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Libano, un laboratorio di convivenza oggi a un bivio

23 agosto 2026

Libano, un laboratorio di convivenza oggi a un bivio

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Un Paese piccolo, stretto dentro le tensioni che attraversano il Medio Oriente, ma portatore di un’esperienza che rischia oggi di essere ancora più preziosa proprio perché fragile. È il Libano raccontato dalla mostra “Libano. La bellezza, le ferite, la speranza”, allestita al Meeting di Rimini, alla cui realizzazione hanno contribuito Martino Diez, professore di Lingua e letteratura araba dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, Andrea Caspani, già docente di Storia contemporanea e Didattica della storia, e Danilo Zardin, professore di Storia moderna.

«Raccontare oggi il Libano significa cercare di portare l’attenzione della comunità internazionale su un Paese molto piccolo, che non ha una particolare importanza economica e che è assolutamente schiacciato nella lotta regionale che in questo momento attraversa il Medio Oriente», spiega Diez.

Un articolo di

Francesco Chiavarini

Francesco Chiavarini

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Eppure, proprio qui si è tentato qualcosa di unico. «Il Libano rappresenta un laboratorio nel quale cristiani e musulmani hanno cercato di realizzare qualcosa di unico, sicuramente in Medio Oriente ma forse in tutto il mondo: uno Stato fondato sulla perfetta uguaglianza tra queste due componenti».

Un esperimento che ha ormai un secolo di storia: nel 1926 venne promulgata la Costituzione libanese, alla base di un sistema politico-istituzionale fondato sulla convivenza delle diverse comunità religiose. Un progetto che affonda le proprie radici nella nascita del “Grande Libano” e nell'idea di uno Stato islamo-cristiano che avrebbe dovuto fare del pluralismo religioso uno dei suoi elementi costitutivi.

Oggi, però, avverte Diez, «questo principio, questa idea, può anche scomparire, può morire. Siamo di fronte a un bivio». Per questo la mostra non vuole essere un'operazione rivolta soltanto al passato. «Non si vuole celebrare un passato, ma lanciare un messaggio per il futuro. Questa idea, che ha attraversato un secolo di storia mediorientale, oggi è a rischio e la comunità internazionale deve spendersi perché possa continuare a esistere questo luogo in cui cristiani e musulmani possono coesistere non solo a livello personale, ma anche a livello istituzionale».

Bellezza, ferite, speranza

A raccontare questa storia sono le tre parole scelte per il titolo dell'esposizione: bellezza, ferite, speranza. Un percorso fatto di storie e immagini che documenta esperienze di dialogo, riconciliazione e amicizia in un Paese attraversato da tensioni e conflitti.

«Parto dalla prima perché in realtà è la più importante di tutte: la bellezza», sottolinea Diez. La bellezza di un Paese affacciato sul Mediterraneo e nello stesso tempo attraversato dalle montagne, che ha contribuito a plasmare «un certo modo di vivere, un certo gusto della vita, del cibo, della musica». Una cultura condivisa che va oltre le molteplici appartenenze religiose.

Poi ci sono le ferite. A partire dalla guerra civile che tra il 1975 e il 1990 devastò il Paese, fino alle crisi degli ultimi anni: il collasso finanziario, l'esplosione del porto di Beirut e le conseguenze delle guerre che continuano ad attraversare la regione.

Ferite che, secondo il docente della Cattolica, hanno inciso profondamente sulla società libanese. «La guerra civile non aveva spento la voglia di vivere dei libanesi come invece è avvenuto negli ultimi anni».

Ciononostante, resiste la speranza. È l’ultima delle parole scelte dal percorso espositivo e la si percepisce distintamente nelle testimonianze, contenute nei video che accompagnano il visitatore, voci che riaffermano la possibilità che il Paese dei Cedri riesca a rimanere fedele alla propria vocazione.

Diez ricorre a un'immagine biblica: quella delle due vie del Salmo 1. «Il Libano come Paese oggi è davvero al bivio tra le due vie: la distruzione completa oppure la sua rinascita. Ma la sua rinascita non può che partire dalla presa di coscienza di questa sua specifica vocazione islamo-cristiana».

Un altro sguardo sul Medio Oriente

È soprattutto qui che, per Diez, emerge la ragione per visitare la mostra. In un momento in cui il Medio Oriente viene raccontato quotidianamente attraverso le categorie della geopolitica, dell'economia, della finanza e della strategia militare, il percorso proposto al Meeting permette di cambiare punto di osservazione.

«Sono tutte analisi assolutamente approfondite, ma corriamo il rischio di dimenticarci che in Medio Oriente ci sono anche i cristiani».

Guardare al Libano significa allora provare a leggere la crisi della regione anche attraverso l'esperienza di comunità che vi abitano da secoli e che ne condividono la storia, le ferite e le speranze.

«Questa mostra – conclude Diez – ci permette di vedere questo conflitto anche dal loro punto di vista».

La mostra, realizzata dal Meeting e promossa dalla rivista LineaTempo, vede la partecipazione della Fondazione Internazionale Oasis, della Fondazione AVSI e dell’Associazione Pro Terra Sancta ETS. Alla mostra è dedicato anche il volume Libano. La bellezza, le ferite, la speranza, pubblicato dalla Libreria Editrice Vaticana, con la prefazione del cardinale Angelo Scola.

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