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Sacro Cuore, principio di ogni sapienza e scienza

10 giugno 2026

Sacro Cuore, principio di ogni sapienza e scienza

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(Letture anno A: Dt 7,6-11; Sal.102; 1Gv 4, 7-16; Mt 11,25-30)


«Tu sei un popolo consacrato al Signore, tuo Dio: il Signore, tuo Dio, ti ha scelto per essere il suo popolo particolare fra tutti i popoli che sono sulla terra». Queste sono le parole che abbiamo ascoltato nella prima lettura e che potrebbero risuonare come un monito generico ad essere fedeli al Signore che ha scelto il suo popolo. Ma se noi proviamo a parafrasare il testo, non cambiando ma specificando il soggetto, forse queste parole potrebbero diventare più significative e scuoterci maggiormente: «Tu sei una università consacrata al Signore, tuo Dio: il Signore, tuo Dio, ti ha scelto per essere la sua università particolare fra tutte le università che sono sulla terra». Potrebbe apparire una forzatura, ma non lo è perché la Parola di Dio deve essere sempre incarnata nella storia e se noi siamo il suo popolo, come indubbiamente lo siamo, qui dobbiamo esserlo soprattutto come comunità universitaria.

È la ragione per cui oggi facciamo festa e celebriamo la solennità del Sacro Cuore. Noi siamo una università consacrata, cioè voluta e cresciuta sotto lo sguardo del Sacro Cuore di Gesù che è il principio di ogni sapienza e di ogni scienza, come afferma San Paolo. Questo riferimento non è un fatto devozionale, come ben sapevano i nostri fondatori. Hanno fortemente voluto, contro tutto e contro tutti, che l’Ateneo fosse consacrato al Sacro Cuore perché avevano la ferma convinzione che non ci può essere vera scienza che non sia riflesso della bontà divina e non sia finalizzata al bene degli esseri umani. In questa prospettiva non solo il riferimento al Sacro Cuore non ha nulla di devozionale, ma diventa un formidabile propulsore di energie intellettuali, culturali ed educative che fanno davvero la differenza. Quante volte ho sentito l’espressione “voi siete diversi” sulle labbra di persone che dall’esterno guardano alla nostra istituzione. Lo siamo veramente, anche se vivendoci dentro, spesso non ce ne accorgiamo.

Siamo diversi. Non certo per il semplice nome. Se ci accontentassimo di questo cadremmo in quella tremenda illusione nominalistica stigmatizzata da Umberto Eco nel Nome della Rosa: «Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus». È ciò che discende dal nome a fare la differenza, ossia la nostra capacità di “stare con” e “agire per” il Sacro Cuore. Ne deriva, in primo luogo, la visione dell’università come sguardo sempre aperto sull’universalità dello scibile umano, curiosi e interessati a tutto sapendo che in tutto si riflette la gloria divina. In Università Cattolica si sperimenta quel saper sempre guardare oltre che scaturisce dalla passione per la verità e il bene. Una ricerca mai compiuta ed esaustiva che ci permette di accostarci e di gustare la verità ma nella consapevolezza che sempre ci supera e ci trascende. Abitare la complessità cercando la verità è il grande insegnamento che ci ha lasciato Edgar Morin, ma non perché siamo cercatori smarriti e vagabondi, quanto piuttosto instancabili cercatori del vero, del bello e dell’uno.

Un altro elemento ce lo ricorda Giovanni nella seconda lettura che abbiamo proclamato. Ci dice che la vera sapienza non risiede nel sapere intellettuale, ma nella capacità di amare. Il suo insegnamento è inequivocabile: «amiamoci gli uni gli altri, perché l'amore è da Dio: chiunque ama è stato generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore». Occorre stabilire una piena e totale reciprocità: all’amore per la conoscenza deve corrispondere la conoscenza dell’amore. Se del primo processo sono maestri i tanti sapienti che hanno costellato la storia dell’umanità, del secondo processo l’unico maestro è il Signore e i suoi discepoli sono i santi e tutti gli uomini di buona volontà che percorrono la via della carità.

La sapienza che Gesù ha testimoniato offrendo se stesso sulla Croce per farci dono del suo amore infinito, scuote le nostre vite e ci spinge a riorientare il cammino personale e sociale nella logica dell’amore. Ancora Giovanni ci ricorda che: «se Dio ci ha amati così, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri. Nessuno mai ha visto Dio; se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e l'amore di lui è perfetto in noi». Portare nel cuore la sapienza dell’amore fa la differenza nel modo con cui ci relazioniamo tra studenti, docenti e personale; fa la differenza nel modo con cui abitiamo gli spazi dell’università non prigionieri dell’indifferenza individualista che segna il nostro tempo, ma curando la bellezza e la ricchezza delle relazioni; fa la differenza nel modo con cui proponiamo la didattica, sviluppiamo la ricerca e animiamo la terza missione.

