Rivolgo a ciascuno un cordiale benvenuto al dies academicus della sede di Piacenza-Cremona dell’Università Cattolica del Sacro Cuore per l’anno accademico 2025/2026.
Esprimo un deferente saluto all’Assistente Ecclesiastico Generale, Sua Eccellenza Reverendissima Monsignor Claudio Giuliodori, ringraziandolo per aver presieduto la celebrazione eucaristica e per il suo servizio alla nostra comunità. Un saluto grato va a Sua Eccellenza Reverendissima Monsignor Gianni Ambrosio, per aver concelebrato e per la sua vicinanza, per noi molto preziosa.
Saluto le pregiatissime Autorità accademiche, civili e militari. In particolare, lo Stimato Prorettore delegato del Polo di Piacenza del Politecnico di Milano, Luigi Colombo; la Senatrice Elena Murelli; il Prefetto, Patrizia Palmisano; il Presidente di Confapi, Cristian Camisa. Ringrazio il Sindaco di Piacenza, Katia Tarasconi, e l’Amministratore Unico di EPIS, Monica Patelli, che ci onorano della loro presenza e che tra poco avremo il piacere di ascoltare. Il rapporto con le Istituzioni, che voi autorevolmente rappresentate, è fondamentale per realizzare in maniera sinergica attività educative e scientifiche a beneficio del territorio e della comunità locale.
Colgo altresì l’occasione per manifestare un vivo ringraziamento ai Presidi delle quattro Facoltà – attive su Piacenza e Cremona – per il loro lodevole lavoro nell’intercettare le esigenze del contesto di riferimento, attraverso un costante dialogo e proficue collaborazioni con istituzioni, imprese ed enti locali. Un saluto particolare desidero indirizzare al Prorettore Vicario, Anna Maria Fellegara, cittadina piacentina, ai Delegati rettorali e al Coordinatore delle attività del campus di Cremona, Lorenzo Morelli. Ciascuno di voi, con operosità e dedizione quotidiane, concorre a rendere la sede un interlocutore autorevole per le comunità in cui è inserita; per questo vi esprimo il mio più sincero ringraziamento.
L’occasione mi è gradita per indirizzare anche in questa sede un benvenuto ai membri del nuovo Consiglio di Amministrazione dell’Università, insediatosi a inizio anno. Un ringraziamento va anche agli illustri esponenti del Comitato di indirizzo dell’Istituto Giuseppe Toniolo di Studi Superiori.
Rivolgo un saluto non di circostanza all’intera famiglia universitaria, colleghe e colleghi docenti, ricercatrici e ricercatori, assegniste e assegnisti di ricerca, dottorande e dottorandi e agli assistenti pastorali. Dedico un vivo ringraziamento alla stimata struttura amministrativa e in modo particolare a Paolo Nusiner per gli intensi sei anni vissuti a servizio della nostra Istituzione in qualità di Direttore Generale. Esprimo altresì la mia riconoscenza ad Alessandro Tuzzi per aver assunto l’incarico ad interim.
Un pensiero affettuoso va alle studentesse e agli studenti, esortandoli a essere orgogliosi di appartenere a questa grande famiglia che è l’Università Cattolica del Sacro Cuore. Nella nostra comunità educante – e questo non mi stancherò mai di ripeterlo – siete voi i protagonisti e i nostri ambasciatori nel mondo.
L’alleanza tra generazioni è al centro di tutti i dies delle sedi dell’Ateneo, declinata secondo le specificità disciplinari di ciascuna. Il programma della giornata odierna ne è l’ulteriore conferma con l’approfondimento di questioni legate al cibo e alla nutrizione. Rivolgo, dunque, un particolare benvenuto a Carlo Cracco, tra gli chef più influenti della cucina italiana contemporanea e punto di riferimento nel panorama gastronomico internazionale. Allievo di grandi maestri come Gualtiero Marchesi, con la creatività dei suoi piatti ha contribuito a rendere la cucina italiana un simbolo globale, che proprio nel dicembre 2025 è stata proclamata Patrimonio Immateriale dell’Umanità dall’UNESCO. A nome di tutto l’Ateneo, formulo un sentito ringraziamento per aver accolto il nostro invito. Siamo, infine, particolarmente lieti di poter ascoltare la testimonianza di Rebecca Mariani, che ha conseguito la doppia laurea in Giurisprudenza e Gestione d’azienda, attualmente dottoranda nel nostro Ateneo.
