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L’intelligenza artificiale e il mistero della libertà

19 luglio 2024

L’intelligenza artificiale e il mistero della libertà

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Francesco, primo Papa a prendere parte ad una riunione del forum intergovernativo dei “grandi” Paesi (G7), il 14 giugno 2024 ha presentato a Borgo Egnazia, in Puglia, un’articolata riflessione sulla intelligenza artificiale, «strumento affascinante e tremendo» che più di altri tocca l’umano.

Il Centro di Ateneo per la Dottrina Sociale della Chiesa, ha invitato i membri di un gruppo di lavoro informale di ricerca sull’intelligenza artificiale, costituito all’interno del Centro, ad esprimere una “reazione a caldo” dopo l’intervento di Papa Francesco al G7, per approfondire il dialogo fra ricerca e magistero e elaborare proposte culturali e politiche all’altezza delle sfide che “ci toccano” – non solo come destinatari passivi, ma chiamandoci a essere protagonisti. Gli autori di questo "Speciale" saranno Andrea Carobene, Gabriele Della Morte, Francesca Sironi De Gregorio, Mario A. Maggioni, Roberto Maier, Antonella Marchetti, Giovanna Mascheroni, Simone Tosoni, Gianluca Zuccaro. I testi verranno pubblicati a settembre nella rivista del Dizionario. Di questo lavoro pubblichiamo in anteprima il contributo di don Roberto Maier, docente di Teologia dell'Università Cattolica.


Bisognava che qualcuno lo dicesse: se ne è fatto carico Papa Francesco. Il tema di fondo non è il pericolo, il controllo o la limitazione dell’intelligenza artificiale. È la libertà il nodo che, attraverso questi temi imprescindibili, viene al pettine. Non si giustificherebbe altrimenti il sorprendente uso dell’espressione «affascinante e tremendo» per parlare di uno strumento: i due termini, la tradizione filosofica li aveva riservati nientemeno che all’esperienza del sacro e del numinoso. Se il papa li usa, non è per evocare uno scenario kubrickiano, ma per dirci che la posta in gioco, di fronte all’AI, è la stessa del sacro: il compito della decisione, il mistero della libertà, quella misteriosa facoltà della persona che permetteva già nel Rinascimento a Pico della Mirandola di definire l’umano coelestium et terrestrium vinculum et nodus e mundi copula. Nella nota Orazione sulla dignità umana, l’umanista rinascimentale lasciava che il Creatore si rivolgesse così ad Adamo: «Non ti ho fatto del tutto né celeste né terreno, né mortale, né immortale perché tu possa plasmarti, libero artefice di te stesso, conforme a quel modello che ti sembrerà migliore. Potrai degenerare sino alle cose inferiori, i bruti, e potrai rigenerarti, se vuoi, sino alle creature superne, alle divine». Tremendo o affascinante non è lo strumento, e neppure il nume, ma l’umano che decide di sé. In ragione di questa vertigine ogni cosa, persino una trama di circuiti, riflette seduzione e terrore.

È curioso che i due atteggiamenti più diffusi (in parte motivati, ma non per questo sensati), di fronte alla possibilità delle “macchine pensanti” siano l’entusiasmo utopico e la disperazione distopica: due modi di abdicare al compito drammatico della libertà. Il primo immagina che il fardello delle scelte possa essere scaricato dalle nostre fragili spalle e elegantemente appoggiato su quelle della tecnica. La seconda se ne libera gettandolo a terra: si salvi chi può. Entrambe caratterizzano la nostra epoca, ma hanno una storia lunga quanto la storia. Non a caso il Vangelo di Gesù, quando si confronta con i timori della fine del mondo, incessantemente ripete: «sorgeranno nuovi cristi e falsi profeti» (Mt 24,24): «non credeteci, non andate» e «non è ancora la fine» (Mc 13,7). Occorrerebbe ribadirlo, di fronte alle utopie e alle distopie contemporanee, di fronte alla potenza di calcolo dei computer quantistici, come di fronte al catastrofismo ecologico: «non credeteci, non andate», bisognerebbe ripetere a chi attende l’ultimo messianico gingillo; «non è ancora la fine», bisognerebbe ricordare a chi dà per spacciato il pianeta (già si parla da tempo di una nuova forma di disturbo mentale chiamato eco-ansia).

Chi frequenta l’umano – non solo il suo mondo, ma anche il suo im-mondo – lo sa bene: il fascino della libertà è sempre sulle nostre labbra, ma nelle viscere è un fuoco divorante. Lo sapeva bene Dostoevskij, quando metteva sulle labbra del Grande inquisitore la cinica ammissione: «nulla è stato più intollerabile della libertà per l’uomo e per la società umana!». Già intuiva il rischio di una conclusione paradossale della parabola della modernità: nata per indicare all’umano l’infinita dignità di un soggetto all’altezza del vero, anche senza sacerdoti a fargli da tutore, il cogito si declassa ad algoritmo, rischiando di sottrarre «alle persone la capacità di decidere su loro stesse e sulla loro vita». Nessuno nega la portata epocale di questa nuova tecnologia, intendiamoci. Ma siamo stati forse affrettati a svendere per così poco la parola intelligenza, come se esistesse un’intelligenza senza il compito insopportabile della libertà, come se leggere-dentro al mondo non fosse un’attitudine esclusiva di quel soggetto che non decide solamente cosa fare, ma – facendolo – decide di sé.

L’intervento di papa Francesco è preciso nell’individuare i rischi prossimi della nuova tecnologia (le armi autonome, le scelte legali, l’accountability, l’organizzazione e l’uso dei dati…), ma è precisissimo nell’indicarne l’orizzonte. Non solo quello etico, che ci chiede di condividere i valori e non solo gli esiti di un’azione. Ma soprattutto quello antropologico, per il quale l’umano esiste solamente decidendosi. Per questo l’ultima parola spetta al politico. La polis non nasce solo dalla mediazione tra i valori plurali: la polis nasce dall’esercizio sapiente di una decisionalità condivisa. Una società, come un essere umano, è se stessa decidendo di sé, assumendosi coraggiosamente il compito insopportabile della libertà. Certo, nello scrivere le nostre leggi, nello stabilire i limiti alle nostre tecnologie, nel disegnare un modo di abitare il mondo, rischiamo di fare errori madornali. Ma nel mentre scriviamo, stabiliamo, disegniamo noi stessi. Ogni volta che gli esseri umani lasciano a qualcun altro questo compito (che si tratti di un idolo, dell’uomo forte o di una macchina), la polis, semplicemente, si dissolve.

Un articolo di

don Roberto Maier

don Roberto Maier

Docente di Teologia - Università Cattolica

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