«La cosa che mi sembra più importante in questo convegno e da cui mi piacerebbe appunto raccogliere qualche illuminazione è se c'è una ragione religiosa per fare la guerra, come alcuni eventi hanno dimostrato», ha detto monsignor Mario Delpini, arcivescovo di Milano, nel saluto iniziale. «Mi pare che la dialettica sia tra queste domande: dunque è la religione che motiva la guerra? È la religione che genera una certa politica? Oppure è vero il contrario: è una politica che cerca una giustificazione religiosa o addirittura dà origine a una religione?». Ecco allora la necessità di approfondire una dimensione, a tratti controversa, e a cui alcuni si appellano per giustificare una «certa politica».
«È questa un’occasione di confronto per ritrovare il filo e considerare la dimensione religiosa come una via per raggiungere il dialogo e la pace», ha osservato Damiano Palano, direttore di ASERI, aprendo i lavori. Gli interventi dei relatori, di tradizione ebraica, cattolica e musulmana, hanno offerto infatti preziose chiavi di lettura per comprendere meglio il rapporto delle tre religioni con la politica. Una riflessione che, articolata in più sessioni, si è sviluppata su vari livelli.
«Sul piano esegetico si tratta di analizzare, ed eventualmente decostruire, le interpretazioni dei testi sacri che favoriscono tendenze di questo tipo. Sul piano politico occorre invece mettere a fuoco la sacralizzazione della nazione come prodotto del moderno nation-building», ha dichiarato nella prima sessione Michele Brignone, della Fondazione Oasis, prima di lasciare la parola a Jocelyne Cesari. La docente dell’Università di Birmingham e Georgetown University si è soffermata sull’intreccio tra religione e identità nazionale, mostrando come «la sacralizzazione della nazione non derivi dall’irruzione della religione nella politica secolare. Al contrario, essa è il prodotto del moderno processo di costruzione nazionale, che ha incorporato nella comunità politica narrazioni, simboli e istituzioni religiose».
Uno sguardo sui casi più rilevanti della politica contemporanea è stato offerto dalla seconda sessione. Secondo Paolo Maggiolini, docente in Cattolica, che ha coordinato il panel, due i casi chiave: «Il riferimento cristiano nella politica estera americana, dal provvidenzialismo del sionismo cristiano alle posizioni di cattolici ed evangelici nazionalisti, e la funzione redentiva attribuita allo Stato dal sionismo religioso israeliano». Blandine Chelini-Pont, della University Aix-Marseille, ha spiegato come «negli ultimi anni, e in particolare durante le presidenze di Donald Trump, i riferimenti cristiani sono stati sempre più mobilitati al servizio di agende nazionaliste, ideologiche e geopolitiche, sollevando importanti interrogativi sulla strumentalizzazione della religione nella politica estera». In particolare, ha esaminato come diverse correnti della destra cristiana americana, tra cui gli evangelici conservatori, i cristiano-sionisti e i cattolici post-liberali, abbiano contribuito a una profonda trasformazione dell’impegno internazionale degli Stati Uniti. Linguaggi e simboli religiosi non vengono più richiamati soltanto per riaffermare la leadership morale americana, ma sono sempre più utilizzati per legittimare l’autorità politica, rafforzare gli scontri tra civiltà e ridefinire le relazioni del Paese con alleati e avversari. Su questo aspetto, è intervenuto anche Shlomo Fischer, sociologo al Jewish People Policy Institute. «Il messianismo, ossia l’attesa della redenzione, è al cuore del sionismo religioso di matrice romantica, la corrente dominante del movimento in Israele negli ultimi due decenni. Tuttavia, a differenza dell’aspettativa di una redenzione miracolosa e imminente descritta nel celebre studio When Prophecy Fails, la sua visione è profondamente moderna. Essa condivide infatti caratteristiche essenziali con forme secolari di messianismo politico, tra cui il marxismo e il pensiero hegeliano».
Il panel guidato da Giorgia Perletta, dell’Università Cattolica, ha puntato i riflettori sul rapporto tra islam politico e tendenze messianiche attraverso due casi studio: da un lato, ciò che resta del radicalismo religioso nella Repubblica Islamica dell’Iran e la tenuta del sistema teocratico a fronte alla sua crisi di legittimità; dall’altro, la dimensione apocalittica dei movimenti jihadisti contemporanei, in particolare ISIS. Per Farhad Khosrokhavar, direttore emerito presso l’École des Hautes Études en Sciences Sociales (EHESS) di Parigi, «l’islamismo radicale, spesso definito jihadismo, ha perso il proprio fascino e oggi, nel contesto di un profondo malessere, sembra essere piuttosto il linguaggio del nazionalismo a recuperare centralità. In Iran rimane ben poco della rivoluzione religiosa, mentre si assiste al ritorno di un linguaggio politico che si manifesta tanto all’interno della Repubblica islamica quanto nella società civile». Aymen Tamimi, esperto di movimenti jihadisti e in particolare dell’organizzazione dello Stato islamico, ha messo in luce come il ricorso a una retorica apocalittica da parte dell’ISIS sia servito soprattutto come strumento di legittimazione e di propaganda, più che come vero orizzonte delle azioni del gruppo.
L’ultima sessione è stata l’occasione per riflettere su Gerusalemme, tra messianismi e conflitto politico. I relatori, Martino Diez, di Università Cattolica e Fondazione Oasis, e Michele Brignone, coordinati da Claudio Fontana, sempre di Fondazione Oasis, hanno indagato da due prospettive complementari il nesso tra escatologia e politica. Diez ha esplorato il ruolo di Gerusalemme come spazio simbolico e politico in cui si intrecciano attese religiose, visioni della storia e progetti di redenzione. Dal suo punto di vista, «se esiste una capitale del messianismo, questa è Gerusalemme. E ciò vale non soltanto per l’ebraismo e il cristianesimo, ma anche per l’islam: le prime aspettative escatologiche musulmane erano rivolte alla Città Santa, considerata il nesso indispensabile tra la predicazione di Maometto e la tradizione biblica». Dal canto suo, Brignone ha proposto un’interessante analisi sulla natura di Hamas su cui da tempo studiosi e commentatori si dividono. «Alcuni lo considerano un movimento fondamentalista guidato principalmente dall’ideologia religiosa. Altri lo interpretano come un’organizzazione pragmatica e in evoluzione. L’attacco del 7 ottobre impone tuttavia una rivalutazione di queste interpretazioni concorrenti. Sebbene Hamas continui a fare ricorso sia alla retorica religiosa sia al linguaggio secolare dei diritti e del diritto internazionale, l’analisi dei discorsi di coloro che hanno ideato e diretto l’operazione rivela non solo una marcata riemersione di temi religiosi, in particolare del concetto di jihad, ma anche il richiamo a motivi escatologici interpretati alla luce della guerra con Israele».