1.
Il campus di Piacenza, con i suoi 3.140 iscritti, ha accolto 1.122 nuovi immatricolati nell’anno accademico 2025/26. A Cremona, negli splendidi spazi del complesso di Santa Monica, gli iscritti sono 522 e gli immatricolati 206. Entrambi i campus si caratterizzano per un’offerta formativa sempre più orientata all’internazionalizzazione e all’interdisciplinarità. In questa ottica, nell’anno accademico 2026/27, alcuni percorsi di studio si rinnoveranno per rispondere con maggiore efficacia alle evoluzioni in atto, introducendo contenuti aggiornati e fornendo competenze adatte ad accompagnare le studentesse e gli studenti verso le professioni del futuro. Per quanto riguarda Piacenza, le innovazioni interesseranno la triennale in “Economia e management per la sostenibilità”, il profilo triennale in “International business management” e quello magistrale in “Management”. A Cremona, invece, cambierà veste la laurea magistrale in “Management e innovazione digitale”. Sempre a Cremona ha preso avvio in questi giorni il master in “Intelligenza artificiale e data science per le imprese”, nato dalla collaborazione con il Politecnico di Milano, secondo un’autentica logica di co-opetition. Una nota particolare merita la nuova edizione del master in “Innovation in food science and technology – Michele Ferrero”, un programma altamente innovativo e di qualità inteso a sviluppare nuovi prodotti specifici per anziani. Questa già feconda collaborazione con la Fondazione Ferrero si arricchirà ulteriormente attraverso un’intesa con il Centro di alta formazione Laudato Si’, avendo firmato in questi giorni un accordo quadro per un progetto pluriennale che contempla attività di didattica, ricerca e divulgazione scientifica.
Un’offerta formativa, quella della sede di Piacenza-Cremona, molto articolata frutto tanto della consolidata collaborazione tra le Facoltà presenti nella sede – Scienze agrarie, alimentari e ambientali, Economia e Giurisprudenza, Scienze della formazione e Psicologia – quanto della virtuosa sinergia che riescono ad attivare con gli attori della Food Valley. Espressione emblematica di questa integrazione di saperi è Agrisystem, la Scuola di Dottorato per il Sistema Agroalimentare, che conta sul prezioso sostegno di Fondazione Invernizzi, Fondazione di Piacenza e Vigevano, Associazione Eugenio e Germana Parizzi, che ringrazio profondamente.
Operare nel cuore di un importante distretto agroalimentare - una straordinaria combinazione di competenze produttive e culturali - genera certamente benefici tangibili. La concentrazione di filiere d’eccellenza dà agli studenti un accesso privilegiato a casi di studio reali, visite tecniche, tirocini qualificati e opportunità di networking con realtà riconosciute a livello internazionale. Nello stesso tempo, questo ecosistema alimenta la nascita di progettualità condivise con le imprese del distretto su temi di frontiera come la sostenibilità delle produzioni, la sicurezza alimentare e l’innovazione dei processi.
Tutto ciò trova conferma nei risultati raggiuti nella ricerca. Lo dimostra l’intensa, proficua e qualificata attività sviluppata nella sede, che ne consolida i tratti distintivi di polo innovativo con una rilevanza strategica nel panorama dell’innovazione agro-alimentare. Il 2025, infatti, ha rappresentato un anno eccezionale, il migliore di sempre in termini di capacità di attrazione di risorse e progettualità. Complessivamente si sono registrati 177 nuovi progetti di ricerca, per un valore di quasi 11 milioni di euro. Tra i progetti europei più significativi figura ELEVATE, in materia di imprenditorialità in intelligenza artificiale e food biotech, coordinato dai Presidi Pier Sandro Cocconcelli e Marco Allena. Tra i progetti nazionali, finanziati nell’ambito del programma FIS 3 (Fondo Italiano per la Scienza), rientra Protein-Rich, coordinato da Gabriele Rocchetti. A questi colleghi, ai loro team e a tutti coloro che nella sede sono assiduamente impegnati nella ricerca va il plauso dell’intera famiglia universitaria. La ricerca rappresenta non solo un investimento sul futuro, ma anche una leva fondamentale affinché l’innovazione scientifica contribuisca a individuare soluzioni volte a contrastare le disuguaglianze e a garantire un accesso equo a cibi sicuri e sostenibili.