Che cosa c’è dietro la bella espressione formulata dal nostro Rettore: “essere la prima università non del mondo ma per il mondo”? C’è la consapevolezza che facciamo tutto ciò che fanno gli altri atenei ma con una ragione e una prospettiva radicalmente diverse: non spinti dalla bramosia del sapere come possesso, dominio e affermazione di sé ma dalla dolcezza di quella “luce gentile” testimoniata dal Santo Dottore John Henry Newman che consente di comprendere nel profondo la verità delle cose e di agire sempre mossi dalla logica dell’amore.

Sta tutta qui, nella sostanza, la differenza irriducibile tra l’Intelligenza Artificiale e la sapienza umana. Siamo già stati superati dall’intelligenza artificiale nella velocità di elaborazione e organizzazione dei dati, ma è incolmabile il divario che esiste tra la macchina tecnicamente sempre più performante e la capacità dell’essere umano di dare senso alla sua esistenza attraverso la conformazione ad un amore infinitamente più grande che ci avvolge e ci trascende. Un amore che si esprime in tutte le dimensioni relazionali e affettive dell’esistenza umana e della vita sociale. Un modello relazionale solidaristico e misericordioso che non può essere replicato dalla macchina, per quanto possa essere evoluta. La macchina non può generare l’amore, ma l’amore può guidare la macchina al bene. Per questo occorre accompagnare lo sviluppo delle nuove tecnologie con una più profonda visione antropologica e una maggiore responsabilità etica.

Una responsabilità che sembra già essere prefigurata nel Vangelo odierno quando Gesù nella preghiera ringrazia il Padre: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli». Non è un inno all’ignoranza, ma è l’invito ad entrare nell’algoritmo dell’amore i cui codici sono stati scritti da Dio nei nostri cuori, sebbene spesso non sappiamo interpretarli e ancor meno viverli. Sono i temi affrontati da Papa Leone XIV nella recente lettera enciclica Magnifica humanitas che ha come sotto titolo: “Sulla custodia della persona umana nel tempo dell’Intelligenza Artificiale”. L’Enciclica è un grande dono per tutta l’umanità perché può aiutarci ad operare un prezioso discernimento in un tempo complesso, carico di attese e di speranze ma segnato anche da lacerazioni profonde e da un senso diffuso di smarrimento, che attanaglia soprattutto i giovani. E se è un dono per tutti, per noi, come Ateneo cattolico, è la nuova mappa da studiare attentamente per ridisegnare, nel solco della Dottrina sociale della Chiesa e nella specificità del lavoro accademico ed educativo, percorsi capaci di formare gli uomini e le donne che nel presente e nel futuro dovranno guidare l’umanità verso condizioni di sostenibilità, di giustizia e di pace.

L’Enciclica chiama direttamente in causa le università quando chiede di ripensare e incarnare in questo nuovo contesto i principi della Dottrina sociale della Chiesa: «vorrei incoraggiare accademie e università a ridare slancio a tali principi, ripensandoli in modo aderente all’oggi ed efficace nel fronteggiare la rivoluzione digitale. In questo modo, la ricerca teologica e filosofica potrà approfondire e sostenere il cammino pastorale della Chiesa, contribuendo al compito del Magistero di illuminare la coscienza dei credenti e di orientarne l’impegno a rendere più giusta e fraterna la vita delle nostre società» (n. 47). E dopo aver ribadito che oggi «Il primo compito che abbiamo è quello di non demonizzare né idolatrare gli strumenti, ma di governarli a partire da un punto fermo: la verità è un bene comune e non una proprietà di chi ha potere o visibilità», affida agli atenei «la grande sfida dell’integrazione dei saperi, allenando sia alla capacità di collegare e fondere le conoscenze per leggere la complessità, sia alle tecniche per la verifica dei fatti» (n. 137). Non possiamo non cogliere la piena sintonia con il nostro Piano strategico, a partire proprio dalla scuola per l’integrazione dei saperi che troviamo al primo punto del Piano. Ci attende un grande lavoro e non possiamo che essere grati al Sacro Cuore per averci chiamato a vivere una tale sfida. Da soli non siamo in grado di farlo, ma con il Suo aiuto certamente non sarà impossibile, come ci ricordano i nostri fondatori. È per questa ragione che, continuando una bella tradizione, al termine della Santa Messa attraverseremo i nostri chiostri con il Santissimo Sacramento, segno della presenza del Signore in mezzo a noi, meditando ancora alcuni passaggi della lettera enciclica Dilexit nos di papa Francesco dedicata proprio al Sacro Cuore. Chiediamo umilmente di essere all’altezza dei grandi doni ricevuti dal nostro Ateneo e di vivere sempre con gioia e responsabilità la Consacrazione al Sacro Cuore. Amen.

L'omelia di

Mons. Claudio Giuliodori

Mons. Claudio Giuliodori

Assistente Ecclesiastico Generale di Ateneo

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