricchezza simbolica e non commerciabile del generare.
Il convegno milanese in Cattolica del settembre 2025 — dal quale nascerà il volume collettivo, Come quando si accende la luce, titolo tratto da un suo testo del 2011 — è stato l’ultimo dono reciproco tra Luisa e la comunità degli studi. Il ritorno in Cattolica, quasi sessant'anni dopo la laurea, ha assunto così un valore simbolico. L'università in cui aveva mosso i primi passi filosofici diventa il luogo di una restituzione, uno spazio in cui riconoscere la fecondità di una ricerca che, pur sviluppandosi spesso ai margini delle accademie e delle classificazioni convenzionali, ha saputo esercitare un'influenza profonda sul pensiero contemporaneo. Luisa Muraro se n’è andata seguendo di poco Lia Cigarini, compagna di una vita di pensiero e di pratica politica. Restano la sua scrittura — «scrivo per salvarmi l’anima», confidò una volta — e quella mossa che amava chiamare «la schivata»: spostarsi all’improvviso, guardare le cose da un punto decentrato, accendere una luce dove prima c’era buio. È il bene comune che lascia a chi vorrà raccoglierlo.