Una logica che trova piena manifestazione nel Piano Africa, che vede attivi a Piacenza ben 10 progetti. Come è avvenuto a Milano, Roma e Brescia, anche voi, al termine della cerimonia, riceverete il volume L’Università Cattolica con l’Africa. Educazione, solidarietà, sviluppo, edito da Vita e Pensiero, che ringrazio. Il libro raccoglie le prolusioni delle diverse giornate di inaugurazione dello scorso anno accademico e restituisce la complessità del continente africano attraverso uno sguardo consapevole e libero da stereotipi. È un segno, semplice ma significativo, dell’impegno che il nostro Ateneo sta portando avanti con l’Africa.
Consentitemi infine un apprezzamento per la costante riqualificazione del campus di Piacenza. Tra i principali investimenti infrastrutturali effettuati negli ultimi anni rientrano progetti per realizzare aree verdi, curate e sostenibili nonché spazi polivalenti, tecnologici e in grado di favorire la socializzazione tra studentesse e studenti. Agli enti che sostengono tali interventi – Camera di Commercio dell’Emilia, Comune di Piacenza, Fondazione di Piacenza e Vigevano, Confindustria Piacenza ed EPIS - va la nostra gratitudine e la più profonda riconoscenza per il costante supporto che ci garantiscono.
A Cremona merita una nota d’attenzione il potenziamento dell’offerta abitativa con l’apertura di una nuova residenza. La struttura, che entrerà in funzione dal prossimo anno accademico, accoglierà complessivamente 70 posti alloggio, destinati non solo alla comunità studentesca, ma anche a visiting professor e ospiti dell’Ateneo. Grazie alla posizione strategica e alla vicinanza al campus di Santa Monica, la residenza – la cui gestione sarà affidata alla Fondazione EDUCatt, che ringrazio – consentirà di vivere in modo ancora più immersivo l’esperienza universitaria. Il progetto nasce da un importante intervento di recupero e completa riconversione dell’edificio, reso possibile grazie alla disponibilità della Provincia di Cremona, proprietaria dell’immobile, e al determinante sostegno della Fondazione Arvedi Bruschini, che ringrazio sentitamente.
In particolare, esprimo uno speciale ringraziamento al Cavaliere Giovanni Arvedi, che ancora una volta conferma la sua attenzione verso lo sviluppo culturale, formativo e sociale di questo territorio e soprattutto il suo lungimirante investimento sul capitale umano delle nuove generazioni.
2.
Come sapete, il tema posto al centro di quest’anno accademico è l’alleanza tra generazioni che stiamo declinando in ciascuna sede dell’Ateneo enfatizzandone le peculiarità didattiche, scientifiche e di impatto sociale. Qui a Piacenza, desidero avviare la mia riflessione da due assunti di partenza.
In un’epoca segnata da una transizione demografica senza precedenti, il binomio tra nutrizione e longevità rappresenta una nuova frontiera dei diritti umani. Inoltre, l’invecchiamento non deve essere inteso come un processo di sottrazione, bensì un’estensione della dignità umana assicurata anche dalle scelte alimentari. In questi due assunti è contemplato l’universo interdisciplinare al centro delle attività dei campus di Piacenza e Cremona.
Nel tentativo di approfondirli, partirei dall’evoluzione del concetto di nutrizione. Il cibo, infatti, non è più solo sostentamento, ma una sorta di “codice software” che istruisce le nostre cellule su come invecchiare. Soprattutto per chi vive con bisogni speciali - deficit cognitivi o malattie neurodegenerative - la nutrizione diventa un’importante forma di cura e inclusione sociale. In questa prospettiva la longevità significa non solo aggiungere anni alla vita, ma vita agli anni. Ciò testimonia il legame che prima accennavo tra nutrizione, longevità e diritti umani.
Non è un caso che le grandi organizzazioni internazionali stanno sviluppando molte iniziative, che offrono una cornice di speranza, a partire da una radicale revisione delle politiche per la terza età. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha avviato il Decennio dell’Invecchiamento in Salute (2021-2030), un progetto che identifica la nutrizione come uno dei pilastri per mantenere le capacità funzionali di ogni persona. A questo si affiancano le Nazioni Unite con il Decennio d’Azione sulla Nutrizione, recentemente esteso fino al 2030. Un’iniziativa che sottolinea come i sistemi alimentari debbano diventare resilienti e inclusivi, garantendo che nessuno - specialmente gli anziani più vulnerabili - venga lasciato indietro (il principio del cosiddetto Leave No One Behind). Senza dimenticare la FAO che promuove l’accesso a diete diversificate per prevenire la malnutrizione proteico-energetica, una piaga silenziosa che colpisce milioni di over 65, riducendone drasticamente l’autonomia.
Ma il problema della nutrizione corretta riguarda anche le giovani generazioni, una delle priorità assolute dell’OMS. Nel 2026, lo scenario globale descrive una realtà paradossale: per la prima volta nella storia, il numero di bambini e adolescenti obesi ha superato quello dei sottopeso. L’obesità infantile non è più un problema limitato ai paesi ad alto reddito, ma un’epidemia globale: sono 188 milioni i bambini e adolescenti in età scolare che a livello mondiale convivono con tale patologia (circa 1 su 10). Non si tratta solo di un fenomeno determinato da scelte individuali, ma influenzato dall’ambiente alimentare che circonda i giovani. Da un lato, i social media bombardano i minori con pubblicità di alimenti non sani; dall’altro, spesso il junk food costa meno ed è più facile da reperire rispetto a un pasto fresco e bilanciato, specialmente nelle aree urbane degradate. Come è evidente, si tratta di un tema politico in senso ampio, di una questione sociale di primo livello.
Le risposte devono essere frutto di una sintesi tra scienza, politica e umanità, specie per quanto riguarda la nutrizione legata ai bisogni speciali degli anziani, dei bambini e dei giovani. Infatti, non esiste una dieta universale, poiché l’alimentazione deve essere adattata alla fase del ciclo di vita, alle specifiche patologie e all’attività fisica. Ma vi è di più. La nutrizione porta con sé un evidente valore sociale: per un anziano con bisogni speciali, l’atto di mangiare è spesso un baluardo di socialità.
Alla luce di queste riflessioni e delle evidenze scientifiche disponibili, desidero formulare un appello all’azione fondato su un impegno condiviso tra istituzioni, comunità e mondo della ricerca. Alle istituzioni, affinché riconoscano pienamente la nutrizione clinica come componente primaria dei livelli essenziali di assistenza. Alle comunità, perché riscoprano il valore del pasto condiviso, potente antidoto alla solitudine, che a sua volta rappresenta una delle cause più insidiose della malnutrizione. Alla scienza, infine, perché continui a innovare nel campo delle tecnologie alimentari senza mai perdere di vista la persona e la qualità dell’esperienza alimentare.
Da parte nostra, non siamo affatto indifferenti. Chiamati in causa, dobbiamo continuare a dare risposte concrete. Una di queste è certamente la creazione di un nuovo centro di ricerca di eccellenza sulla longevità presso il nostro campus di Cremona, avviato con l’Università Bocconi. Si occuperà, in piena sintonia con il tema di questo anno accademico, delle sfide del calo demografico con una particolare attenzione alla nutrizione degli anziani. In proposito desidero ringraziare la Fondazione Invernizzi per il sostegno assicurato al centro nonché per i numerosi altri interventi destinati a borse di studio e attività di ricerca del nostro Ateneo.
3.
Il cibo è dunque un tema che porta con sé profonde implicazioni etiche e morali, specialmente da quando – per molti, ma purtroppo non per tutti – è diventato una questione di scelta. In molte aree del pianeta, le preferenze alimentari dipendono da fattori culturali, religiosi, salutistici, ma possono essere dettate anche da mode più o meno momentanee. Le nostre scelte sul cibo si collocano all’interno di un insieme di condizionamenti, perché, in fondo, mangiare è un atto sociale.
Il nostro modo di mangiare influenza il nostro modo di agire: non sono due azioni scollegate, ma interdipendenti. E chiama in causa la nostra umanità. Infatti, se neghiamo a un anziano o a una persona con bisogni speciali una nutrizione adeguata, ne stiamo diminuendo la dignità. La nutrizione per i cosiddetti special needs non è da considerare un costo assistenziale, ma un atto di difesa della dignità della persona. In breve, nutrire una persona con bisogni speciali significa ribellarsi alla “cultura dello scarto”, tante volte deprecata da Papa Francesco.
Il sociologo Zygmunt Bauman ha spesso riflettuto sugli “scarti” della società moderna e sulla solitudine nell’epoca della globalizzazione, sostenendo che il grado di una civiltà si misura da come si prende cura dei suoi membri più fragili. Il che comporta non emarginare chi richiede ritmi di cura lenti o chi non è più produttivo. Non dobbiamo dimenticare che una comunità inclusiva e giusta si fonda sulla responsabilità per l’altro. Offrire un pasto adeguato, sicuro e dignitoso a chi fatica a deglutire o a chi ha perso la memoria, è l’atto politico più forte che possiamo compiere per ricucire i legami di una società che rischia di diventare disumana. In tal senso, le iniziative dell’OMS e della FAO, che ho poc’anzi ricordato, sottolineano che la “povertà alimentare” per un anziano non indica solo la mancanza di cibo, ma non avere accesso a cibo adatto alle sue condizioni mediche: è una forma di esclusione sociale vera e propria che le organizzazioni mondiali stanno cercando di combattere.
Evidente è l’ulteriore profilo legato alla dimensione politico-economica. Se, come dicevamo, in alcune aree del mondo le persone possono scegliere il cibo, in molte altre si osservano drammatiche povertà alimentari. Secondo l’ultimo rapporto delle Nazioni Unite, 673 milioni di persone hanno sofferto la fame nel 2024, pari a circa l’8,2% della popolazione mondiale (The State of Food Security and Nutrition in the World, 2025). Cifra che, nonostante un lieve progresso, ci interpella perché siamo ben lontani dall’obiettivo “Fame Zero” entro il 2030.
Ciò sta determinando, nelle discipline economiche, un cambio di paradigma in questi ultimi decenni, spostando il piano di analisi da una questione di “carità” a una di “diritto”. Amartya Sen, premio Nobel per l’economia, nel suo saggio Povertà e Carestie, offre una lettura non convenzionale del concetto di fame. Dimostra, infatti, che le carestie spesso non avvengono per mancanza di cibo, ma per mancanza di “titoli di accesso” (entitlements). La povertà alimentare è dunque, per Sen, un fallimento della democrazia e dei diritti, non un limite della natura.
Un pensiero che trova eco in Peter Singer, uno dei massimi esponenti dell’utilitarismo contemporaneo. Il filosofo australiano argomenta che se abbiamo il potere di prevenire la fame, senza sacrificare nulla di moralmente comparabile, abbiamo di conseguenza l’obbligo morale di muoverci in questa direzione (Famine, Affluence, and Morality, 1972). Pertanto, non aiutare chi muore di fame non è una mancanza di generosità, ma un fallimento etico. In sostanza, non è la mancanza di cibo il problema del secolo, ma la mancanza di democrazia distributiva.
La sicurezza alimentare è dunque da intendersi come un diritto, non un privilegio. Risuonano le parole pronunciate da Papa Leone XIV alla FAO: «È giunta l’ora di assumere un rinnovato impegno, che incida positivamente sulla vita di quanti hanno lo stomaco vuoto e si aspettano da noi gesti concreti che li sollevino dalla loro prostrazione. Tale obiettivo può essere raggiunto solo mediante la convergenza di politiche efficaci e l’attuazione coordinata e sinergica degli interventi. L’esortazione a camminare insieme, in concordia fraterna, deve diventare il principio guida che orienta le politiche e gli investimenti, perché solo attraverso una cooperazione sincera e costante si potrà costruire una sicurezza alimentare giusta e accessibile a tutti» (16 ottobre 2025).
In conclusione, se l’uomo è ciò che mangia e se la nostra umanità dipende dalla responsabilità verso l’altro, allora garantire la sicurezza nutrizionale è un atto di giustizia universale e intergenerazionale. Mentre le organizzazioni mondiali, come l’OMS e la FAO, richiamano al dovere di non lasciare nessuno indietro, allo stesso tempo, noi dobbiamo chiederci quale posto occupino i più fragili nelle nostre agende di ricerca e formazione. Zygmunt Bauman ci ha ammonito sulla fragilità dei legami umani: ebbene, la nutrizione per special needs non è solo somministrazione di nutrienti; è l’atto con cui una comunità dice a un suo membro fragile: “Tu non sei uno scarto, tu sei parte di noi”. Combattere la povertà alimentare e la malnutrizione clinica non è solo un obiettivo sanitario, è l’unico modo per abitare una società che possa ancora dirsi civile. In sostanza è un emblema di fraternità.
La costruzione di nuovi paradigmi economici impone di mettere al centro la dimensione antropologica, orientandoli verso l’ecologia integrale. Si delinea una prospettiva che assegna rilevanza alla sostenibilità sociale e ambientale, oltre che economica, sottintendendo uno sviluppo nel presente non realizzato a scapito di quello futuro. Ciò rimanda a un profilo di giustizia intergenerazionale, basata su un’alleanza tra generazioni.
4.
Vorrei avviarmi alle conclusioni ricordando una personalità illustre di questa terra piacentina, Gian Domenico Romagnosi (1761–1835). Non è stato solo un giurista o uno scienziato, ma un pensatore poliedrico. Sebbene le sue origini siano a Salsomaggiore Terme, la sua figura è legata a Piacenza, città che lo adottò culturalmente. La sua formazione avvenne tra le mura del prestigioso Collegio Alberoni, un’istituzione che gli permise di assorbire quella cultura enciclopedica che avrebbe caratterizzato tutta la sua opera.
Nel Discorso sull’amore delle donne, pronunciato nel 1789 proprio nella Società letteraria di Piacenza, Romagnosi espone una tesi di sorprendente attualità: la civiltà nasce quando la cura sostituisce la predazione. Romagnosi descrive lo stato di “barbarie” come una condizione di nomadismo e consumo immediato: il selvaggio preda le risorse e si sposta, senza preoccuparsi del domani. Un’immagine che richiama alcune tensioni critiche del nostro sistema, che spesso estrae nutrienti, impoverisce il suolo e consuma acqua come se le risorse fossero infinite.
Il passaggio alla civiltà avviene grazie a un sentimento universale di cura. Secondo Romagnosi, per proteggere chi ama, l’essere umano smette di predare e inizia a costruire e conservare. Ciò significa abbandonare l’economia della predazione per abbracciare l’economia della cura. E anche assegnare al cibo una valenza di patto intergenerazionale. Ne deriva che la sostenibilità non è una sfida tecnica, ma una forma moderna di quella cura romagnosiana. Coltivare in modo rigenerativo significa proteggere il «capitale naturale» per chi verrà dopo di noi. La sostenibilità è allora, in ultima analisi, una forma di istituzionalizzazione della cura.
Desidero dunque concludere questo mio discorso soffermandomi proprio sul concetto di sostenibilità come forma di istituzionalizzazione della cura. Credo che compito prioritario di una comunità scientifica come la nostra sia quello di contribuire a declinare – in sinergia con le organizzazioni internazionali che ricordavo e con quelle territoriali – il concetto di sostenibilità con una prospettiva originale, sotto forma cioè di economia della cura. Superando una narrazione stereotipata, si può proporre la sostenibilità come fulcro di una visione istituzionale che pone al centro la cura della persona in tutte le fasi della sua vita per un patto intergenerazionale reale e giusto.
Grazie.